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Mercoledì 11 Luglio 2012 11:49

Nostalgia canaglia.

Scritto da  Davide Fabbian

Una volta erano cellulari. Ora sono smartphone.Il metro di misura della mia società. Nella mia città. Ci sono dentro anche io. Non scherziamo. Ci sono dentro in pieno. Sono forse più salvo perché il mio è sfigato, niente roba che tocchi con le dita e funziona. Io ho ancora i cari vecchi e amati tasti. La tecnologia. Che bella parola. Senza inizio e senza fine. Fiumane di gente nei bar. Si a Brescia certo. Seduti. Non seduti. Analcolici. Alcolici. Di cosa parlano? Le persone dico. Di tutto. Ma anche di niente. Visto che ogni sessantacinque secondi di media hanno il telefono in mano. C’è troppo. Troppo. Sms, whatsapp, mail dei social network, mail aziendali, pure la chat di blackberry e i video full hd. E’ davvero questa l’innovazione? Forse è solo non comunicare. Ci sono dentro. A mani piene. Ma è morta la comunicazione, la voglia di sapere le cose e condividerle. Abbiamo già fatto tutto prima di vederci. Mi manca il sapere le novità. Il mio esser sorpreso. Mi manca il suonare il citofono a qualcuno per tirarlo fuori casa. Mi manca il non saper come rintracciare qualcuno. Mi mancano le madonne mentre aspetto qualcuno che arriva in ritardo. Mi mancano un sacco di cose. O forse mi manca il vedere le persone e parlarci. Senza dover interpretare toni della conversazione e l’espressione mentre mi raccontano qualcosa. Che le cose sterili e fredde, stanno male anche al civile. Perlomeno me lo posso ricordare. Come si faceva. Quando i miei amici dovevo chiamarli a casa. Ci vedevamo a duemmezza al marcolini.  Se cambia qualcosa ti chiamo a baita. Ciao. Poi il primo telefono, cristo con lo schermo lcd. Sembrava una cosa pazzesca. Poi fuori da un bar, un anziano signore, fatto e strafatto di vino bianco. Mi guarda e mi dice :

“ Te capo, arda che la figa le miò en de la scatoleta, va a daga un basì”.

Ma erano altri tempi.  E sorridevo spesso.

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PHOTOGRAPHER
Paolo Pastore