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Giovedì 07 Febbraio 2013 10:04

L'amore ai tempi della sua riproducibilità tecnica

Scritto da  Giovanni Pizzocolo

Ciò che dai è tuo per sempre.
Monsieur Ibrahim

La ricordo ancora come se fosse ieri. Ho sempre sognato di iniziare un racconto in questo modo, con il fascino discreto di quelle formule letterarie che tanto assomigliano a degli incantesimi, per come ci attirano, per come ci fanno cadere subito dentro a una storia, sfacciatamente, senza pudore e quelle pedanti inutili premesse. Alla mia età poi, il regno dell’ingordigia ha soppiantato da tempo la repubblica dei preliminari. Perché per uomo – un maschio, s’intende – arriva sempre il tempo in cui non resta che aggrapparsi alla lussuria per non lasciarsi sfuggire la vita; un bicchiere d’acqua fresca in un deserto di desideri ed emozioni, dove l’amore delude in anticipo, sacrificato da sempre alla noia. Si ritorna così un po’ bambini, e nello sporco si riesce ancora a intravedere le luci lusinghiere del lunapark.

Facile capire che a nature del genere non importa nulla di sapere che Aleksèj Fëdorovič Karamazov era il terzo figlio di un possidente del nostro distretto, Fëdor Pàvlovič, molto noto ai suoi tempi… Come Snoopy, per sedurci vogliamo fin da subito notti buie e tempestose. Per di più, questa, è una storia d’amore. E ogni autentica storia d’amore si rievoca sempre come se fosse ieri. O ieri l’altro, per lo meno. Così, nonostante tutti gli anni che ci separano, il mio primo grande amore lo ricordo realmente come fosse cosa viva. E il suo sguardo, fatto di ombre lunghe, lo potrei oggi persino toccare con le dita.

prima alba in piazza loggia

Fa strani scherzi la memoria, sembra quasi che ogni cosa appaia più vicina tanto più si allontana (è nel presente storico che distende le sue gambe il tempo che non passa). Ma è comprensibile che l’inizio sia più eccezionale di ciò che sta nel mezzo. Rimane, certo, il presente, quel qualcosa di troppo vicino per potergli dare un senso compiuto, per poterlo guardare da quella giusta distanza che la culla dell’abitudine ci impedisce d’avere: dove ninniamo, involontari e meccanici, per non ammattire. Per quel che vale, io credo (più semplicemente) che il tempo vivo, quando lo si stringe ancora forte tra le mani, non si debba nemmeno guardare. Come si può sopportare la promessa di felicità di cui è messaggero, se, nell’attimo stesso in cui si manifesta, svanisce, rivelandoci inermi ciò che avrebbe potuto essere? Come tutte le cose in punto di morte, come i fiori recisi, o la neve che si scioglie al sole un attimo prima di diventare fanghiglia collosa, un eccesso di bellezza lo renderà sempre intollerabile alla nostra cognizione.

Per continuare o, meglio, per iniziare a raccontarvi di lei, dati i presupposti mi sembra giusto partire dall’inizio. Anzi, mi fermerò a esso, che quello che ne seguì non fu altro che tante repliche sempre identiche alla prima, ma con tonalità via via più spente, usurate dal tempo. Ed è giusto così, per quelle storie che si è voluto con impudenza costruire nella luce.

La prima volta che la vidi, indossava un lungo abito da sera, nero come una cupa chiazza di petrolio sulla superficie dell’oceano, e lunghi capelli le scendevano sulla schiena nuda fino all’altezza dei fianchi ondosi, mossi da quella esilità sfacciata che solo la giovinezza sa regalare. Non era sola. Un altro uomo stava con lei. Bello, slanciato, con quell’aria allo stesso tempo ingenua e furba spesso fatale a ogni donna.

Non la teneva per mano, ma le stringeva forte un polso, come per volerla addomesticare. Domare. E nel suo sguardo, nei muscoli del suo collo, si leggevano i segni di un immane sforzo per non scivolare nella contemplazione dei suoi enormi seni (io, nella mia pigrizia, già allora evitavo come la peste la decenza e, sicuro di non essere visto, non mi sforzavo, e contemplavo). La continuava a chiamare scandendo il suo nome. Una voce morbida, felpata e dolente: velluto arancione. Lei, invece, lo incitava a giocare e ballare. Morte e riso si intrecciavano, finiti e perfetti.

Aveva un’allegria, una spensieratezza contagiosa. Sembrava nata per farsi rubare un po’ di vita. In lei tutto appariva eccessivo e impertinente, senza tuttavia esserlo veramente. Sta di fatto che si divertivano. Giocavano. Lui continuava a fissarla. Lei, invece, si arrampicava sul suo ritratto, occhi ed epidermide solo per se stessa… e, come ogni donna che ride, ti incoraggiava a credere nell’umanità intera... che non è certo poco, al mondo d’oggi, dove essere infelici è diventato quasi un dovere.

Ma quel loro inseguirsi e desiderarsi, lo sentivo, era solo finzione. Si provocavano a vicenda, per vedere fino a che punto sarebbero riusciti a perpetrare quel sogno. Nonostante ciò, io non fui mai neppure lontanamente sfiorato dal suo sguardo. Ero per lei, probabilmente, uno degli innumerevoli ammiratori che aveva collezionato nella sua vita. Ma ciò non cambiava assolutamente nulla a quanto provavo per lei. Anzi, come la religiosa promessa dell’al di là, era così irresistibile proprio perché irraggiungibile.

***

Carmine di Brescia

Ci sono diversi modi d’amare, credo. Ma tutti si muovono tra due (inevitabili) estremi. Il primo, molto femminile (istinto materno pervertito), è l’amore invasivo, quello che cerca di accudire, e nei casi più estremi di salvare, la persona amata.

Io, solo-io, solo-con-me, solo-appoggiato-a-me, solo-con-il-mio-aiuto, solo-con-la-mia-comprensione, solo-sotto-il-mio-sguardo. È un amore simile a un pianto, un pianto in cui la verità è in tutto ciò che le lacrime non dicono: il proprio autocompiacimento, la propria autoassoluzione (per questo ci si affeziona così facilmente alle proprie lacrime, perché ci fanno sentire  migliori).

Visto così – finché non ci sei dentro, e nessuno può dirsene immune –  è chiaro come questo non sia vero amore, ma un eccesso di vanità, che altro non è che l’avara patologia che affligge chi si vota costantemente al martirio.

Alla sponda opposta dell’oceano c’è invece l’amore contemplativo, o l’amore dei gatti. Come felini domestici, una natura docile impone a chi ama un vincolo padronale. Si è nelle mani di qualcuno, e non si capisce perché dovrebbe andare diversamente. Si dirà, allora, che un amore maturo è quello che riesce a trovare il giusto equilibrio tra i due estremi. Ma un amore se è maturo vuol dire che non è più tale, ma un tacito accordo di reciproca compagnia, un patto di non belligeranza per far scorrere via la vita senza eccessive scosse emotive. Si tirano i remi in barca, e non c’è neppure la solita corrente che spinga alla deriva.

Ricordo il salotto buono di mia nonna. Quello in cui non si poteva entrare, perché i mobili non si dovevano rovinare in attesa di ospiti che, in vent’anni, non mi è mai capitato di vedere (anche il tappeto veniva arrotolato affinché non si sgualcisse e, quand’ero bambino, sentivo che mi implorava d’essere calpestato come tutti i tappeti normali di questo mondo).

Sebbene ci battesse per poche ore al giorno, il sole era un altro grande escluso da quella stanza. La tapparella era sempre abbassata a metà, i vetri socchiusi. Era una specie di sottomarino, quella sala. Fuori, al posto dell’oceano, c’era il mondo intero. Una volta, però, entrando per prendere la mia mancetta settimanale, le caramelle al miele Ambrosoli, vidi muoversi qualcosa al suo interno. Un intruso: un impercettibile filo di vento scosse le bianchissime tende inamidate che credevo scolpite nel marmo come il Cristo velato.

Senza quel filo di vento, non avrei mai saputo che quell’immacolato pezzo di stoffa potesse prendere vita. E, senza quel sussulto, quel tremore di cotone vecchio e consunto, non mi sarei neppure accorto che nel sommergibile era entrato quel flutto d’ossigeno. Entrambi, in quell’attimo, sono stati la vicendevole conferma dell’esistenza dell’altro.

È questo a cui porta l’amore dei gatti: la vita diventa non concepibile nell’assenza dell’altro, perché più non esiste un altro. L’incrollabile fede nella persona amata, innesca l’universale nel particolare, che è il principio di quel senso religioso della vita oggi in via d’estinzione. In esso brilla il fugace lampo della verità. E se queste vi sembrano solo belle parole, pensate a uno come Zampanò, inavvicinabile e iroso: anche lui si è dovuto piegare di fronte a quella piccola manciata di puro amore a cui Fellini diede il nome di Gelsomina.

***

Questo è l’amore che provavo per quella donna vestita di nero (dal primo istante che la vidi), e che, a dire il vero, forse ancora provo (mi è capito di rivederla un paio di volte negli ultimi anni. Bella e inavvicinabile come sempre; per lei il tempo sembra, letteralmente, essersi fermato).

Non ebbi, però, mai un'occasione per riuscire a parlarle, esprimere ciò che sentivo. Pensai anche di scrivere una lettera, ma a cosa sarebbe servito? Non l’avrebbe neppure letta, probabilmente. Insomma, vivevo per lei la vita dimessa delle tende da salotto di mia nonna, e di vento, tra i mille occhi socchiusi della tapparella, nemmeno l’ombra. Eppure ero felice, il mio amore era tale che saziarmi gli occhi del suo incanto era più che sufficiente per tenermi a bada l’anima.

Quella prima volta, restai lì seduto a guardala, con il suo compagno o il suo custode, ancora per un lasso di tempo che oggi non saprei più quantificare. Lui iniziava ad avere un’espressione terrificata: quel frammento di mattino lo aveva sconvolto, e il museo della brina di cui era l’unico proprietario e guardiano era ormai forzato al pubblico.

Poi, dopo un po’ di tempo la magia svanì, e il buio che li avvolgeva venne meno. Si accesero le luci. Finalmente riuscivo a vedere anche le altre persone che mi circondavano, persone semplici e quotidiane, con le loro giacche sulle spalle, le loro borsette da quattro soldi, i loro commenti incerti o ammirati.

Era 3 luglio del 2024, quel giorno. Ed era la prima volta che vedevo Anita Ekberg recitare ne La dolce vita. Il Nuovo Eden (ma il paradiso può invecchiare?) andava lentamente svuotandosi. Alla fine me ne restai solo in terza fila con i miei quindici anni.

Non mi ricordo a cosa stessi pensando mentre stavo lì in silenzio: al fatto che non c’è niente di più sconfortante di un luogo creato per accogliere la bellezza, rimasto vuoto e desolato? O forse pensavo che così doveva essere ogni amore finito? Se solo avessi potuto toccare un’altra misera volta il suo corpo perfetto con la mente...

Ancora non sapevo che nella vita non si può provare niente di più vero di un amore fugace. Ancora non sapevo che, nonostante tutti gli sforzi che avrei fatto per capirlo, non ne avrei mai cavato nulla di sensato. Perché, sebbene l’amore sia un maestro, non sa comunicare, né tantomeno educare.

Rimasi immobile per una decina di minuti, poi il custode venne a dirmi che dovevano chiudere. Mi avviai verso l’uscita della sala, avvolto dall’estasi che dà la tristezza, guardando i miei piedi muoversi automatici in avanti, uno dopo l’altro. Nella sala d’ingresso, le casse della filo diffusione diffondevano stridule sopra al vecchio pavimento le parole di Leohnard Cohen… I’d really like to live beside you, baby. I love your body and your spirit and your clothes. But you see that line there moving through the station? I told you, I told you, told you, I was one of those… Di certo non ne capii il significato, ma sentivo ciò che dicevano, e quella voce malinconica non fece altro che amplificare il mio sconforto. Poi spinsi il maniglione della porta d’ingresso, calpestai la scritta WELCOME del tappeto all’esterno, e il ronzio di ventre vuoto della città mi avvolse nuovamente, disegnando sul mio volto di ragazzo scostante e orgoglioso un sorriso beffardo, un graffio impetuoso e carminio.

Se, dal fortino della mia vecchiaia, posso dire che si conosce veramente chi si ama solo dopo avergli detto addio (perché una persona esiste solo quando si smette di sognarla), credo che, all’epoca, in quella reazione così inattesa e genuina,  semplicemente pensai che, di Anita Ekberg, in fondo non me ne importava un bel nulla: era stato solamente un grande abbaglio, un sortilegio perfetto, ineffabile.

Colto dall’euforia, iniziai a camminare senza meta, e non smisi di farlo per tutta la notte. I miei genitori, angosciati, mi cercarono per ore e ore. Furono avvertiti i carabinieri, e altre tipologie di forze dell’ordine. Io, sotto quel cielo urbano senza stelle, come il silenzio della domenica mattina vagabondai libero per le strade di Brescia.

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Paolo Pastore