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Martedì 20 Marzo 2012 13:47

La solitudine del numero uno.

Scritto da  Mister

Capo, oltre ad essere mostruoso in porta, sono anche di una impresentailità, imbarazzante...bret (brutto, ndr) basso, tarchiato, io mi ritiro capo...hai rivisto il gol?...la deviazione c'è stata...ma la tua descrizione che fai a Luca legata alla insindacabilità delle immagini mi pongono di fronte alla vergognosa realtà...pensavo di avere i crismi del portier, sono solo un pierrot...ieri ho preso ancora due gol evitabili...sono stufo...servivano le immagini per farmi capire che devo dedicarmi alla pittura o al ricamo...continuerò a seguirni e ad alimentare questo sito...e cucirò finalmente la cuffia per Cico.
Vittorio Spunghi

Mi sembrava giusto proporre lo sfogo a tratti lirico del caro Vittorio, uomo di animo sensibile e di istrionica intelligenza, attore piccolo e fragile - ben più di quanto cantava uno spesso sottovaluto Drupi - del mondo moderno, abitato da uomini moderni, in case moderne, con servizi moderni.

Un uomo moderno, ca va sans dire. La sua decadenza - irrimediabile e indifferibile, ahinoi - ne è parte, ne fa parte, si fa parte. Non è la sede giusta per filosofeggiare, anche per mancanza di autorevolezza di chi scrive, ma la caduta del nostro piccolo grande Pierrot, come il buon Vittorio si autocensisce, è sintomatica di un black out interno, di un reset alla filiera creatività - vitalità - reazione psicofisica propria di noi umani, chi più chi meno.

Ma l'uomo non se ne accorge per tempo, non c'è preavviso, non c'è tutela, men che mai: la decadenza (soprattutto quando poi si avverte effettivamente) non dà segnali preventivi. Il sogno dell'immortalità, o meglio, la convizione di essere (ancora?) un numero uno di nome e di fatto, la credenza di esser l'ultimo dei Barone Rosso che (s)batte, combatte feroci avversari, si traduce in chimera. Che vita... adorabile, sì, ma un po' ruffiana. Flirta con te e contestualmente ti toglie l'energia per sorpassare le bisarche della quotidianità, divenute ormai troppo ingombrati, ti toglie l'aria per rispondere ad un impulso, ti toglie la forza per parare quel tiro così innocuo.

E nell'eterna lotta densa di odioamore tra terra e palcoscenico, le maschere si mischiano nel Carnevale degli oblii e la realtà diventa sospesa, misteriosa, sconfinando a volte di qua a volte di là. Siamo noi o siamo l'alterego? Quel noi è la realtà o l'alterego lo è? Quel noi è la normalità o è l'anormalità. Insomma, siamo uomini o portieri? Portieri o uomini? Siamo solo soli, ormai. Numeri uno un tempo assoluti, ora solo relativi. Trincerati, isolati, parzializzati in sicuri ambiti di valutazione, in cui siamo accusa e difesa, giudice e corte: dove possiamo comodamente nascondere, ma forse solo a noi stessi, l'esaurimento di quella sensualità mentale, così nostra, così diversa, l'annacquamento tetro della capacità pura di viziare la nostra individualità per poi porgerla alla collettività. Invece, l'assoluto - ampio, giusto, leale - si fa inesorabile nel formalizzare la perdita svilente di controllo, l'avanzare dell'irrazionalità, lo svuotamento della potenza di fuoco, di campo e di WC.

E allora, siamo tutti Vittorio Spunghi, siamo tutti Pierrot, siamo tutti pittori e ricamatori. Siamo tutti incredibilmente assoluti nella nostra relatività. Tutti scintillamente moderni nella nostra antichità.

L'hai ripreso? Si. Purtroppo, sì.

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PHOTOGRAPHER
Paolo Pastore