Ciao, mi chiamo Sivo e sono 40 giorni che non bevo.

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Noa (Nucleo Operativo Alcologia)

Il mio nome in codice sarà SIVO (giocando con il mio cognome e nome). Dicono per privacy ma il segretario al di là del vetro della reception mi chiede nome e cognome e motivo della mia presenza. E non sente nemmeno bene. Mi hanno ritirato la patente urlo, sono qui per quello.
Lei è scusi? Cazzo…
Nell’angusta sala d’attesa dell’Asl di via Giusppe Gheda sfoglio una rivista inizio anni 90. Un cimelio, magari vale anche qualcosa, penso. Sono incuriosito dalle pubblicità dell’epoca e da come venivano impaginate: “Bebi Mia, il tuo più grande amore di mamma.” Due pagine. In quella destra una bambina mora con un caschetto osceno che sorride accovacciata dietro al lettino/giocattolo sui cui impera Bebi Mia, una bambola bionda pettinata allo stesso modo. Nell’altra, prosegue il lettino con in bella vista un kit di vestitini . E poi un Jerry Calà, con una folta chioma, nella sua epica espressione con labbra stirate leggermente all’indietro incurvate verso il mento sorretto da pollice e indice. “Sega Master System 2. Libidine”. Idolo. Anni luce fa.

Sono al primo colloquio al centro Noa di Brescia (Nucleo Operativo Alcologia) per una diagnosi multidisciplinare dell’abuso o dipendenza da alcool.

Mi chiedo come diavolo sia finito qui. Ma la risposta è sempre la stessa. Sono un coglione.

L’infermiera, cortese, mi pone alcune domande trabocchetto.
– A che età ha assunto per la prima volta alcool?
– Bah, vediamo, credo di aver bevuto la prima birra a sedici diciassette anni.
– Beve regolarmente?
– No. Solo in occasioni speciali, cene o uscite con amici.
Immagino qualcuno che risponde: all’età di 6 anni ho bevuto il mio primo bicchiere di rum e sì, la prima cosa che faccio appena sveglio è bere un fresco calice di bianco, verso le dieci bevo il secondo e pasteggio con una bossa di rosso.
La sera sto leggero. Vodka liscia.
Discuto del paradosso di questa situazione con lei, che mi guarda assorta nei suoi pensieri, come se il disco delle scuse e della propria presunta innocenza si ripetesse nelle sue stanze ogni giorno allo stesso modo. Come darle torto.
E poi ci sono quelli della commissione patenti. Attacco. Arroganti, prepotenti e presuntuosi. Ti trattano come l’ultimo degli stronzi sembra godano nel vederti inerme in loro potere, della tua situazione inevitabilmente sottomessa.
Chi sono? Tutti medici mi dice. Nessuno escluso. Che umanità e professionalità, penso.
– È la prima volta che le sospendono la patente?
– No.
(Recidivo).
Attimo di silenzio e sguardo veloce.

Fortunatamente sono nato lo stesso giorno di sua figlia e il ghiaccio un po’ si sgela. Ma resto un numero, un nome in codice. Non sono nessuno. Se non una persona con dei seri problemi legati all’alcool.

Ora avrò l’incontro con il medico che valuterà le solite analisi del sangue da farsi nell’immediato. Sorrido perché sono 40 giorni che non tocco una goccia di alcool (anche se questo fa molto alcolizzato). L’analisi del capello è prevista per Febbraio. Fino a quel momento non dovrei più bere, o quantomeno limitarmi il più possibile.

L’infermiera mi fissa il primo appuntamento con il medico a me dedicato che valuterà e relazionerà il mio dossier.

Il giorno stabilito il dottore si presenta con un’ora di ritardo. Ho il sospetto che considerino il mio tempo meno importante del loro. Attorno a me personaggi sinistri. C’è un tipo identico a Gerard Depardieu, solo con il naso, se possibile, più rosso e gibboso. Si lamenta del “sistema” e con un forte e divertente accento meridionale mi racconta le sue disavventure con la legge. C’è una coppia di ragazzi, più giovani di me. Da dietro lei cattura la mia attenzione. Davanti è devastata in volto, ed emette rumori assordanti con il naso, come se avesse appena pippato una quantità letale anche per un cavallo di cocaina e avesse una narice ostruita da una pallina bianca che deve espellere. E come un cavallo nitrisce.

Nel paradosso della situazione non perdo l’ottimismo. Anzi. Alzo la voce con il povero dipendente segretario del Noa, cercando di apparire come un imprenditore di successo che misura con estrema cura ogni secondo del suo preziosissimo tempo. Un po’ come il favoloso White Rose, enigmatico leader della Dark Army in Mr. Robot. Sortisco si vede qualche effetto, tanto che il sopraggiunto medico si scusa ossequioso tutto trafelato.
Non può visitarmi dice, non c’è più tempo (grazie al cazzo). Dobbiamo rimandare il tutto tra un mese. Legge le analisi del sangue. Sono perfette ma nonostante ciò mi ordina di ripeterle dopo due settimane. Percepisco che è solo una sua scelta che non sta seguendo nessun protocollo. Scrutando tra le mie abitudine emerge una faccenda che accomuna entrambi. Miracolo. Diventiamo all’improvviso quasi fratelli. Questo è culo. Non cambierà molto, anche lui è un ingranaggio dell’immensa macchina burocratica in cui sono intrappolato, ma tanto basta per procrastinare i prossimi famigerati e costosi esami di due mesi. Posso tornare a respirare. A bere di tanto in tanto un po’ di vino senza la paura di un controllo estemporaneo (almeno spero). Sì, perché c’è il rischio che da un giorno con l’altro ti chiedano di fare le analisi e di portarle immediatamente per esaminarle.

Ma come? Stasera ho invitato alcuni amici per festeggiare la nascita di mio figlio e non posso bere qualche bicchiere di vino rosso e una grappa? No. Non puoi.
Diciamo che in sé il protocollo non sarebbe nemmeno errato. Se arrivi al NOA significa che qualche problema effettivamente di fondo c’è. Il difetto di forma sta nel fatto che anche una persona senza problemi di alcool, come me, può finire nel vortice, venire risucchiata e trattata come l’ultimo degli ubriaconi. Basta essere beccati una delle rare volte che hai esagerato. E a quel punto non reggono le scuse.
Il medico mi consiglia (ma suona più come un obbligo) di frequentare da lì a due settimane una sessione di terapia di gruppo, un incontro informativo sugli aspetti sanitari e legali correlati all’alcool.
Stile film americano (ambientato più precisamente ad Akron nell’Ohio), seduti formando un semicerchio. Su di una parete, quella libera, sono proiettate slide divertenti informative sull’abuso di alcolici. Relatori uno psicologo psicoterapeuta e una dottoressa. Entrambi stucchevolmente affabili. Prima di entrare nella stanza veniamo tutti sottoposti all’etilometro. Sorrido in fila indiana. C’è anche Gerard Depardieu dietro di me. Sono le dieci del mattino. Difficile che qualcuno risulti positivo al test. Ma è il protocollo. Facce tutte diverse, che raccontano tante storie. Uno pseudo Skinhead incazzato con il mondo. Un africano che parla a stento italiano. Un cinese che continua a sorridere affiancato dalla sua interprete, unica donna del gruppo (ma innocente). E poi Gerard, due ragazzi più giovani di me, di cui uno fighetto, due volontari ex alcolizzati, un uomo rabbuiato che non potrà più lavorare perché beccato sul posto di lavoro. Sapevate che chi ha la patente C e viene pizzicato in macchina anche con un solo bicchiere di vino in corpo è punibile con il ritiro della patente? Sì, perché un camionista rientra nella tolleranza zero, come i neopatentati. E non importa se non guidi il camion da una vita o se non hai la minima intenzione di farlo. Se hai la lettera C segnata sulla patente, anche solo per sfizio, non puoi assumere una goccia di alcool e metterti al volante della tua auto. Lo Skinhead non proferisce parola, ha lo sguardo truce, fiero. Di cosa poi non lo so. La seduta dura due ore. Sono curioso di sapere come si svolgerà il test del capello. Quanto sia invasivo e se rischio qualcosa avendo assunto negli ultimi sei mesi dell’alcool, seppur moderatamente. La dottoressa mi risponde che il test  riesce a scorgere anche la minima traccia di alcool assimilata. Sono nella merda quindi?
Anche qui c’è un range di tolleranza.

Se analizzandolo troveranno una concentrazione di EtG (L’Etilglucoronide sì, proprio lui – chi non lo conosce?) compresa tra i 30 e i 50 bilionesimi di grammo per ogni milligrammo (pg/mg) sarò etichettato come un consumatore abituale di alcool. Se supererò i 50 sul mio dossier apparirà in rosso la parola “DIPENDENZA”.
Confido di risultare un consumatore occasionale, moderato, da 7 a 30 (1).

Intanto l’africano si preoccupa di esporre la sua storia. Stenta, non capisce. Ha perso il lavoro a seguito del ritiro. Ha bevuto in pausa pranzo e poi si è messo alla guida del muletto. Dice di avere una moglie e due bambini a carico. Non si può fare nulla. Il brusio dell’interprete fa da sottofondo e stempera il dramma di queste situazioni, scaturite per leggerezza, un bicchiere di troppo e che possono rovinarti la vita. Gerard racconta la sua. A lui la polizia ha confiscato anche la macchina e ciò fa supporre che avesse un tasso alcolemico superiore a 1,50. Giocherella con una sigaretta, ha le guance rosse e i capelli unti, lunghi. Avrà 50 anni, penso, e lo immagino inveire conto i poliziotti colpevoli di averlo fermato. La burocrazia l’ha intrappolato in una ragnatela, come tutti noi. Il fighetto sorride sotto i baffi, che non ha. Sfoggia un ciuffo alla Fiumani, ma avrà la metà dei suoi anni ed è inconsapevole, leggero. Il Giapponese è un enigma e la sua interprete non credo parli italiano. Chissà che cosa gli racconta (per me è la macc…).

Prendono la parola i due volontari, ex alcolizzati ora astemi, che non toccano un goccio di vino da vent’anni. La loro è una missione. Mi immagino per un istante al loro posto, dopo una serie infinite di sventure. Sciorinano consigli e avvertimenti. Sembra tutto ovvio e scontato ma non lo è.
L’alcool è una sostanza tossica che altera il proprio organismo e la percezione. È classificato dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS) fra le droghe ed è causa di una dipendenza il cui grado è superiore rispetto alle droghe più conosciute.

Termina la sessione, lo Skinhead fugge, stringo mani, Gerard si accende finalmente la sua sigaretta, io  mi avvio verso casa.
(Continua)
Leggi la prima parte “Mi hanno ritirato la patente. Sono un coglione.
Leggi la seconda parte “Il mio nome è h24 e ho un carceriere”
Leggi la quarta parte “Quelli della Commissione patenti di Brescia”
(1)  da “Mi hanno ritirato la patente. Sono un coglione”, www.odiopiccolo.com del 31 Gennaio 2015.

 

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