E già non è più buio

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e già non è più buoio

M’innamorai di lei perché faceva freddo. Voglio dire: la temperatura rigida di quell’inverno ci regalò una serata intensa. Un divano, una coperta, gli amici ubriachi che ballano, e noi due seduti l’uno accanto all’altra a sorseggiar pensieri liberi, spontanei, onesti. Il primo bacio il mattino dopo, al risveglio, il mio, per la precisione, lei sfiorò le mie labbra e dolcemente mi sussurrò di svegliarmi, era pieno giorno e dovevamo sistemare l’appartamento. Il suo, come sua era la festa della sera prima. Tutti gli altri andati, spariti, perduti in dondolii alcolici. Realizzato d’essere ancora vivo, e sveglio, ed ecco il primo, vero, profondo bacio. Come se in quel momento trovassero sfogo anni di assoluta inattività amorosa e sessuale.

Lei era perfetta. Per me, intendo, non certo perché senza difetti; insieme stavamo bene, comodi, in sintonia. Arrivammo a convivere, a condividere magliette sporche e calzini sparsi per casa, mutande ritrovate per caso nelle tasche di giacche pesanti e dentifrici seccati per colpa di tappi perduti. Persino le piante sembravano gioire per noi, e fiorivano, come tutti quegli arcobaleni generati dai suoi occhi. Io ero felice, davvero, rapito dalla sua freschezza, dal suo modo di vedere la vita come un dono. Ci si consuma donandosi, e noi respiravamo appieno la nostra comune follia. Dipingevo, anche il suo corpo, e le sue dita intrise di colore disegnavano sul mio parole d’intesa, quella che soltanto due persone desiderose di amarsi sanno e possono dirsi, anche senza parlarsi.

Quel giorno faceva caldo, lei credeva che vivere senza sporcarsi le mani era come dipingere senza usare i colori, e ci andò. Corteo contro una classe dirigente ipocrita, interessata soltanto ai propri privilegi. Faceva caldo, io dovevo lavorare e lei sfilò in quel corteo. Perché si scateni, la violenza, basta poco. Un semplice sasso raccolto dal ciglio della strada. Lanciato da qualcuno troppo istintivo, impulsivo. Le forze dell’ordine ne mandarono cinque o sei, all’ospedale. Un paio ridotti in fin di vita. Lei era fra questi. Telefonate, corse, rincorse, e pensieri che s’inceppano, si perdono, troppi, tutti insieme. Non faccio in tempo, però, e quando arrivo non c’è più. Soltanto il suo corpo ricomposto in qualche modo. Soltano i miei ricordi e la sua voce che rimbomba dentro. “Tieni la mia mano nella tua, e la paura non c’è più”, diceva, a volte, svegliandomi di notte. La paura di non potersi donare, di non trovare un senso a questa vita faticosa, ingannevole. E, stringendole la mano, dormivamo senza più paure. Consapevoli che non sentirsi soli può farci davvero vivi.

M’innamorai di lei perché faceva freddo; ora, quel freddo, non lo sento più.

 

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