È giusto affidarsi al nostro buonsenso?

0
il buonsenso

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Michela, medico palliativista per la Fondazione Ant, per capire come procedeva il suo isolamento dopo essere risultata positiva al Covid19 . Ciò che è emerso è un quadro molto poco rassicurante.

Ciao Michela puoi riassumere la tua storia?
“Il 21 marzo ho iniziato ad accusare i primi sintomi di quello che poi si è effettivamente dimostrato essere il Covid-19. Il giorno dopo e quello seguente la febbre è salita a 38 gradi. Mi chiama il mio collega e mi dice che posso andare a fare il tampone e che verrò contattata a breve dalla Poliambulanza.

Il 25 Marzo mi reco a fare il tampone. Il 26 marzo vengo informata che l’esito è positivo. Domenica 29 mi chiama l’Agenzia per la Tutela della Salute per avere conferma della positività. Il lunedì successivo mi contatta nuovamente l’ATS per l’indagine epidemiologica”.

Come funziona questa indagine?
“È uno screening vero e proprio: spiego quando mi sono ammalata, quali sintomi ho avuto e quali sono stati i miei contatti da quel momento con le altre persone”.

E che contatti hai avuto?
“I contatti sono stati unicamente nel mio nucleo famigliare: non ho potuto mettermi in isolamento e già dal giorno dopo al mio compagno si è alzata la temperatura. Mi è stato quindi detto che mi avrebbero chiamato probabilmente per sapere come procedeva l’infezione lasciandomi un numero da contattare nel caso in cui la situazione si fosse aggravata o semplicemente per fugare qualsiasi mio dubbio”.

È stato l’unico contatto medico?
“No: mi ha contattato successivamente anche il pediatria di base (Michela ha due figli di 6 e 12 anni, ndr)”.

E poi che succede?
“Lunedì 6 Aprile sono stata contattata dall’Agenzia per la Tutela della Salute, per comunicarmi che il mio compagno e miei figli potevano dal giorno successivo (il 7 Aprile ndr) finire la quarantena e uscire liberamente”.

E qui si interrompe per un attimo la nostra intervista a Michela. Che sentiamo vicina a noi: perché bresciana, perché legata a odiopiccolo.com.
Perché contagiata dal Covid-19.

Eppure, pur essendo lei il caso 0 del suo nucleo famigliare, mancava all’appello.
Perché la telefonata dell’operatrice ATS riguardava solamente i tre uomini di casa. La dottoressa era esclusa. L’operatrice ATS non sapeva evidentemente che Michela aveva contratto il virus e solo lo zelo ed il buonsenso del medico ha chiarito l’equivoco.

Tu Michela come hai reagito?
“Ho chiesto come avrei dovuto comportarmi io. L’operatrice stupita mi ha chiesto se ero Covid19 positiva”.
E qui comincia una seconda parte, un film totalmente diverso. Perché i protocolli sono diversi.

Cosa ti è stato detto Michela?
“Quando l’operatrice è stata informata che ero io ad aver contratto il virus e che il resto della famiglia di conseguenza era stata presumibilmente contagiata, mi è stato detto che dovevo aspettare di essere richiamata per un altro tampone e che a questo punto i famigliari dovevano prolungare la quarantena fino al venti di aprile o fino alla negativizzazione del tampone”.

Qui si apre un capitolo difficile: cosa succeda effettivamente dopo questo accertamento, non è chiaro. Non lo sa nessuno. È questo il problema che sta attraversando la nostra regione, il nostro paese. Chi guarisce, guarisce davvero? Fino in fondo? Non è più a rischio?

Ma torniamo al tema principale. Perché vi scriviamo queste righe? Perché abbiamo voluto condividerle con voi? Per spaventarvi? Per attaccare qualcuno? No, no di certo. Il direttore potrebbe parlarvi di un lutto a lui vicino, l’editore della situazione difficile che sta vivendo in casa. Si vuole sottolineare -purtroppo- quanto si rischi di brancolare nel buio.

Perché, ricapitolando, ci sembra di poter dire che nella storia di Michela, o meglio del trattamento Covid-19 di Michela, c’è una falla, una mancanza di comunicazione: un errore banale, figlio della stanchezza magari. Un campo di file saltato, o scritto male. Perché sappiamo quanto in questo momento sia il carico di lavoro sulle spalle di chi lavora nelle strutture preposte ai controlli ed i turni infiniti.

Non parliamo di incompetenza o di negligenza sia chiaro.

La sensazione è che la riammissione in società – se non c’è un’attenzione estrema – possa essere lasciata al buonsenso delle persone. Il compagno di Michela non sarebbe di certo uscito di casa e così i bambini di conseguenza. Ma siamo sicuri che non ce ne sia di gente priva di questo buonsenso, che esca a comprare al super mercato due yogurt e quattro piadine? C’è chi esce 37 volte al giorno perché non ce la fa a stare in casa.

Non si può lasciare la riammissione in società unicamente al buon senso delle persone. Il motivo è semplice. Chi oggi a Brescia ha guardato fuori dalle finestre ha capito il perché. È bastato dire alla gente: obbligo di mascherine, e tanta, troppa gente, era in giro.

Non è ancora finita.
E le persone non hanno buonsenso.

 

About author

No comments

Ops... questo forse ti è scappato!

Pagellone da 10 a 1 su Brescia

Pagellone da 10 a 1 su Brescia

Voto 10 alla fine di Christo e Jeanne Claude. Uno dei dieci posti dove esserci nel 2016. NEL PIANETA. Dopo code leggendarie, malori, treni scadenti ...