E tu… di che piazza sei?

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E tu di che piazza sei?

Inchiesta sull’uso di hashish e marijuana nella Brescia di fine anni ‘90.

Il sabato pomeriggio (ma anche la mattina) si andava alla Tomba del Cane o in Castello.
L’infra-settimanale si divideva a seconda delle piazze di conoscenza o di appartenenza.
Ogni quartiere aveva la sua.
La stazione era l’ultima risorsa.

Meglio le panchine di Mompiano o i Morrison, il Dirga (bar Garda n.d.r) era sempre una garanzia, il parco Castelli, il Poli, i Buckingham (i Bacci ovvero il Parco gallo), i Luna, le Scalette di San Polo, il Cherpatto sopra la Funivia, i Tre Pini a Fiumicello.

Gli spacciatori erano personaggi mitologici a cui si portava rispetto. Questo non impediva tuttavia di richiedere sempre alla fine della transazione il classico Salvatore ovvero una Giunta, rievocando il famoso terzino ex Brescia (spesso tale giunta si riduceva a una minuscola scaglia di perro).
Un deca e via (o un tinveno in troqqua), la serata cominciava.

Dopo la classica scarichetta, che consisteva nel consumare tutto il ventino in loco e in sequenza (fumavano i 4 collatori, chi non aveva pila si inseriva come quinto (il tonqui) e gli toccava la uedra, l’avanzo dei 4 tiri) si raggiungeva il posto stabilito non prima di aver fatto ovviamente almeno un viaggiante.

Tomba del Cane

Tomba del Cane

Di solito il più gettonato era la Briscola, un parcheggio sterrato sui colli Ronchi lungo la via panoramica. Si parcheggiava la macchina con vista città. Sullo sfondo il Duomo e il centro storico. Paesaggio romantico, dacamporella.
Luogo ideale e riservato, che se privo di altre macchine ti permetteva anche di tirare qualche calcio ad un pallone. Tuttavia era rischioso. Non c’era via di fuga, se non il bosco adiacente. Se arrivava la polizia erano cazzi. Quando si è ‘leggermente’ sballati è tutto amplificato.
La fuga quasi impossibile.

La Tomba del Cane era un altro luogo molto suggestivo. Situato sempre sulla via Panoramica al primo tornante dopo l’imbocco da via Filippo Turati.
Alla tomba non si poteva accedere ma l’ingresso del giardino era fornito di una panchina in marmo bianco, ideale per fumare in tranquillità un sano spinello.

Gettonati erano anche il sagrato della valle di Mompiano, i bidoni e la fontanella di Costalunga, la segheria sempre a Costalunga, il parcheggio della Domus a Costalunga, il Cimitero degli Indiani a Costalunga, il parco della Cadrega, la Madonnina (seconda curva sulColle San Giuseppe), il ponticello dietro a Club Azzurri e più avanti leGarso.

Il week-end ci si trovava a tarda ora sulle rotaie del Lio.
Solo una volta nella mia vita ho visto passare il trenino per Iseo. Ma forse ero sballato.
Era una zona franca alla luce della luna.

Gli spinelli.
Si sdrumava il perro e i polpastrelli si scottavano. Si leccava una paina per aprirla ed inserire nel palmo della mano il tabacco per creare lamista. Una cartina smoking oro nelle situazioni standard e si procedeva alla creazione, ognuno a suo modo.
Torcioni enormi o sottili.

spinello a bandiera

spinello a bandiera

– A bandiera, chiuso al contrario cosicché la carta in eccesso sventolasse come una bandiera e potesse essere rimossa evitando quindi di fumare carta in eccesso.

– A castello, quando non si avevano cartine lunghe ma solo corte; l’arte di unire due cartine corte per farne una lunga.

Spinello a Carciofo

Spinello a Carciofo

– A carciofo la cui costruzione era più complessa. Si inseriva all’interno della mista un filtro tradizionale (solitamente costruito con una riduzione della disco) lungo circa quanto una sigaretta, si raccoglieva poi il tutto con più cartine unite e si chiudeva simulando un sacchetto che veniva legato con un nastrino al filtro. Il risultato era quello di un carciofo a gambo lungo.

– Alla marocchina quando il filtro tradizionale (quello a esse creato con le alette del pacchetto di sigarette) veniva sostituito da un pezzo di paina.

blunt

blunt

– Rare volte si fumavano il purino di sola erba o il misto (o mimetico) di erba e perro insieme, troppo costosi e comunque dall’effetto devastante per chi come noi si drogava con relativa moderazione.

– Quando non si avevano cartine si utilizzava l’involucro esterno di una sigaretta svuotata (il cosidetto svuotino). Momenti, questi, in cui ti sentivi un vero e proprio fungo. Capitava, tuttavia, che si utilizzasse anche un foglio di tabacco pressato (blunt). Mai capitato in vita mia…forse i milanesi.

Si faceva girare la canna e se qualcuno la tratteneva troppo a lungo veniva sollecitato a passarla con la simpaticissima frase: ‘Oh, hai mangiato il pollo?’ Il significato era insito nella frase stessa.
Se mangi il pollo hai le dita unte, appiccicose. Il baiano ti restava quindi incollato.
C’era poi il momento del ping pong, di norma quando si era in due a consumare. Si trattava di passarsi il ciano velocemente, in genere un tiro a testa.

Sballati si affrontavano i discorsi più variegati e il mondo di una coccinella diventava un macrocosmo in cui perdersi.

Di seguito alcuni nomi con cui si indicava uno spinello:
si passava dai classici ciano, joint, bogazzi ovvero gazzibo non al trancorio, torcio o torcione, canna o cannone, spino, tromba o trombone, baiano (o Ciccio Baiano) ai più raffinati colonnelo e petalo.

Ricordo la moda del flash, ma durò poco.
Consisteva nel bruciare il filtrino impregnato di olio ed inalare i fumi rilasciati. Per non sprecare nulla.
Venne bollata dopo poco come pratica patta.

bummare il cilum

bummare il cilum

Il Tubo o Chiloom, Lotto oTubarda ti consentiva di inspirare direttamente nei polmoni molto più thcrispetto allo spinello.

Ho incontrato un espertoper approfondire il discorso:

‘Buongiorno, parto subito col dire che Diego V. una volta mi voleva convincere a tutti i costi che l’hashish si poteva assumere anche tenendo un pezzo di perro tra gli incisivi e che poi, aspirando una normale boccata dalla paina, a suo dire il thc sarebbe sceso nei polmoni.
Così non lo dovevi neanche sdrumare.
Mi diceva ‘Casso inchilat de figa vecio è vero fes io ho provato e mi ha sballato a bala!’

Il Chiloom, il Tubo, dovrebbe avere un capitolo a parte.

La prima considerazione è che il Chilum è roba da uomini e non puoi dirti uomo finché non ne hai fumato uno.
Quando avevo 20 anni la canna era per le ragazze.
Aveva tutte le sue regole.
L’utilizzo di tale arnese e fumarlo in gruppo creava un legame di sangue inscindibile tra gli astanti.
A seconda del tipo di porro (solitamente ciocco) e del numero dei fumatori cambiavano le dimensioni del cuneo interno o del tubo stesso.
Una mia amica ne aveva anche uno da viaggio, piccolino, così ti facevi la tua bummatina in 4 e 4 otto giusto per dare il giusto flow alla giornata.
All’opposto ce ne erano di giganteschi, detti bambini per le occasioni speciali.
Io mi sono sempre orientato sul pezzo da 5.

La manutenzione di tale attrezzo era di vitale importanza per la qualità della fumata.
Anzi appena comprato andava subito messo a regime affinché il fornello si impregnasse e rendesse così poi la fumata soft&fresh.
Andava pulito immediatamente dopo l’uso (con un fazzoletto arrotolato a formare una stringa)  e una volta ogni tanto lavato immergendolo nel latte.

E poi il rituale e le gerarchie: chi bumma, chi geppa, chi trixa, chi fa il quarto. il Boom, il Gepp, il Trix e il Quart.

In alcune compagnie chi mistava bummava ma il proprietario del chilum geppava.
Poi dipendeva.
Magari tu mettevi il porro, lui l’attrezzo e io miscelavo: a chi spettava bummare?
Sempre chi mistava!
Il detto diceva: Chi schisa impisa.
Ma dopo i primi anni ruggenti nessuno voleva più accendere, allora si ricorreva al classico bimbumbone.

Poi a bummare bisognava essere capaci e se non eri così avanti da farlo da solo (con quelli lunghi era difficile) dovevi affidarti a mani esperte che nell’atto dell’accensione (quasi sempre col bic ma il top era il fiammifero) non ti facesse aspirare il gas, la famigerata sgasatona ma al contempo riuscisse a dare la brace uniforme al fornello.
Questo dipendeva anche da quanto tu eri bravo a farlo partire con un’aspirata profonda ma graduale. Pratica detta allungo.

Alverman Cilum

Alverman Cilum

C’era gente che accendeva il Cilum con il naso (probabilmente adesso padre di famiglia).
Se compivi 19 anni dovevi obbligatoriamente accendere (bummare) 19 Cilum.
Il must del vero fumatore consisteva nel possedere unChiloom firmato Alverman, personaggio bresciano costruttore dei miglioriCilum del mondo e vanto per la nostra provincia.’

Sono anni andati ormai, si parla di 15 anni fa, il secolo scorso. Adesso le cose sono cambiate.
In meglio o in peggio? Io non lo so più ormai…

 

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