Il trancorio, storia di una lingua tutta bresciana

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Il trancorio, storia di una lingua tutta bresciana

Il Trancorio forse nasce a Brescia all’inizio degli anni ’80.
Forse il Trancorio nasce a Milano sempre nello stesso periodo.
Ci sono diverse scuole di pensiero.

Ricordo il comico Maurino (Mauro di Francesco) nel ruolo di un portiere d’albergo nano (dal busto spuntavano solo i piedi senza gambe) utilizzare già all’epoca il termine gaffi.
Anche il commendator Camillo Zampetti (il compianto Guido Nicheli) parlava Trancorio in alcuni suoi film.
Ricordo soprattutto alcuni episodi de “I ragazzi della terza C”, dove l’imprenditore di salumi si rivolgeva a “Biancaneve” (il fido domestico ronne) utilizzando espressioni al Trancorio, ma perlopiù era sempre la parola “gaffi” a essere pronunciata.

É di fatto a Mompiano, ribattezzata in quegli anni Mompracen (le tigri di Mompiano, “isoletta” di Brescia), che questa lingua prende vita e forma, subisce trasformazioni.
I giovani potevano parlare liberamente tra loro e trasmettersi messaggi in codice senza correre il rischio di essere capiti.
Diventava possibile così insultare una donna seduta di fronte sul bus dicendo ad alta voce: “Dargua la chiavve di darme branse uno strommo rimmano!”.

Occorreva fare attenzione però.

La gamma Ornella Brunelli - trancorio

La gamma Ornella Brunelli

Ricordo un mio caro amico, fuori dal bar Beccaria, annunciare eccitato l’arrivo della pestunda maga Ornella in compagnia del suo noerme compagno ronne:
“La gamma! la gamma!”, urlò saltando felice.
Ma la gamma capì e seppur non fosse stata esplicitamente offesa, lo fulminò con lo sguardo lanciandogli una terribile maledizione (maledizione che si diceva potesse essere sconfitta solo trascorrendo un lungo periodo in Tanzania).

L’utilizzo di questa strana lingua simile al verlan francese (che appunto significa contrario) si diffuse rapidamente obbligando la ristretta community a creare una specifica grammatica.
Le regole base sono all’apparenza molto semplici.
Basta invertire la seconda sillaba di una parola con la prima.
Così pane diventa neppa, muro rommu, culo loccu.
Queste, tuttavia, sono parole semplici, formate da solo due sillabe, dove la seconda inizia con una consonante.
Come avrete certamente notato la prima lettera della seconda sillaba viene raddoppiata, per dare maggior enfasi alla parola stessa.
Per le parole che hanno più sillabe la regola vale allo stesso modo. Ma la costruzione del nuovo termine diventa più complessa.
Provate a pronunciare al Trancorio le parole “corrugare, espletare, inficiare, attitudine”.
Le risorse cognitive sono poco attrezzate per un simile sforzo e si fa quindi molta più fatica.
Corrugare ruccogare, espletare pleestar(r)e, inficiare fiinciar(r)e, attitudine tiattudine.
Ci vuole una buone dose di attenzione e un discorso complesso al Trancorio può diventare davvero faticoso, sia da pronunciare che da comprendere.
Non mancano poi numerose licenze poetiche.
Così espletare può diventare pleestarre con una doppia r, licenza ammessa, quasi una finezza…ma anche pleesc(h)tarre potrebbe essere ammesso, con la sc di scivolo.
Parole in cui la prima sillaba inizia con una vocale sono chiaramente più difficili da trasformare, poiché come nel caso di “inficiare” bisogna essere bravi a dare enfasi alla doppia vocale risultante dalla conversione.

area di broca e wernicke

area di broca e wernicke

E la parola “occorre” come la tradurreste in Trancorio?
La risposta corretta è “coocrre”.
Una splendida parola.
Difficile però che possa essere compresa al volo anche da un interlocutore esperto. Per questo motivo è più facile venga tradotta con il ben più familiare coorre, in cui vengono trasgredite le regole base prediligendo la fluidità e la conseguente maggior fruizione della parola.

L’area di Broca (quella parte dell’emisfero sinistro del cervello la cui funzione è coinvolta nell’elaborazione del linguaggio) potrebbe quindi avere serie difficoltà nel trasformare in Trancorio parole troppo complesse.
Così come in un ipotetico ascoltatore si potrebbe inceppare l’area di Wernicke (la destra) qualora fosse obbligato a interpretare un messaggio composto da parole così complesse.
E’ per questo motivo che il Trancorio venne per lo più utilizzato estemporaneamente con combinazioni semplici e a effetto (a volte singole parole) che a poco a poco entrarono nel lessico quotidiano di molti giovani.

Facciamo degli esempi:
Gaffi
Tappuna
Darme
Chiovve
Lobbe, labbe
Lappeto
Strommo

Proseguiamo poi con alcuni aggettivi dimostrativi:
Stoqque
Loqque
Ma come si scrivono correttamente?
Nella lingua italiana non esistono parole con la doppia q (o meglio, come mi ha fatto notare L.P., ne esiste solo una, soqquadro).
I linguisti studiosi del Trancorio hanno quindi introdotto questa peculiarità abbandonando presto l’idea di utilizzare il più familiare cq di acqua (che avrebbe reso comunque il senso di “doppia”).

Inoltre alcune parole con il passare degli anni si trasformarono.
Scarpe persca divenne uersca.
Pizza zappi divenne uappi.
Capelli peccalli divenne ueccalli.

Conosco una persona che ancora oggi si esprime spesso in Trancorio, è un suo marchio di fabbrica, uno stile di vita.
Solo pochi riescono a seguire interamente i suoi discorsi, solo chi ha studiato la “lingua”.
Gestisce un noto bar in centro (in via Trieste) e da lui si possono imparare tantissime nozioni su questa lingua sempre in evoluzione.
Sì, perché nel tempo si sono sviluppate diverse scuole di pensiero, ma solo poche persone hanno la piena padronanza della lingua e conoscono a fondo le sue incredibili sfumature.
N. è tra questi pochi eletti. Andate a trovarlo.

Verso la metà degli anni ’90 il Trancorio conobbe, poi, un periodo molto oscuro.
Chi lo parlava era considerato un po’ sfigato e a poco a poco questo modo di esprimersi cadde nel dimenticatoio.
Ma il tutto contribuì paradossalmente a rafforzare questa lingua, a creare una sorta di mito.
Un manipolo di nostalgici, infatti, riprese qualche anno dopo a utilizzarla con l’intenzione di rievocare ironicamente un modo di parlare grottesco che aveva segnato un’epoca.
Il risultato fu sorprendente.
A poco a poco Il Trancorio riprese a vivere e coinvolse anche le nuove generazioni.
Di più. Ci sono padri e madri che capiscono perfettamente il senso di molte parole pronunciate al Trancorio.
Forse hanno difficoltà a esprimersi ma la comprensione non rappresenta di certo un problema.
Comunicare in codice resta un bisogno primordiale e il Trancorio offre questa possibilità.
Così durante un pasto si può sentire sovente l’espressione ”sappami il lessa”, oppure il sempre di moda giudizio lapidario su di una pietanza cucinata dalla chiavve: “fa foschi” (anche qui la pronuncia può essere impreziosita con un dolce e musicale sc di scivolo).
Che dire poi di espressioni nate da parole già trancorizzate.
Per restare in tema da “foschi” sono nati tanti derivati.
Foschirria, termine con cui si definiscono situazioni o un insieme di cose appunto schifose.
Foschizzu, che ha lo stesso significato di foschi quindi di schifo ma meno categorico, più leggero quasi.
Foschizzina, epiteto appioppato (e mai più ahi lei cancellato) a una povera ragazza troppo minuta e dall’aria poco pulita.

fiorello - trancorio

Branse reffiollo

Il Trancorio è divenuto col tempo anche un espediente per addolcire particolari insulti che se pronunciati correttamente suonerebbero sicuramente più offensivi.
Sei una darme” è sicuramente più amichevole di “sei una merda”.
Glioccone, statte di zocca, glioffi di tappuna, lappeto di gaffi, i simpaticissimi “ticcreno e pistudo” sono tutti epiteti molto più leggeri e scanzonati degli originali.
Leggendario, poi, l’insulto molto generico che si dava a metà anni ’90 a qualsiasi persona dall’aria un po’ tamarra: branse Reffiollo. Ricordate?

Negli ultimi anni si è sviluppato poi un ulteriore filone linguistico direttamente dal Trancorio.
Il “contrario”, che non nient’altro che il Trancorio del “Trancorio”.
Si basa unicamente sulla consapevolezza di chi parla di pronunciare una frase strutturata al Trancorio ribaltandone nuovamente la disposizione sillabica utilizzando le medesime regole grammaticali del “Trancorio”.
Il risultato stupefacente è il ritorno all’origine della lingua.
Solo uno stato mentale, quindi.

Concludo dicendo che quest’articolo nasce dall’esigenza di rivendicare la paternità di uno slang nato e formatosi a Brescia.
Una vera e propria lingua che ha pochi professori e tanti seguaci.
Una lingua affascinante che tuttavia troppe volte viene usata a sproposito commettendo errori grossolani.

 

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10 comments

  1. Mauro 11 ottobre, 2015 at 06:45 Rispondi

    Tra quelli che dicono che il trancorio sia stato inventato addirittura in tempo di guerra, e le altre ipotesi descritte nell articolo io che sono un “rogna” degli anni 60 dico la mia…” roe un bimbano coppilo ….primi anni 70. Nel cercare di comunicare con i giganti intorno a me prima delle scuole elementari, per un difetto dell area cognitiva/linguistica “larpavo al trancorio”… questa cosa faceva impazzire mia mamma e divertire gli altri adulti e una delle frasi famose che uscirono dalla mia difettosa area linguistica fu :” mama mi ha promcato il pacotto” e tanti altri involontari strafalcioni ..siamo a Mompiano in via ambaraga…amici di famiglia dei miei sono i genitori del compianto ” il Deina” e in quel tempo da vicini di casa io al civico 57 loro al 61 (i numeri allora erano diversi, tutti 27 con una letterina a fianco)ci si frequentava spesso. Sia a “taiba” che in ” tircole”. Chi ricorda il Deina ricorda anche la sua originalità. Ebbene lui per tirarmi x il ” loccu” comincia a “larpare al trancorio ” per davvero. E poi pian piano lo esporta in zona bar Garda (il dirga), quartiere valotti, da dove si espande a macchia d’olio. Questo è quel che ricordo. Anche io negli anni ho larpato al trancorio ma la mia non è stata la prima generazione. Bensì quella dei miei fratelli più grandi a Mompracem, quelli nati nei primissimi anni 60. Ciao Deina ti ricordo sempre. PORISA IN CEPA.

     
  2. noste 11 ottobre, 2015 at 11:34 Rispondi

    Che dire…il mio soprannome nasce proprio dal trancorio…Rigna stasse in Tronce e cose così…quasi tutti in compagnia e vi parlo degli anni 90 avevano una specie si soprannome…per alcuni é scomparso, per altri no…io…altri no 😃

     
  3. il gorry 15 ottobre, 2015 at 21:12 Rispondi

    Il trancorio l’ammobia intanveto inno nel taontauedu a piammono . Mompracen meco roppala è tonna nel vannontaueddu.
    stoqque lo ceddi il GORRY

     
      • David Brent 19 gennaio, 2017 at 00:20 Rispondi

        Invece io sono d’accordo con lui, sono cresciuto a Mompiano e per quel che mi ricordo nel parlato le parole di tre sillabe con vocale all’inizio le ho sempre sentite “tradotte” invertendo la seconda e la terza sillaba, non la prima e la seconda andando a formare quei mostri citati nell’articolo. Il trancorio nasce come lingua parlata quindi la fluidità deve essere prioritaria rispetto alla rigidità delle regole.

         
  4. Mauro 16 ottobre, 2015 at 15:34 Rispondi

    …impossibile nell 82 perché ci sono persone più vecchie che lo parlavano prima. Anche Mompracem è stata definita quando ero piccolo io fine anni 70 inizio 80.

     
  5. Anonimo 2 novembre, 2015 at 16:25 Rispondi

    scusate che figata , vengo solo ora a conoscenza di questa sezione dedicata al trancorio..!!! io cominciai a parlarlo a fine anni settanta, nelle varie compagnie che ruotavano intorno al complesso Europa 70- Valotti, appunto a Mompiano..
    Vogliamo parlare di “centro di gravità permanente”, nota canzone di Battiato , cantata tutta al trancorio: corce un tronce di vigrata mapertente..!!!!
    idem “luna” di Gianni Togni: meco resta rifuo dal pomte…!!!
    Mio figlio, che ora ha sette anni, ogni tanto si sente dire, dal sottoscritto: ” vuoi quencintonce reli…!!!”

     
  6. patoco 5 gennaio, 2016 at 17:01 Rispondi

    Che articolo autoreferenziale, i portuali di Trieste lo parlano (senza mai essersene vantati, o avergli dato un nome) ancora da quando c’era l’Austria-Ungheria. Tempi in cui i Triestini non avevano neppure mai sentito parlare di una città con quel nome.
    E sto tricchebalacche che dite voi non è una lingua: è uno stratagemma che si usa ogni tanto per dare meno enfasi ad un’offesa oppure per far ridere qualcuno. Ed è il motivo per cui ancora oggi fuori da certi locali triestini trovi gente che si lamenta che dentro è pieno di CIFRO o di GRINE

     
    • Jennifer 12 gennaio, 2016 at 20:17 Rispondi

      Mah se lo dici tu… Comunque si dice Grinne con due n e Ciffro con due f. Non so che lingua si parli a Trieste ma gli idioti che hai sentito lamentarsi fuori dai locali erano sicuramente bresciani…

       
  7. Flaviano 20 dicembre, 2016 at 17:35 Rispondi

    oh, una pagina ben scritta sul trancorio.
    Ho appena finito di raccontare ad un giovane collega mantovano cosa fosse e cosa ha rappresentato per noi bresciani,
    e ho trovato qui per filo e per segno quanto gli ho descritto.
    io sono del ’69, di mpiammono… alla virgilio venne un giorno una supplente che si stupì che ancora lo si parlasse,
    lasciando tutta la classe di stucco. Questo ci fece capire che il trancorio arrivava almeno dagli anni ’60.
    più tardi metterò questa pagina su FB, sarà un momento di condivisione con tanti altri vecchi amici.

    una cosa che ricordo benissimo per la sua stranezza è collegata al gioco “asteroids” che era installato al bar Garda… quando usciva l’UFO veniva chiamato “la ZZIPPAIA” (=Pazzia), perché valeva un sacco di punti….

     

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