Il Vecio

0
il vecio brescia

Agli albori dello slang bresciano il ‘vecio’ era utilizzato per identificare il proprio padre (e per ovvie proprietà transitive ‘vecia’ la madre). In tal modo i giovani potevano rimarcare con senso d’immediatezza il divario generazionale tra loro e i genitori (che per l’adolescente significa divario d’identità) e sottolineare che, se il proprio genitore viene appellato con una datazione umana sopra la soglia della piena maturità tramite un termine che evoca lo stantìo, il logoro e il passato, significa che il portatore di speranze per il futuro, la forza motrice fisica e mentale della società sta proprio in Chi pronuncia la parola ‘vecio’, ossia il simpatico gnarello ancora minorenne.

Ma poi il gnarello cresce e sente che la datazione umana è un pericolo che a breve può incombere anche su di lui. E come si suol dire, la miglior difesa è l’attacco: dalla parola ‘vecio’ viene estratta l’essenza del contenuto affettivo per poterlo riproporre agli amici, ma quelli veri, che lo hanno visto crescere, quelli che stanno diventando ‘veci’ insieme a lui.
In tal modo ‘vecio’ nato come termine di separazione, diventa un termine di aggregazione.
“Hei Vecio, come va?” (“Carissimo, che piacere vederti.”)

Il Maschio.
Per il maschio bresciano, il darsi del ‘vecio’ è diventata una prassi talmente comune da avere esteso il termine a chiunque entri in una relazione dai toni informali con lui. Tant’è che dare del ‘vecio’ è un ausilio estremamente funzionale quando non si ricorda il nome di qualcuno. Per il bresciano, quindi, ‘vecio’ è il corrispettivo di “tizio che da qualche parte ti ho già visto”, ma con un tono più affettuoso.
“Hei Vecio, come và?” (“Ci conosciamo, giusto?”)

La femmina.
Come sempre più complessa, come sempre poco accomodante nelle questioni di poco conto.
Ossia, non tutte le donne gradiscono essere chiamate ‘vecie’.
Ma chi è la bresciana che ci tiene a questa informale linea di confine? E con chi?:
La madre quarantenne nei confronti del proprio figlio che si sta appropinquando all’adolescenza.
Non è semplice per lei entrare in casa, stanca dal lavoro e dalla palestra per sentirsi sempre giovanissima, e sentire quel pirla di suo figlio che pigramente al telefono con un suo amico dice: “Sì, verrei volentieri, ma la mia vecia non vuole.”
Vecia a Chi?!?
E subito le viene in mente che lei stessa usava questo termine per sua madre, ma quando era lei che lo usava, sentiva che era appropriato,  perché sua madre era percepita veramente ‘vecia’, e non per l’età, ma per l’atteggiamento: una sorta di rassegnazione all’interno del ruolo.
E dal momento che la femmina contemporanea sta combattendo una battaglia contro la passività dei ruoli, la parola ‘vecia’ sentita dal figlio le fa scattare questo allarme.
Ma in realtà l’allarme che scatta è duplice: anche se fosse una donna che non si fa nessuna di queste pippe mentali, il fatto di sentirsi appellare ‘vecia’ dal gnarello che possiede metà del suo patrimonio genetico, quando fisicamente e mentalmente si sente tutt’altro, le girano banalmente le palle.

Tutte le declinazioni del ‘vecio’:
Vecchissimo: è l’amico vero, al quale vuoi sottolineare il tuo affetto.
Vez: utilizzato dalla nuova generazione di fighetti.
Veghiu: utilizzato dalla nuova generazione di tamarri.
Il Chiovve: il padre (o Nicola Franceschetti).

 
vecio

About author

No comments

Ops... questo forse ti è scappato!