La macchia

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La macchia

Stringeva forte una vecchia tazza sbeccata per cercare di scaldarsi le dita. Le gambe appoggiate al calorifero, lasciava che il vapore del tè velasse il vetro ghiacciato. Lo sguardo fissava i palazzi della città, ipnotizzato dalle tante minuscole finestre che splendevano nel buio. Per oltre sei anni avevano fatto da palcoscenico a una moltitudine di storie intraviste o solo immaginate. Famiglie felici, amori traditi e anziani soli, le prime seghe in una cameretta piena di poster. Un’umanità intera a suoi piedi, e lui ne era stato testimone.
La prima volta che Francesco aveva visto l’appartamento, accompagnato dalla sua ragazza e dall’agente immobiliare, se ne era subito innamorato: una mansarda al sesto piano, e tutta Brescia che si estendeva nella sua composta frenesia. Sapeva che, se avesse scelto di andare a vivere in città, avrebbe avuto bisogno di una vista che non lo soffocasse; con un’infanzia trascorsa sul lago, gli spazi aperti erano per lui un materno psicofarmaco.

Nel pomeriggio, la ditta di trasloco aveva finito di svuotare le stanze dai mobili. Non potendo essere trasportati per le scale (erano tutti vecchiotti e non si potevano smontare), era stato necessario noleggiare una gru per calarli da una finestra. “Con quel che ti è costata – aveva commentato suo padre al telefono – avresti fatto meglio a non mollarlo quell’appartamento. Io te l’avevo detto”. Aveva lasciato che la provocazione cadesse nel vuoto —ti saluto, ho da fare— riattaccando con un tocco dell’indice, all’apparenza non più violento del solito.

In rispettoso silenzio, aveva osservato i mobili scendere verso il basso. Una lentezza snervante: “hanno fatto parte della mia vita per così tanto tempo – pensò – che è come vedere una parte di me precipitare al rallentatore”. Quante volte si era ubriacato a quel tavolo, quante volte ci aveva scopato con Paola. Adorava tenere la testa tra le sue cosce umide e viscose, giocando vorace con la lingua dopo averle legato polsi e caviglie per non farla ribellare. Sporgendosi un poco, aveva seguito il tavolo con lo sguardo mentre veniva calato nel vuoto. Immaginò Paola ancora legata lì sopra, contorcersi dal piacere, prima di essere caricata su un camion per essere portata via. Chissà perché, gli vennero in mente le immagini delle persone che si erano lanciate dalle Torri Gemelli in fiamme.

In mezzo alla sala, tre grossi scatoloni aspettavano di essere riempiti da quanto restava. Incominciò dalle pentole, posandole sul fondo. Poi fu la volta dei libri. Gli capitò tra le mani ‘La montagna incantata’, andò all’ultima pagina e lesse l’unica frase che aveva annotato: “Tu ami l’ordine più della libertà”. Lo chiuse e lo buttò nello scatolone, subito sommerso da posate e bicchieri. Sigillò le due ali di cartone con dello scotch marrone. Andò in bagno a vedere quanto era rimasto. Prese il bicchiere degli spazzolini, il sapone, le spugne della doccia e infilò tutto alla rinfusa in un sacchetto di plastica. Aprì l’anta dell’armadietto: rasoi, preservativi, un dentifricio ancora inscatolato, la sua tessera sanitaria—come cazzo avrà fatto a finire qui—, un tubetto con la crema per la candida semi-usato, un pennellino da trucco. Via tutto.

Davanti alla specchiera solo il barattolo con la crema per il corpo di Paola. Sapeva di miele e tè verde. “Adesso mi sembra di scoparmi una tisana”, aveva commentato, scherzando, la prima volta che se l’era spalmata. Restava un rotolo di carta igienica già iniziato, ma pensò che poteva anche regalarlo al nuovo inquilino.

Fu quindi la volta dei quadri. Iniziò con le fotografie in bianco e nero incorniciate in salotto. Prima “Le Violon d’Ingres” e “La priere” di Man Ray, poi il bacio di due vecchietti immortalato da Giacomelli in una casa di riposo, un vecchio regalo di compleanno. Non ne ricordava il titolo (anzi, nemmeno sapeva se ne avesse uno); gli era sempre bastato quello del reportage da cui lo scatto era tratto: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Per ultimo lasciò un quadro che aveva comprato durante un viaggio a Cracovia. Ritraeva una donna nuda, di spalle, mentre versa l’acqua da una brocca; in primo piano due enormi chiappe maldestramente sproporzionate. Francesco l’aveva comprato proprio pensando all’ossessione dell’artista e a una sua filosofica certezza: era il buco del culo l’origine del mondo, e il quadro di Gustave Courbet solo una celebre millanteria.

Lo appoggiò a terra per incartarlo con dei fogli di giornale, sapendo già cosa avrebbe trovato tra la tela e il telaio. Per paura che andasse perduta (e che qualcun altro potesse leggerla), ci aveva infilato la lettera che Paola gli aveva lasciato nella casetta della posta, a una ventina di giorni dalla fine della loro storia. L’aveva letta decine e decine di volte, ma non riusciva a staccarsi da quelle parole. Le considerava ‘perfette’; nessuno l’aveva mai descritto con così tanta precisione (tantomeno lui avrebbe potuto essere così sincero con se stesso). La prima volta fu come tenere tra le mani la radiografia delle proprie viltà, dei propri trucchi, delle proprie paure. Allo stesso tempo qualcosa di terribile e nuovo, raggiante e arcaico; qualcosa che solo un amore che si credeva eterno avrebbe potuto creare. Fissò la calligrafia da bambina, e non riuscì a resistere: io credo…

Io credo sia giusto soffrire a causa dei propri errori, soprattutto se molte persone hanno sofferto a causa tua per la superficialità e l’immaturità del tuo amore. Avviene una sorta di catarsi: come un eroe tragico, un Lord Jim che con il cuore pieno di nobiltà rifiuta la fuga e affronta il processo. Ma i giurati che ti giudicano sono tutti uguali, hanno lo stesso tuo viso, i tuoi stessi occhi tristi, i capelli spettinati e l’anima aperta come una cozza: sono centinaia di te stesso che giudicano te stesso, il vero, l’unico (sempre che ancora ne esista uno). Eravamo un sublime groviglio di corpi sudati che si davano piacere nudi nel lago, tra gli ulivi, nel fottutissimo letto bagnato di amaro, nell’auto a lato della tangenziale. Ovunque cazzo!… e tu hai distrutto tutto. Seguendo le regole di quale delirante gioco hai deciso di circondarmi di tante bugie? Una volta hai scritto che, come per vedere la linfa di un albero bisogna tagliarne il tronco, per capire un uomo bisogna amarlo o leggerne i versi. Io ho bevuto avidamente la linfa verde che mi soffiavi nell’anima: hai iniziato a scavare con un cucchiaino minuscolo, partendo dalle dita dei piedi, un tunnel profondissimo nel quale giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, riversavi bellezze e conoscenze sconfortanti. A me arrivava questo fluido come un’onda, un’attesa che mi precipitava in un gorgo di piacere e prostrazione. Già possessore del mio dentro, una sera hai osato tentare di prenderti anche il fuori e io non ho avuto il coraggio di oppormi. Ma, dopo essermi donata a te per tanto tempo, ho infine scoperto un uomo che mente, come mille altri. Un tenero commediante che vuole vendersi agli altri nel modo da lui prescelto, per vendersi a più caro prezzo, una puttana ben pettinata e profumata. Ora una rabbia cieca e ferina mi ha aperto gli occhi: sei solo un sincero imbroglione di se stesso, che si nasconde dietro presunzioni e montagne di libri e di film visti, di frasi e di concetti rubati. Un meraviglioso e attraente gesuita vendifrottole, che ama stupire e stare al centro dell’attenzione, vantandosi dei limiti che non ha osato darsi. Sei un mistificatore che non conosce vergogna e se ne vanta, sei diventato il protagonista del tuo libro preferito, quello che non sei mai stato in grado di scrivere.

Non voglio vederti mai più, ti amerò per sempre.

Paola.

Chiuse la lettera. Ascoltò per un attimo l’acqua gocciolare nei caloriferi accesi. Si sentiva svuotato. La rimise al suo posto, aprì il Corriere della Sera e fece un veloce fagotto. Il “letto bagnato di amaro” lo portò in camera a controllare il materasso. La macchia nera che aveva svelato il suo tradimento se ne stava ancora lì in mezzo, come un mare calmo insudiciato da una chiazza di petrolio o di qualche altro materiale non degradabile.

Da circa sei mesi aveva iniziato ad avere una relazione parallela con Maria, una collega. Non provava per lei nulla che andasse al di là di una normale amicizia, ma non riusciva a smettere di pensare a quel suo corpo traboccante, a quel suo seno sfacciato e prepotente. Scopavano una volta a settimana, il mercoledì sera, quando Paola andava a pallavolo senza nemmeno passare da casa dopo il lavoro. Ma un giorno, prima di fargli un pompino, Maria gli aveva versato addosso del liquore alla liquirizia (non era “bagnato di amaro”; comunque, non gli era sembrato il caso di specificare) finendo per rovesciarne metà bottiglia. Francesco aveva subito cambiato le lenzuola (in realtà, aveva aspettato di venirle in bocca), dimenticando però di girare il materasso e, dopo circa un mese, quella dannata macchia era stata notata da Paola. Alle sue domande, provò in un primo momento a inventarsi qualche scusa ridicola, ma il volto, le mani, il corpo raccontavano tutt’altro. Inchiodato dalle sue lacrime che, disperate, cercavano di restare in equilibrio sulla linea delle palpebre, fu costretto a dirle tutto. Un cataclisma emotivo esplose tra quelle mura. Non rimase in piedi nulla.

Decise che era giunto il momento di girare quel cazzo di materasso. Già gli era costato parecchio, non aveva voglia di vederselo scalare anche dalla caparra.
Lì dentro, adesso, non era rimasto molto da fare. Terminò di riempire gli scatoloni con qualche stupido ninnolo, un paio di ciabatte rimaste in fondo alla scarpiera, la radiolina che accendeva quando cucinava la sera. Prese di nuovo lo scotch, strappò qualche striscia coi denti e, dopo averle incollate, spinse tutto fuori sul pianerottolo.
Con un gesto meccanico, indossò il cappotto partendo dal braccio sinistro, poi si allacciò le scarpe standosene seduto sulla scala a chiocciola del soppalco. Si fermò un attimo a guardarsi attorno: spiccavano i chiodi dei quadri rimasti soli in mezzo alle pareti. Stava dicendo addio ai suoi trent’anni.
Non poteva dire di provare malinconia o, all’opposto, qualche strano sentimento di gioia. Quell’ambiente così familiare gli era ormai diventato estraneo, una superficie liscia e lucente su cui nulla restava aggrappato. “Sono diventato il mio appartamento”, pensò, poi spense la luce e si chiuse la porta alla spalle. Ascoltò il graffiare metallico della chiave che, pigramente, girava nella serratura.

Sul pianerottolo si trovò di nuovo faccia a faccia con i tre scatoloni. Sarebbe stato necessario, quanto meno, fare due viaggi giù dalle scale. Mentre già si piegava a raccogliere il primo, un dubbio inceppò i suoi movimenti d’automa. Aveva svuotato la lavatrice? Aprì la porta, cercò l’interruttore e riaccese la luce. In ginocchio davanti all’oblò trasparente, si rese conto che era ancora pieno di vestiti. Li aveva lanciati dentro alla rinfusa, poi non aveva nemmeno fatto partire il lavaggio. Sotto al lavandino aveva lasciato un paio di sacchi neri per la spazzatura. Ne prese uno e incominciò a riempirlo. In mezzo a calzini, mutande e magliette, trovò anche due fodere dei cuscini. Erano quelle gialle e arancioni che aveva comprato assieme a Paola, poco prima che decidesse di trasferirsi da lui. Le annusò entrambe: riconobbe subito il suo odore, velato da un profumo di miele e tè verde. Buttò tutto nel sacco.

 

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