THE BOOGEYMAN

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boogeyman - la paura del diverso

È mezzanotte circa.
Sto guidando verso casa, con un’amica. Serata di chiacchiere e birra. Non poca birra.
All’altezza della rotonda che trasforma via Milano in via Valcamonica mi accorgo di qualcosa di anomalo per terra, oltre il marciapiede e quasi in mezzo alla strada: un ragazzo, ancora in sella alla bicicletta, giace immobile.

La testa è un po’ ovattata e leggera a causa della non poca birra ma decidiamo di fermarci e provare a renderci utili.

Il ragazzo è vivo, turbato, anche lui probabilmente ha bevuto non poca birra, ma piano piano riusciamo a tirarlo su, recuperando il sacchetto che tiene stretto nella mano destra e anche la bicicletta e portando tutti in salvo sul marciapiede.
Nel frattempo si avvicina un altro ragazzo, gli chiede come sta per poi comunicarci in modo arrogante: “Eh, è ubriaco!”, andandosene poco dopo.
Grazie dell’informazione.
Proviamo a comunicare con lui ma è complicato: oltre ad essere poco lucido, ha negli occhi panico e terrore.
Gli chiediamo come sta, se si è fatto male.
Risponde in modo confuso.
Lo convinciamo a non tornare in sella alla bici, optando per una passeggiata.
A quanto pare non abita distante e gli chiediamo se vuole essere accompagnato.
È esitante, riusciamo a fargli accettare la nostra proposta ma si vede che non è convinto.

Lasciamo l’auto parcheggiata sul marciapiede, con dentro tutto: borse, telefonini, portafogli e partiamo con lui.
Il ragazzo è africano e probabilmente non è qui da molto, fa fatica ad esprimersi e la non poca birra e il terrore sicuramente non aiutano.
Ci addentriamo in vie interne che non avevo mai esplorato, alcune decisamente non illuminate e isolate ed inizio anche io ad avere paura. Tentiamo di instaurare un dialogo chiedendogli dove abita, se ha un lavoro.
Il terrore nei suoi occhi aumenta.
Si ferma più volte e, irrigidito e sospettoso, ci chiede se abbiamo problemi con lui. Non riesce a credere a ciò che sta accadendo e tentiamo più volte di spiegargli che siamo solo due ragazze che hanno visto un ragazzo per terra, per strada, e hanno pensato avesse bisogno di aiuto.
Effettua qualche movimento brusco, ha paura, si vede.
Ci comunica con fermezza che non vuole rispondere alle nostre domande e, dopo averci spiegato con una buffa teatralità, di avere tanti pensieri nella testa, chiede nuovamente se abbiamo problemi con lui.
La mia amica cerca di fargli capire che può fidarsi ma non sembra essere efficace. Eppure vedo nei suoi occhi anche la speranza di poter credere che non vogliamo fargli del male.
Non capiamo dove stiamo andando, la strada diventa sempre più isolata e buia.

Confesso di aver pensieri orribili. Tante immagini e scene si susseguono nella mia testa: lo vedo tirare fuori un coltello all’improvviso, vedo saltare fuori dal nulla alcuni uomini, suoi complici, pronti, insieme a lui, a farci del male. Immagino anche che il farsi trovare per strada, in quello stato, faccia parte di una messa in scena, creata ad hoc per poi aggredirci. Mi guardo intorno, cercando di farmi trovare pronta nel momento in cui divenga necessario scappare, programmando il come scappare e dove scappare. (Eppure non guardo molti film dell’orrore…)
La mia auto!
Penso che l’ho lasciata di notte, ferma su un marciapiedi di via Milano, vicino la tangenziale, con dentro TUTTO e inizio a non essere sicura di ritrovarla. La paura mi porta a chiedermi chi me lo ha fatto fare, cosa ci faccio qui con questo tizio che sembra nemmeno apprezzare il mio aiuto, perché ho messo la gonna stasera??

Lui è lì davanti a noi, sempre rigido, ha preso il manubrio della sua bici e in qualche modo cammina, più o meno dritto.
Noi dietro, intimorite e indecise se imporgli ancora la nostra presenza o lasciarlo andare, lo seguiamo come due guardie del corpo.
Dice parole difficili da comprendere, un po’ sembra essere infastidito da noi e un po’, tradendosi con il linguaggio del corpo, ci fa capire che gradisce la nostra compagnia.
Ci permette di portare il sacchetto che prima teneva stretto nella mano destra.
Lo guardo, lo tocco, sembra pieno di qualcosa simile a delle patate. E anche qui la mia immaginazione, contaminata dal pregiudizio e dalla paura, prende il sopravvento e inizio a pensare a mille contenuti diversi per quella busta, alcuni tossici, ovviamente, altri pericolosi oppure illegali.
Riesco a fermare e isolare i pensieri annebbiati dal pregiudizio, per fortuna.
Se non avessi una mente capace di questo non mi troverei qui e ne sono contenta ma continuo ad avere paura. Non so di cosa di preciso ma vera paura.
Ancora una svolta e qualche metro in più e farei fatica a fare il tragitto al contrario per tornare all’auto.

Proprio quando la paura sta per diventare insostenibile, svoltiamo a destra, trovando una piccola serie di condomìni, sbucati dal nulla.
Guardo le auto parcheggiate, cerco di capire se c’è anima viva nei dintorni e quale possa essere il condominio in cui vive lui.
Ci fermiamo nel parcheggio, gli chiediamo se è lì che vive ma questo noi, ancora adesso, ce lo stiamo chiedendo.
In qualche modo ci chiede di aiutarlo a legare la bici ad un palo e ci comunica che ha apprezzato il nostro aiuto ma il panico, la paura e la diffidenza sono ancora lì, nei suoi occhi. Ci fa capire che possiamo andare e qualcosa ci dice che lui è pronto a sganciare la catena della bici e ripartire.
Capiamo che abbiamo fatto abbastanza e lo salutiamo.

Il tragitto del ritorno diventa una lunga corsa.
Corsa per non sentire la paura, per non percepire il terrore nei tratti bui, per non avere tempo di fare brutti incontri e soprattutto, per andare a vedere subito se la macchina è ancora dove l’abbiamo lasciata, integra.

Ci sono tante cose sulle quali riflettere.
Io è tutto il giorno che penso solo alla paura.
La MIA. La SUA.
E sento che c’è qualcosa che non va.

Disegno di copertina di Chiara

 
razzismo

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