Un anno di Brescia. Stagione 2010/2011

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Brescia 2010/2011

Nella mia vita il calcio ha sempre avuto varie forme. È stato il gioco dei miei giochi, poi un hobby, quindi un lavoro. Per questo nel tempo mi sono legato a calciatori, squadre, allenatori: in momenti molto diversi tra loro. Il Brescia non è la mia unica squadra ma è qualcosa che ho nel DNA, qualcosa che non ho scelto. Questa è – nel mio cuore e nella mia mente – la sua grandezza. Sono bresciano di nascita e il primo novembre 1984 feci con mio padre il mio primo ingresso allo stadio per un non indimenticabile 0-0 contro l’Ancona in serie C.

La stagione di cui vi voglio parlare, tuttavia, è una di quelle dell’età matura. L’ultima che la squadra ha passato in serie A: 2010-2011. Una apparizione fugace come sempre. E la mia stagione inizia dall’estate, da un viaggio verso Storo dove sarei rimasto una settimana mandato dal giornale per il quale lavoravo – Bresciaoggi – al seguito del Brescia.

Giuseppe Iachini

Giuseppe Iachini

L’estate del calcio con il suo carico di aspettative è sempre stata una stagione particolare. Insopportabile se la si vive da lontano, affascinante se si ha l’occasione di toccare con mano il clima delle amichevoli estive, del ritiro, della preparazione tecnico-tattica alla nuova stagione. L’estate del calcio ha sempre avuto per me un fascino particolare. Quell’estate, a Storo, ci passai anche il compleanno. Beppe Iachini in panchina e una squadra tutta in costruzione, piena di incertezze.

Tra i tifosi ancora forte l’eco dei tafferugli di Padova nella domenica che invece di regalarci la A ci aveva spinti fino ai playoff, poi vinti, poche settimane prima. Non mi sono mai appassionato alle questioni della curva, una cultura che rispetto ma che sento lontana. Ricordo il mio amico Chicco nell’inedito ruolo di “moderatore” tra litiganti. “Che robe ma toca fa, prope a me” mi disse prima di una amichevole con la sua inconfondibile voce roca. Lo avevo conosciuto tempo prima in un bar di San Zeno che frequentavo e da lui avevo avuto un orologio da muro marchiato “Brixia Decimus Dies”, che mi sono portato fino in Inghilterra quando ho deciso di venire a vivere a Manchester.

La rissa estiva contro il Larissa arrivò – quasi salvifica – a sedare gli animi ed a ricordare a tutti i teorici dello scontro a 360° che in fondo il nemico più che altro sta dall’altra parte. Ognuno d’estate si allena come può.

A Storo ricordo anche una collega scandalizzata perché avevo preso una stanza proprio nell’albergo del Brescia. Violando – a suo dire – la privacy e la tranquillità della squadra. Probabilmente – doveva essere questa la sua idea, a rigor di logica – di questa mia infausta decisione Caracciolo avrebbe risentito pesantemente mesi dopo, trovandosi a tu per tu col portiere. Non ho mai capito questa sorta di idolatria che accompagna ogni uomo che finisca per giocare a calcio a certi livelli.

In realtà scoprii che non essendo io un giornalista particolarmente interessato all’extra campo era più il Brescia a “disturbare” me quando, una volta finita la mia giornata da osservatore e spedita la mia corrispondenza al giornale, mi mettevo solitario a leggere nella veranda dell’hotel. In quei momenti la vicinanza ai giocatori poteva risultare scomoda. Per questo preferivo uscire e cercarmi qualche posto vicino più solitario per il relax serale. La stagione iniziò nel migliore dei modi. Battuti 2-0 a Parma riuscimmo a vincere tre partite di fila: Palermo, Chievo, Roma. Ricordo le parole di Gino Corioni scendendo dalla tribuna dopo la sfida con i rosanero: “Siamo forti, con questa squadra la salvezza è il minimo risultato che ci si possa aspettare”. Avevo seguito la partita vicino a lui e Omar Pedrini, protagonisti di una comparsata a Quelli che il calcio. Nella mia mente però c’erano altre parole del presidente. Quelle del giorno della presentazione: “Retrocedere sarebbe peggio che non essere mai saliti”.

Luigi Gino Corioni

Luigi Gino Corioni

Lucida analisi finanziaria. Forse uno dei pochi momenti di totale sincerità di quello che è stato il presidente più longevo e vincente della storia del Brescia. E certamente il meno amato. L’ho sempre considerato un ottimo direttore sportivo costretto suo malgrado a presiedere la squadra: un uomo sicuramente competente di calcio ma incapace a creare un vero e proprio club-azienda, intrappolato tra gli appetiti familiari e la povertà dei curriculum che lo ha sempre circondato, anche quando questa povertà era una qualità ricercata e funzionale al progetto. Magra consolazione sapere che in Italia non esistono modelli virtuosi in tal senso.

È stato bravissimo per anni a fare quel che doveva: vendere e tenere la società a cavallo tra la A e la B. Poi arrivarono quei 5 anni in cui il Brescia riuscì a vivere sopra le sue possibilità. Anni che non abbiamo ancora finito di pagare al giorno d’oggi. In quel 2010 Corioni era già superato anche come diesse occulto della sua società. Il bravo Gianluca Nani – osservatore competente, ingiustamente mai troppo apprezzato dentro e fuori l’ambiente Brescia – per anni gli aveva permesso di fare le nozze coi fichi secchi ripetendo piazzamenti playoff per 3 anni consecutivi, pescando gente low cost che fece fare le ultime plusvalenze reali della storia del club fino ai giorni nostri: unica società, il Brescia, a restare a galla in una B che distrugge chi non fa il salto in A immediatamente (entro 3 anni il 60% di chi ha fatto i playoff senza vincerli finisce per retrocedere e fallire). Quelli sì, erano miracoli.

Perparim Hetemaj

Perparim Hetemaj

Noi eravamo lì a giocarcela in serie A. Diamanti mise la palla all’incrocio contro il Chievo. Hetemaj e Caracciolo liquidarono la Roma in casa alla quarta. Che partenza!

In estate avevo visto Iachini creare un 4-3-1-2 che subito mi era parso sbilanciato. In primavera – dopo l’esonero – l’avrebbe rinnegato dicendo che lui Diamanti se lo era ritrovato, dimenticando che il modulo col trequartista iniziò a provarlo già dal secondo giorno a Storo e Diamanti (gentilmente concessoci dal West Ham del direttore Nani) era ampiamente annunciato.

Morale: Cordova giocava solo con palla a noi, Diamanti solo con palla a lui. Zambelli era al top ma aveva l’istinto dell’ala e la fase difensiva dell’esterno di una linea a 5. Solo Hetemaj dimostrò di valere la serie A alla grande. Ma nessuno in serie A era così sbilanciato nell’atteggiamento tattico. Caracciolo, che fosse vissuto negli anni ‘80 sarebbe stato etichettato come “bomber di categoria” come i vari Edi Bivi o Totò De Vitis, non è mai stato attaccante da sfracelli in serie A. La buona stampa chiamava sfortuna le sue lacune e così anche le tante palle gol che sbagliavamo, le sciagurate infilate che prendevamo quando gli altri sfruttando il nostro gioco troppo intraprendente ci battevano di misura.

Per me – semplicemente – era giusto che si vincesse o si perdesse con lui e con gli altri, e anche con Iachini, ma soprattutto con Zambelli e Arcari, Berardi, Bega e il mio preferito in assoluto: Gilberto Martinez. Qualche anno prima, quando lavoravo alla Digitalsoccer, lo avevo osservato con l’amico Gigio creando la vhs che poi sarebbe finita al Brescia per una valutazione sul suo ingaggio. In ritiro avevo voluto intervistare lui prima di tutti. Così forte e così sfortunato, ad oggi comunque un difensore da tre mondiali disputati con la maglia della sua Costarica (un record nel suo Paese), nonostante i crack che lo avevano fortemente debilitato negli anni.

Quel Brescia, come troppi Brescia impressi nella mia memoria, durò il tempo di un’estate. Il 26 settembre a Bari prima partita autunnale e 2-1 per i galletti. Lazio, Udinese, Lecce e Napoli: 4 sconfitte di fila, tutte di misura. Poi i pari illusori con Inter e Juventus. Le sconfitte con Bologna e Cagliari, il pari con il Genoa e il tracollo: 3-0 dal Milan. Esonero di Iachini. Titoli di coda virtuali, al 4 dicembre, su una stagione mai decollata davvero.

In questi casi paga l’allenatore, anche se non ha colpe. Anche se poi lo richiami dopo che il suo sostituto – Mario Beretta – finisce per fare peggio di lui. Il finale amaro portava anche una rivoluzione tattica: 3-5-2 come l’anno precedente in serie B, sconfitte ridotte numericamente in maniera drastica. Ma era tardi.

Io nel frattempo avevo capito, da giornalista, che per un giornalista oggi stare in tribuna è un vezzo. In tv si vede molto di più e a Brescia non essendo supportati dalle immagini e dai replay la presenza in tribuna è di pura rappresentanza. Non serve assolutamente a niente se non a non identificare chiaramente alcune situazione di gioco o a confondere Tizio con Caio.

Da metà stagione in poi avevo preferito rimanere in redazione a seguire la squadra in tv. Mi sentivo decisamente più partecipe. Forse fu anche quello un passo d’allontanamento dal quel modo di svolgere quella professione e – un po’ – anche dalla mia città.

Éder Citadin Martins

Éder Citadin Martins

Ho amato tanti Brescia nella mia vita, così uguali e così diversi. Quello degli anni ottanta di Pasinato, Gritti, Ascagni e del mio idolo d’infanzia Aliboni. Quello di Hagi che rimase a fare magie anche in serie B: secondo me il miglior Brescia di sempre nonostante la retrocessione. Non sono mai salito sul sovraffollato carro di tifosi non paganti al seguito del Brescia di Mazzone e Baggio, una squadra che non ho mai realmente sentito mia al di là dell’indubbio valore. Ma quel Brescia di Iachini e Caracciolo, di Arcari e Zambelli, dell’inutile Diamanti e dell’evanescente Eder, è stato quello che più di tutti oggi sento legato alla mia esistenza.

Bello e decadente, fumoso come piace alla stampa di provincia alla costante ricerca di alibi che non urtino le sensibilità della tribù dei piedi buoni, incapace di reagire ad un destino scritto eppure così sfrontato nell’andargli incontro sapendo che sarebbe finita male. Circondato come sempre da quel carico di ipocrisia che circonda le squadre di provincia da cui ci si aspettano sangue e sudore sempre, ma di cui si celebrano soprattutto le rare perle in un mare magnum di alibi a profusione. Quando a Genova il 3-3 con la Samp sancì l’imminente retrocessione avevo stampate bene in mente (non le avevo mai perse per un solo attimo) le parole del presidente, il giorno della presentazione: “Tornare in B sarebbe peggio che non essere mai saliti”. Gino Corioni nel calcio è stato un grandissimo giocatore di poker. Capace di iperboli clamorose e di bluff sfrontati. Quello fu un momento di sincerità. Forse l’unico momento di sincerità al 100%, il momento in cui ci preannunciò il tracollo. Non ci siamo più ripresi da allora, ma da parte mia la gratitudine per quell’uomo che per 20 anni ci ha regalato un Brescia competitivo come mai nella sua storia sarà sempre immutata. La mia stagione, come molte cose nella vita, non fu una stagione vincente. Ma in fondo, se non avessimo la fortuna di perdere, nel calcio come nella vita i nostri rari successi non avrebbero alcun valore.

Giovanni Armanini

Di seguito i video delle partite citate nell’articolo:

La rissa contro il Larissa

Parma – Brescia 2-0

Brescia – Palermo 3-2

Chievo – Brescia 0-1

Brescia – Roma 2-1

Bari – Brescia 2-1

Lazio – Brescia 1-0

Brescia – Udinese 0-1

Lecce – Brescia 2-1

Brescia-Napoli 0-1

Inter – Brescia 1-1

Brescia – Juventus 1-1

Bologna – Brescia 1-0

Brescia – Cagliari 1-2

Brescia – Genoa 0-0

Milan – Brescia 3-0

Sampdoria – Brescia 3-3

 

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