Una meta tra le nuvole

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Jonah Lomu. La Leggenda

La memoria è un posto simpatico.
È un armadio pieno di cassetti, molti aperti, con oggetti buttati lì un po’ alla rinfusa, perché ognuno di noi ha ricordi da prendere ed utilizzare tutti i giorni. Un po’ per farsi compagnia, un po’ per farsi forza, un pò per andare oltre a situazioni che spesso sembrano invalicabili. Altri sono lì, chiusi da anni, senza un filo di polvere, e se li apri tutto è perfettamente in ordine come lo avevi riposto.

Ieri è arrivata la notizia che abbiamo perso Jonah Lomu. Un simbolo, un eroe, un grandissimo giocatore.
Ed il cassetto si è aperto, riportandomi inaspettatamente in Nuova Zelanda, settembre 2000.
Primissimi giorni dell’ultimo mese estivo, ferie finite da poco ed un capello biondo platino di gran moda allora, sistemato artigianalmente in un lunedì pomeriggio pre-ritorno in ufficio con tutti i barbieri di Brescia rigorosamente chiusi per turno.
Olimpiadi alle porte e trasferta in Nuova Zelanda ed Australia davanti, se non fosse per il piccolo particolare che il mio agente australiano, ricevendo il mio fax di venerdì pomeriggio, pensi bene di andarsene al mare e di rispondere il lunedì. Peccato che lunedì non si sia ricordato di rispondermi. E che il mio capo abbia anch’esso pensato altrettanto bene di spedirmi in India al posto dell’Australia, che rimarrà per sempre un posto visto dai vetri dell’aeroporto di Sidney… nella prima settimana delle olimpiadi.
E così, armato di capello rosso ruggine e maglia degli All Blacks mi imbarco in un lunghissimo viaggio verso Auckland via LondraBangkok Sidney (sigh! Manco fossi Giusy Ferreri!) partendo domenica e atterrando martedì, leggerissimamente cotto e per nulla colpito dal jet-lag.
Una settimana incredibile tra Auckland, Christchurch and Dunedin, tra (altri) aerei, meeting, trattative, visioni dell’oceano, tradizioni locali, Cabernet neozelandesi improponibili, notti insonni passate tra chat con l’Italia, email lavorative, film, e locali underground. Di per se svegliarsi di fronte al dock di Luna Rossa con un tricolore immenso dall’altra parte del mondo ti rende orgoglioso: manca qualcosa.
Ma certo! Il rugby! Chiedo a Owen, mio agente “kiwi” se prima della mia partenza si riesca a vedere una partita: lui, molto colpito di essersi trovato un ragazzo di 24 anni in mezzo ai piedi con la maglia degli all blacks addosso e dal colore al quanto originale dei capelli  il giorno della presa in aeroporto (figuratevi quando mi sono messo a cantare i beatles a squarciagola in auto cosa deve aver pensato quello lì), mi dice che una delle squadre di Auckland affronta il Wellington sabato pomeriggio. È il North Harbour: “Not my team, nothing special, but if you like…”. ‘mmazza se I Iike penso e do l’ok: biglietti prenotati.
E sabato (ma anche domenica sarà lo stesso) mi risveglio con Owen e il concierge dell’albergo nel mio appartamento (il jet-lag è micidiale): si vola allo stadio. Passiamo a prendere degli amici di Owen, qualche birra con hotdog pre-match e poi lo spettacolo: uno stadio da oltre 20.000 posti a sedere, con 2 curve (stand), completamente in erba (allora-oggi hanno anche loro le gradinate), in cui gli ultras locali seguono la partita, salvo spostarsi da una parte all’altra mischiando sciarpe e birre davanti al mio stupore.
Guardo affascinato il programma del match, ancora custodito gelosamente a casa dei miei.
Un nome tra quelli di Wellington: Jonah Lomu.
Il mito è lì, in campo.
Ma la sua squadra sta per andare incontro a una lezione severa; a me poco importa.
In mezzo al settore dei tifosi di casa, tifo per gli ospiti, o meglio per lui. “Lone truck” dice uno accanto a me parlando di lui. “Why?” gli chiedo un po’ ingenuamente io pensando a un grosso tir, di quelli made in Usa. “You’ll see”. Con i suoi fermi ancora a 0 punti e ben 2 mete subite, Lomu riceve un passaggio e scatena la potenza: gli si attaccano addosso in 4 nei 30 metri che percorre.
Non arriva alla linea della meta per pochi metri: io sono sbalordito della potenza; in televisione l’avrò visto fare cose similari altre volte, lì ho gli occhi spalancati e la bocca aperta come il figlio dell’amico di Owen. “Understood?” Mi fa il tipo seduto accanto, io muovo la testa dall’alto verso il basso per un paio di volte in segno di assenso mentre applaudono tutti attorno a me.

Ieri purtroppo arriva una notizia di quelle brutte, perché Lomu, 40 anni, 1 più di me, se n’è andato: una vita tutt’altro che facile la sua, fatta di problemi, gloria e malattie, di ritiri e ritorni.

E allora speri, prima di richiudere un’altra volta il cassetto della memoria, che ci sia un campo di rugby in cielo, dove Jonah possa continuare le sue scorribande, allontanando i mali che lo hanno afflitto come gli avversari che gli si paravano incontro, bypassando come solo lui sa fare, qualsiasi placcaggio fino alla meta.

 

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Alberto Banzola

Il direttore di odiopiccolo è Alberto Banzola, giornalista pubblicista, dal 2009 (solo per una mera questione di pigrizia). Ha cominciato per gioco nel 1998, assecondando un desiderio che aveva fin da bambino grazie a Fabio Tavelli, che in lui ha visto – e ci chiediamo come abbia fatto- del potenziale. Un pò “commesso viaggiatore” a livello internazionale, un po' giornalaio come dicono i suoi amici baskettari di sempre, è su questa barca dal primo giorno, a calmierare le folli idee di Vit. Zob0n o Banzo o come vi viene da chiamarlo, dal 1998 ha collaborato con Elivebrescia.tv, Bresciapuntotv, Sportitalia, Number One Network, Teletutto, Gazzetta dello sport, Bresciaoggi, Radiovoce, Radio Montorfano, La Giornata Tipo, serieadilettanti.it, cremonabasket.it, basketnet.it; e tutt’ora a piede libero. Non si capisce il perchè.

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