VISIONI CINEMOTIVE # SACRO G.R.A.

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Il vincitore del Leone d’Oro a Venezia, Sacro G.R.A. di Gianfranco Rosi, è un documentario asciutto ed esteticamente perfetto, sul serpentone di asfalto e lamiere che cinge per 70 km la città di Roma. Il film mi è piaciuto a livello visivo ed emotivo per il suo stile freddo da documentario: un mezzo che paradossalmente invita autenticamente lo spettatore ad aprirsi alle emozioni senza la manipolazione della narrazione cinematografica. Le mie emozioni sono state di tristezza e buon umore.

La pellicola di Rosi non ha narrazione, non ha una trama, ma è un flusso di vita di uomini e donne, che racconta, come ci ricorda l’etimologia della parola sacro (dal latino sacer,  sacro ciò che è legato ad un valore trascendente; per estensione separato): una Roma separata da sé stessa, inviolabile, sacra.

La psico-geografia umana del Sacro G.R.A. è quella che il regista ha incontrato nei suoi tre anni di pellegrinaggio sul raccordo ed è rappresentata dal barelliere del 118 e la sua umanità, il pescatore d’anguille e la sua antica e saggia filosofia di vita, le due vecchie prostitute del parcheggio che cantano Gianna Nannini, la coppia padre e figlia e le loro conversazioni surreali, l’attore di fotoromanzi e la sua ricerca di fama, il principe ginnasta e il suo castello bed&breakfast.

Una figura spicca tra gli altri come protagonista che più incarna lo spirito del film: il botanico e le sue palme infestate dal maledetto punteruolo rosso.
«La palma ha la forma dell’anima dell’uomo, spiega il botanico, ed è assalita dal punteruolo rosso, un insetto che la divora e la colonizza con milioni di larve. Il botanico ascolta la loro conversazione, all’interno del tronco della pianta martoriata, e prepara l’antidoto: vuole scacciare gli insetti malvagi che l’hanno posseduta, liberarla, restituirle intatta la sua vita minacciata, bacata, ma non ancora del tutto spacciata. Il parallelo tra i punteruoli rossi che divorano le palme e gli uomini che dentro e fuori dal G.R.A. minacciano di distruggere il loro stesso delicato ecosistema è esplicito, ma per niente scontato. Il rumore degli insetti, all’interno della palma, «non è diverso da quello che fanno gli uomini al ristorante» (citazione tratta da >http://www.valigiablu.it/il-mistero-laico-del-sacro-gra/).

La visione del G.R.A. di Rosi è un ritratto autentico di umanità, ma un ritratto parziale di Roma perché la città eterna è molto più complessa di così.
Ritengo che il messaggio del regista sia il suo assumere che anche nell’orrido ci sono attimi di sublime bellezza, come due lati di una identica medaglia, come se la bellezza salvi un mondo altrimenti miserabile.

La domanda che vi faccio però è:
ma non doveva essere l’amore a salvare il mondo?Io continuo a sperarlo ogni giorno!

 

Amerigo Santoro

Contatto twitter: https://twitter.com/amerigo_san
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