Visioni Cinemotive # Two Mothers (Adore)

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Il film Two Mothers (Adore), adattamento del racconto di Doris Lessing The Grandmothers, regia di Anne Fontaine (2013), con la bravissima e bellissima Robin Wright (Roz) esplora le relazioni di coppia, in modo scomodo e destinato sicuramente a dividere il pubblico, perché la regista, Lussemburghese di nascita, racconta una storia difficile: l’amore proibito.

Prima di entrare nel vivo del film ricordo che le relazioni di coppia sono evolute, perché il patriarcato è caduto (finalmente), ora le donne lavorano e si mantengono e quindi possono non dipendere più dai maschi; studiano e pensano con la loro testa; la pillola poi permette di fare figli quando si vuole; il piacere femminile è stato sdoganato, insomma il mondo sociale, economico e psichico è cambiato. E ne siamo credo tutti consapevoli, femmine e maschi. Io ne sono felice.

Lo ricordo perché è ormai “normale” e accettato vedere giovani donne a braccetto con sessantenni interessanti, eppure la scena contraria uomo profumato di gioventù e cinquantenne interessante suona ancora così stridente nel nostro immaginario.

La pellicola ci mette alla prova perché le quasi cinquantenni protagoniste che si accompagnano ai giovani maschi con i muscoli scolpiti dal surf sulle onde, sono le loro madri.

Lil e Roz sono carissime amiche sin dall’infanzia e coi loro due figli vivono in una meravigliosa baia australiana, che giustifica da sola il prezzo del biglietto al cinema: un Eden. Il film si apre con il funerale del marito di Lil (Naomi Watts), mentre Harold il marito di Roz presto si allontanerà per seguire la propria carriera universitaria.

Le due donne e i due figli diventano così inseparabili, proprio come una famiglia. E un giorno Lil danza in modo sensuale con Tom, il figlio di Roz, ma non saranno loro a oltrepassare la riga proibita, ma Roz e Ian, il figlio di Lil. Proprio lui scatenerà Eros e darà il primo bacio senza parole alla migliore amica della madre. La doppia coppia sarà poi il frutto del sentimento di vendetta di Tom che a tutti i costi vorrà avere una relazione sessuale con la madre di Ian.

Il film ha due anime: una quella visiva, del luogo paradisiaco, dei corpi meravigliosi, dello stile di vita, che la stupenda fotografia del film esalta con i suoi colori.

L’altra anima del film è quella collegata alla trama apparentemente poco probabile e che sottintende temi psicologici di per sé interessanti, accennati con poche pennellate.

Ci si può innamorare senza problemi del figlio della migliore amica e contemporaneamente accettare che si innamori anche tuo figlio della tua migliore amica? La regista ci racconta la storia senza giudicare e lasciando allo spettatore il compito di formarsi una propria opinione interrogandosi.

Il film mi ha suscitato alcune domande: Quanto le insicurezze nell’attaccamento causato nello specifico da un padre morto precocemente hanno influenzato Ian? Quanto le insicurezze dell’invecchiamento hanno influenzato Roz e Lil? In che modo le due madri non sembrano sentirsi particolarmente in colpa per aver oltrepassato la linea? Perché il quartetto amoroso riesce comunque a godersi la vita e fare tanto sesso? Qual’è la natura del rapporto tra Lil e Roz e fra Tom e Ian?

Questo è un film dove vibra un doppia latente omosessualità: da una parte l’amore lesbico tra le madri, che le due sublimano riempiendosi dei baci del figlio dell’altra, dall’altro la sottesa omosessualità dei due figli, che fanno surf, litigano violentemente, si feriscono, si copiano, si amano.

Se scegliete uno sguardo non giudicante e aperto accoglierete il film e le domande che pone, altrimenti la storia è troppo improbabile e emotivamente forte perché vi prenda.

Meritano una nota sia l’attrice Robin Wright per la sua sensualità nel muoversi e nel guardare, da fare invidia a ogni donna, sia la decisione di chiudere il film, in Italia, in modo tradizionale rispetto all’originale.

Amerigo Santoro

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