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Venerdì 07 Novembre 2014 12:44

A Brescia non osare chiedere lo scontrino!

Scritto da  Zenigata

A Brescia non osare chiedere lo scontrino

A Brescia conosco un bar dove ogni giorno mi fanno lo scontrino. Sempre.
Questo bar ha un flusso regolare di clienti, nè tanti, nè pochi, eppure riesce comunque a sopravvivere da anni emettendo regolarmente la ricevuta.
Ma come è possibile?
Me lo chiedo in quanto noto che certi locali molto più affollati, molto più stilosi e molto più cari lo scontrino invece non te lo fanno quasi mai.

A Brescia ci siamo abituati ad una spiacevole arroganza di alcuni locali che danno per scontato che lo scontrino non te lo fanno e tu non devi osare chiederlo.
Ma parliamoci chiaro, nessuno minaccia l’avventore perché non lo chieda, quello che viene messo in atto dai camerieri è un atteggiamento che, nella sua grossolana invisibilità, incide in modo aggressivo sul comportamento del cliente, soprattutto quando è abituale.
Ossia, l’atteggiamento del “è ovvio che non ti faccio lo scontrino” implica che l’habitué, per riuscire ad ottenerlo, deve spezzare il flusso di un’azione illecita che sta seguendo il suo solito iter, rompendo un tacito accordo nella relazione cliente-oste ormai assodata. Come se ci fosse un galateo da rispettare.
Esempio: vado in un locale, guardo il listino dei vini e ordino un calice. Poi vado a pagare, il tipo del locale incassa i soldi (al prezzo del listino) e mi saluta con il migliore dei sorrisi. A questo punto mi accorgo che per l’oste l’azione del pagamento è conclusa, mentre per me no.
Quindi, per ottenere lo scontrino dovrei parlare subito. Il problema è che ci sono istintivi pensieri malsani che ostacolano la mia richiesta, come ad esempio: “Ma non è che si offende se gli faccio osservare che non me l’ha dato? Non lo percepirà come un atteggiamento polemico? Non è che poi pensa male di me e dalla prossima volta inizia a trattarmi peggio? Forse dovrei trovare una scusa per chiederglielo, tipo che mi serve per scaricare le spese?”.
In sostanza mi sento ingabbiato: chiedere attivamente lo scontrino dà la sensazione di chiedere un favore, un servizio in più. E se provate a farlo, noterete che si crea un breve momento imbarazzante, una leggera impasse, e l’oste sorriderà, ma senza guardarti negli occhi. Come si sa, i peggiori imbarazzi sono quando si percepisce di essere la fonte di vergogna per l’altro. Quindi, diciamo la verità, per evitare che si spezzi l’andamento rilassante di una serata, si esce dal locale senza chiedere scontrino.
Ma poi che cosa succede?
Succede che questo diventa argomento di conversazione con gli amici! E tutti ci indigniamo: “A me non lo fanno mai, io non ci torno più!”, fino a quando si arriva a rilevare che il vero errore commesso dai locali è che se non mi fai la ricevuta, almeno me lo devi far pagare di meno! Perché devo pagare un rincaro di tasse inesistente?
Suonerà paradossale dirlo, ma l’evasione fiscale ha un suo codice, una sua etica da rispettare.
Insomma, a chi non è capitato di usufruire di una prestazione professionale dove con la ricevuta viene “Tot” e senza viene “Tot meno X”? Almeno questo è un accordo illecito funzionale per entrambi.
Sia ben chiaro, non voglio entrare nel complicato ginepraio della questione dell’evasione fiscale, ma soltanto analizzare l’atteggiamento di certi locali e, soprattutto, avvertirli che il cliente nota ogni singola volta che non gli viene fatto lo scontrino e deve pagare il prezzo pieno e che, nonostante sorrida e stia in silenzio, in realtà ne parla sprezzante con gli altri a cui (guarda caso) capita lo stesso. Questo istiga un processo di cattiva fama che porta irreversibilmente il locale a trovarsi lentamente con un cambio di clientela (se gli va bene) oppure a collassare su se stesso.
Questo accade perché viene violato uno dei principi che regolano l’umanità: il funzionamento dei rapporti si basa sulla percezione che quello che io ti do ha un valore equivalente a quello che mi dai tu. Se viene tolta sistematicamente la ricevuta, per il cliente l’equilibrio di questa percezione cade e si sente fregato. E se il cliente si sente fregato è gravissimo, gravissimo per il locale intendo.
Ma che cosa porta a sopravvalutare quello che si dà rispetto a quello che si richiede? Certi locali vivono proprio questa illusione percettiva quando si crogiolano nel godere di un’effettiva momentanea popolarità e quando vedono lo stesso cliente tornare più volte, credendo che “avventore abituale” lo sarà sempre e comunque. Così accade che i locali si permettono di trattare il cliente con arroganza, con tutti gli atteggiamenti che dall’arroganza stessa conseguono: fanno aspettare a lungo, si dimenticano della tua ordinazione, ti versano una quantità ridicola di vino che copre solo il fondo del bicchiere, quando fanno un errore non si scusano e ti fanno pagare a prezzo di listino senza ricevuta.
Tutti atteggiamenti che accelerano il silenzioso abbandono da parte dell’habitué.

Suppongo che nella tua mente in questo momento c’è l’immagine di un locale.

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