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Giovedì 03 Gennaio 2013 14:29

A te pare brutto?

Scritto da  riccardo
pare brutto, analisi sociologica di ciò che non si può dire in pubblicoCi sono delle volte in cui sei costretto ad abbozzare sorrisi di compiacimento davanti ad un opinione che ti lascia completamente allibito, tipo una che ho sentito tempo fa da un soggetto che tra l’altro nemmeno mi ricordo come si chiama (è incredibile come si sbottoni subito certa gente), secondo il quale i lavavetri ai semafori preferiscono andarsene in giro tutto il giorno piuttosto che lavorare veramente: tu prova a chiedergli, mi ha detto questo tizio, di venire alle cinque domani mattina al cantiere tal dei tali a spaccarsi la schiena come se la spaccano gli operai italiani, e poi vedi che ti rispondono.
- Con busta paga e contributi?- ho chiesto…… E’ seguita una pausa penosa. -... con busta paga e contributi - ha detto lui, sfumando.

Ora, non vorrei passare per sociopatico, ma quando vieni via da una conversazione del genere, anche se non hai dato manforte allo stronzo di turno, un pochettino stronzo ti senti anche tu. Come se ti fossi venduto la chitarra di quand’eri ragazzo, non so se mi spiego. Perché è cosi che funziona il parlare del piu’ e del  meno. La conversazione, diciamo, disimpegnata, senza fronzoli, senza posture e soprattutto senza pubblico (che è poi quella in cui la gente tende a dire quello che pensa veramente), immiserisce il linguaggio e prima ancora il pensiero. Davanti a una platea che ti ascolta devi prenderti la responsabilità di quello che dici. Non puoi sostenere allegramente che i lavavetri non hanno voglia di lavorare. In ambito pubblico vige il comune senso dell’estetica, vale a dire quel potentissimo inibitore sociale rubricato alla vaga ma inconfondibile voce “Pare Brutto”.
La caratteristica peculiare del Pare Brutto è che si manifesta all’improvviso sotto forma di dubbio, per cui una cosa (un gesto, un'affermazione, una domanda), anche se non pare ancora brutta ma c’è la minima possibilità che lo diventi, ti fa astenere automaticamente dal farla.

E’ un canone estetico estremamente mobile il Pare Brutto. Non si sa esattamente in cosa consista, ma funziona di brutto.
Prendete il petting.
Vi state strofinando energicamente contro la vostra ragazza; ad un certo punto vorreste proprio stringerle forte un a chiappa o tutt’e due, che fa un po’ camionista ma… che bello; a lei magari non dispiacerebbe neanche (probabilmente in quel momento gradirebbe addirittura una sculacciata) ma non lo fate, perché Pare Brutto. E cosi ve ne tornate a casa insoddisfatti due volte, la prima perché il petting provoca postumi dolorosi (e alla vostra età dovreste saperlo), e la seconda perché vi siete negati il piacere di una strizzatina di chiappe che a pensarci bene non ci sarebbe stato niente di male.
E insomma ecco com’è che funziona il Pare Brutto. E’ una specie di censore invisibile, che cerca di preservarti dalle figure di merda non gravissime.
Semplificando, il Pare Brutto, ovvero il comune senso dell’estetica, potrebbe essere definito come il timore di fare o dire qualcosa di cui poi potresti pentirti.
Per opporsi alla sua dittatura devi avere stile, e saperlo. Devi, insomma, avere una gran fiducia in te stesso.

Ho appena spiegato la ragione per cui io non riesco e non sono mai riuscito ad oppormi alla terrificante dittatura del Pare Brutto………..chi ce l’ha fatta sta con Elvis tra gli angeli!!!!

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PHOTOGRAPHER
Paolo Pastore