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	<title>abbraccio Archivi - odiopiccolo</title>
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		<title>Casso ma che coioni ‘ste corona virus</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alberto Banzola]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Apr 2020 12:53:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Lo sguardo indugia. Sono al supermercato, sto attendendo che mi consegnino una tessera; è il 31 marzo, sono le 17 e qualcosa. Ho perso il conto dei giorni che sono passati da quando questa agonia è iniziata, da quando la mia terra è stata dilaniata da questo dannato virus che ricorda da vicino una delle piaghe d’Egitto. Di fronte a me c’è questa signora: mascherina e guanti come me. Ha l’aria stanca, le hanno appena comunicato l’ennesima disposizione da seguire. “Casso ma che coioni ‘ste corona virus”: è affranta, stufa, stanca. Sotto la mascherina mi scappa un sorriso: perché la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sguardo indugia. Sono al supermercato, sto attendendo che mi consegnino una tessera; è il 31 marzo, sono le 17 e qualcosa.</p>
<p>Ho perso il conto dei giorni che sono passati da quando questa agonia è iniziata, da quando la mia terra è stata dilaniata da questo dannato virus che ricorda da vicino una delle piaghe d’Egitto.</p>
<p>Di fronte a me c’è questa signora: mascherina e guanti come me. Ha l’aria stanca, le hanno appena comunicato l’ennesima disposizione da seguire. “<em>Casso ma che coioni ‘ste corona virus</em>”: è affranta, stufa, stanca.<br />
Sotto la mascherina mi scappa un sorriso: perché la penso come lei. Perché pure io, come tutti, sono stanco, stufo. Non vedo una data di scadenza di questa pandemia. E le indicazioni che arrivano da chi ci dovrebbe proteggere sono contrastanti. Lo sono state dal primo momento. Poi per carità, noi siamo nell’occhio del ciclone, anche se qualche responsabilità ce l’abbiamo.</p>
<p>Ma non è tempo di parlare di questo. Non ancora, almeno.<br />
Ora è tempo di continuare a fare quello che abbiamo cominciato da qualche settimana. Perché questa <em>soundtrack</em> di ambulanze deve terminare, perché tornare ad essere noi stessi (anche se ci vorrà molto tempo) dev’essere la luce in fondo al tunnel. E dobbiamo continuare a vederla e a credere che il suo bagliore cresca di giorno in giorno. Non cerchiamo la speranza altrove: siamo noi stessi la speranza. Cerchiamo di essere veramente responsabili. Fino in fondo.<br />
“Mi scusi, eh. Non volevo assolutamente essere così volgare. Ma cerchi di…”<br />
Sorrido ancora sotto la mascherina. Vorrei tirarla giù, la mascherina. Cerco di ridere con gli occhi e lei lo capisce.<br />
“Ci mancherebbe, non si preoccupi”.<br />
Vorrei abbracciarla, come vorrei abbracciare tanta gente. Vorrei correre a Bagnolo ad abbracciare Vincenzo che dopo una lotta indicibile a Milano, da solo, è rientrato a casa. Ma non si può: questo dannato virus ci ha tolto tanto. A molti tutto. Ha reso la morte qualcosa di orribile perché non permette nemmeno un ultimo omaggio, un saluto, una preghiera di fronte a chi sta andandosene. Ieri abbiamo saputo che non c’è più un ragazzo che ha fatto parte della nostra squadra: la notizia di una perdita fa sempre male, quella di Alessandro ancora di più.<br />
Perché è la conferma che questo virus non guarda in faccia nessuno. Pertanto lucidi e attenti. E pazienti.<br />
“Mi scusi tanto, veramente non volevo”. Lei cerca ancora di scusarsi. Non c’è motivo di farlo. Sorrido, ringrazio , saluto da sotto la mia mascherina e vado verso l’uscita.<br />
Mi inchiodo, giro i tacchi di 180°.<br />
“Forza!” Glielo dico, a voce alta, non c’è bisogno di urlare, ma di bypassare il filtro della mascherina sì.<br />
Lei mi guarda, e stavolta vedo, o almeno provo a immaginarlo, il suo sorriso.</p>
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