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	<title>Racconti Archivi - odiopiccolo</title>
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	<description>diamo voce ai bresciani</description>
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		<title>Walt Disney e la crisi degli anni &#8217;80</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Una Evia]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Jul 2018 08:56:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[simba]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ho sempre contato quanti passi separavano la mia camera dallo studio di papà. Erano trentuno a sei anni, sedici a tredici anni e sedici anche adesso, che ne ho diciotto. Oggi fatico a contarli. Quattordici, bum, bum, il cuore pulsa nelle tempie. Quindici, mi manca l’aria. Sedici, sento i bordi della lettera bagnati dal sudore delle mie mani. Ma ci sono riuscito, sono a pochi metri da lui, in mezzo a noi la porta. Chiusa. …. Mi avvicino, la socchiudo, fatico ad entrare. Intravedo la sagoma di mio padre di spalle, e le guglie del duomo che primeggiano oltre a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ho sempre contato quanti passi separavano la mia camera dallo studio di papà. Erano trentuno a sei anni, sedici a tredici anni e sedici anche adesso, che ne ho diciotto. Oggi fatico a contarli.<br />
Quattordici, bum, bum, il cuore pulsa nelle tempie.<br />
Quindici, mi manca l’aria.<br />
Sedici, sento i bordi della lettera bagnati dal sudore delle mie mani.<br />
Ma ci sono riuscito, sono a pochi metri da lui, in mezzo a noi la porta. Chiusa.<br />
….<br />
Mi avvicino, la socchiudo, fatico ad entrare. Intravedo la sagoma di mio padre di spalle, e le guglie del duomo che primeggiano oltre a lui.<br />
&#8211; Papà?<br />
Si gira, mi guarda, mi sorride e mi fa cenno, con la mano, di aspettare cinque minuti, è al cellulare.<br />
Appoggio la lettera sulla sua scrivania, tra un fascicolo e l’altro. Intorno a me, io lui e mamma immortalati in tanti momenti di vita insieme.<br />
&#8211; Sì, va bene dott. Belotti, le confermo la riunione di domani. La saluto. A rivederla. Eccoti, Giacomo! Ti cercavo! Innanzi tutto ti devo dare la ricevuta del pagamento delle tasse universitarie da allegare al modulo di iscrizione. Ah, ti ha detto mamma che ha trovato le tende dello stesso colore del divano dell’appartamento che ti abbiamo affittato?<br />
&#8211; Papà… scusa…<br />
&#8211; Lo so che non volevi che ti affittassimo l’appartamento perché siamo a Milano e la Bocconi è a Milano, ma è giusto che tu abbia i tuoi spazi e le tue esperienze goliardiche.<br />
&#8211; Papà…<br />
&#8211; Non ti preoccupare Giacomo. Tu ci hai sempre dato così tante soddisfazioni… e poi anche questo 100 e lode della maturità… anzi, scusa un attimo Giacomo…VITTORIA!!!!! VIENI PER FAVORE!!!<br />
&#8211; Papà…<br />
&#8211; VITTORIAAAAAAA!! Ma insomma, dov’è tua madre? Volevamo dirti del regalo che ti abbiamo fatto.<br />
&#8211; Dal parrucchiere, papà…<br />
&#8211; Va beh… ma sei proprio sicuro di voler fare l’<em>InterRail</em>? Senti io e mamma abbiamo pensato che al tuo rientro ci potresti raggiungere a Capri al “Qui Si Sana” sai ci sono i soliti amici del golf. C’è anche Manuela, sai la ragazzina che ti stava simpatica. Non è carina Manuela? La figlia del dottor Cominelli. Te la ricordi? Dai Giacomo&#8230; eh… (e gli fa l’occhiolino).<br />
&#8211; Papà, ho bisogno di parlarti.<br />
&#8211; Cosa c’è Giacomo, non stai bene? Hai ragione! Sei pallido! Aspetta… aspetta… MARISAAAAAAA!!! MARIIIIISAAAAAA!!!&#8230; IL TEMOMETROOOOOO!!<br />
&#8211; Basta papà! Fammi parlare!</p>
<p>Silenzio.</p>
<p>&#8211; Ho superato il test!<br />
&#8211; Ma certo Giacomo!!! Lo so!!! il rettore della Bocconi… sai che ci conosciamo da anni… mi ha telefonato per dirmi che sei arrivato terzo su 400 ragazzi. Che bravo che sei! E il test di ammissione era pure in inglese. Neanche quando ho presso IO la lode alla Bocconi ho provato una soddisfazione cosi!!</p>
<p>&#8211; Papà, non è quello il test… Siediti!<br />
&#8211; Va bene Giacomo, mi siedo. Così mi preoccupi. Siediti anche tu allora. Dai vieni qui, vicino a me… raccontami tutto.<br />
&#8211; No no, grazie papà. Va bene qui&#8230; andrò a studiare a Firenze.<br />
&#8211; Firenze? Scusa?<br />
&#8211; Sì papà a Firenze.<br />
&#8211; Ma Giacomo la Bocconi è la facoltà più in alto nelle graduatorie internazionali tra quelle italiane. Ma perché devi andare a studiare economia a Firenze, poi… aaaah! Ho capito! Giacomo, è normale. La crisi dopo la maturità, l’abbiamo avuta tutti. Se vuoi tornare domani e propormi Roma, vai tranquillo, io so che è normale. È capitato anche a me. Pensa che ai miei tempi avevo detto a tua nonna che invece di andare alla bocconi avrei preso un anno sabbatico. Ma a settembre ero lì! Nei banchi della prima fila a prendere appunti.<br />
&#8211; Io papà odio i numeri. Non mi piacciono. E non ho nessuna intenzione di fare il commercialista, come te.<br />
&#8211; VITTORIAAAAAAAAAAA!! VITTORIAAAAA CAZZZZOOOOO!!! VITTORIAAAAAAAA!!! MA DOVE SEI???<br />
Apre la porta la governante Marisa: ”Dottore, la signora Vittoria è dal parrucchiere!”<br />
&#8211; MARISA, CHIUDA QUELLA PORTA E NON FACCIA ENTRARE NESSUNO!!!<br />
&#8211; E allora sentiamo Giacomo, sentiamo un po’. Che test avresti superato? Ingegneria? Medicina? Cosa, dimmi cosa? Con uno studio così avviato? Mi volti le spalle?! Giacomo, sei figlio unico eeeeh? QUINDI??? Venti milioni di lire netti al mese… sentiamo un po’… con quale altro lavoro riusciresti a guadagnarli, DIMMELO DAI!!!</p>
<p>Silenzio<br />
Silenzio …<br />
… e silenzio.</p>
<p>&#8211; Se tu e la mamma avete deciso di farmi uno scherzo, sappi che non lo sto per niente gradendo. E ti dirò che ho in scadenza delle pratiche per domani che sono molto più urgenti di queste cazzate che mi stai dicendo.</p>
<p>&#8211; Ti ho lasciato una lettera sul tavolo. Ora vado. Il treno per Firenze parte tra un’ora.</p>
<p>&#8211; Tu lo sai che non ti darò una lira se esci da quella porta, e non pensare di rimettere piede in questa casa!!!</p>
<p>Giacomo uscì. Il padre prese la lettera e la aprì:</p>
<p>“Luglio 1992. Ho superato il test di ammissione alla Walt Disney”.</p>
<p>Il dottor Francavilla, girando il foglio, vide un disegno a matita: un leoncino accucciato accanto a un leone. Sopra indicati i loro nomi “Simba” il cucciolo, e “Muphasa”, il padre.</p>
<p>Nello studio entrò Vittoria: ”Tesoro, mi hai chiamato?”</p>
<p>La <strong>Walt Disney</strong> negli anni 80 visse un periodo di grave crisi economica che riuscì superare grazie alla fantasia di alcuni talentuosi ragazzi, che con la loro immaginazione crearono dei nuovi lungometraggi animati, che ebbero un grande successo. Uno di questi uscì nel 1994: “Il Re Leone”, i cui protagonisti erano Muphasa e Simba.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-135870" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2018/07/Walt-Disney.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/walt-disney-e-la-crisi-degli-anni-80/">Walt Disney e la crisi degli anni &#8217;80</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>THE BOOGEYMAN</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maggie]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jun 2015 09:13:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[razzismo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>È mezzanotte circa. Sto guidando verso casa, con un’amica. Serata di chiacchiere e birra. Non poca birra. All’altezza della rotonda che trasforma via Milano in via Valcamonica mi accorgo di qualcosa di anomalo per terra, oltre il marciapiede e quasi in mezzo alla strada: un ragazzo, ancora in sella alla bicicletta, giace immobile. La testa è un po’ ovattata e leggera a causa della non poca birra ma decidiamo di fermarci e provare a renderci utili. Il ragazzo è vivo, turbato, anche lui probabilmente ha bevuto non poca birra, ma piano piano riusciamo a tirarlo su, recuperando il sacchetto che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>È mezzanotte circa.<br />
Sto guidando verso casa, con un’amica. Serata di chiacchiere e birra. Non poca birra.<br />
All’altezza della rotonda che trasforma via Milano in via Valcamonica mi accorgo di qualcosa di anomalo per terra, oltre il marciapiede e quasi in mezzo alla strada: un ragazzo, ancora in sella alla bicicletta, giace immobile.</p>
<p>La testa è un po’ ovattata e leggera a causa della non poca birra ma decidiamo di fermarci e provare a renderci utili.</p>
<p>Il ragazzo è vivo, turbato, anche lui probabilmente ha bevuto non poca birra, ma piano piano riusciamo a tirarlo su, recuperando il sacchetto che tiene stretto nella mano destra e anche la bicicletta e portando tutti in salvo sul marciapiede.<br />
Nel frattempo si avvicina un altro ragazzo, gli chiede come sta per poi comunicarci in modo arrogante: “Eh, è ubriaco!”, andandosene poco dopo.<br />
Grazie dell’informazione.<br />
Proviamo a comunicare con lui ma è complicato: oltre ad essere poco lucido, ha negli occhi panico e terrore.<br />
Gli chiediamo come sta, se si è fatto male.<br />
Risponde in modo confuso.<br />
Lo convinciamo a non tornare in sella alla bici, optando per una passeggiata.<br />
A quanto pare non abita distante e gli chiediamo se vuole essere accompagnato.<br />
È esitante, riusciamo a fargli accettare la nostra proposta ma si vede che non è convinto.</p>
<p>Lasciamo l’auto parcheggiata sul marciapiede, con dentro tutto: borse, telefonini, portafogli e partiamo con lui.<br />
Il ragazzo è africano e probabilmente non è qui da molto, fa fatica ad esprimersi e la non poca birra e il terrore sicuramente non aiutano.<br />
Ci addentriamo in vie interne che non avevo mai esplorato, alcune decisamente non illuminate e isolate ed inizio anche io ad avere paura. Tentiamo di instaurare un dialogo chiedendogli dove abita, se ha un lavoro.<br />
Il terrore nei suoi occhi aumenta.<br />
Si ferma più volte e, irrigidito e sospettoso, ci chiede se abbiamo problemi con lui. Non riesce a credere a ciò che sta accadendo e tentiamo più volte di spiegargli che siamo solo due ragazze che hanno visto un ragazzo per terra, per strada, e hanno pensato avesse bisogno di aiuto.<br />
Effettua qualche movimento brusco, ha paura, si vede.<br />
Ci comunica con fermezza che non vuole rispondere alle nostre domande e, dopo averci spiegato con una buffa teatralità, di avere tanti pensieri nella testa, chiede nuovamente se abbiamo problemi con lui.<br />
La mia amica cerca di fargli capire che può fidarsi ma non sembra essere efficace. Eppure vedo nei suoi occhi anche la speranza di poter credere che non vogliamo fargli del male.<br />
Non capiamo dove stiamo andando, la strada diventa sempre più isolata e buia.</p>
<p>Confesso di aver pensieri orribili. Tante immagini e scene si susseguono nella mia testa: lo vedo tirare fuori un coltello all’improvviso, vedo saltare fuori dal nulla alcuni uomini, suoi complici, pronti, insieme a lui, a farci del male. Immagino anche che il farsi trovare per strada, in quello stato, faccia parte di una messa in scena, creata ad hoc per poi aggredirci. Mi guardo intorno, cercando di farmi trovare pronta nel momento in cui divenga necessario scappare, programmando il come scappare e dove scappare. (Eppure non guardo molti film dell’orrore…)<br />
La mia auto!<br />
Penso che l’ho lasciata di notte, ferma su un marciapiedi di via Milano, vicino la tangenziale, con dentro TUTTO e inizio a non essere sicura di ritrovarla. La paura mi porta a chiedermi chi me lo ha fatto fare, cosa ci faccio qui con questo tizio che sembra nemmeno apprezzare il mio aiuto, perché ho messo la gonna stasera??</p>
<p>Lui è lì davanti a noi, sempre rigido, ha preso il manubrio della sua bici e in qualche modo cammina, più o meno dritto.<br />
Noi dietro, intimorite e indecise se imporgli ancora la nostra presenza o lasciarlo andare, lo seguiamo come due guardie del corpo.<br />
Dice parole difficili da comprendere, un po’ sembra essere infastidito da noi e un po’, tradendosi con il linguaggio del corpo, ci fa capire che gradisce la nostra compagnia.<br />
Ci permette di portare il sacchetto che prima teneva stretto nella mano destra.<br />
Lo guardo, lo tocco, sembra pieno di qualcosa simile a delle patate. E anche qui la mia immaginazione, contaminata dal pregiudizio e dalla paura, prende il sopravvento e inizio a pensare a mille contenuti diversi per quella busta, alcuni tossici, ovviamente, altri pericolosi oppure illegali.<br />
Riesco a fermare e isolare i pensieri annebbiati dal pregiudizio, per fortuna.<br />
Se non avessi una mente capace di questo non mi troverei qui e ne sono contenta ma continuo ad avere paura. Non so di cosa di preciso ma vera paura.<br />
Ancora una svolta e qualche metro in più e farei fatica a fare il tragitto al contrario per tornare all’auto.</p>
<p>Proprio quando la paura sta per diventare insostenibile, svoltiamo a destra, trovando una piccola serie di condomìni, sbucati dal nulla.<br />
Guardo le auto parcheggiate, cerco di capire se c’è anima viva nei dintorni e quale possa essere il condominio in cui vive lui.<br />
Ci fermiamo nel parcheggio, gli chiediamo se è lì che vive ma questo noi, ancora adesso, ce lo stiamo chiedendo.<br />
In qualche modo ci chiede di aiutarlo a legare la bici ad un palo e ci comunica che ha apprezzato il nostro aiuto ma il panico, la paura e la diffidenza sono ancora lì, nei suoi occhi. Ci fa capire che possiamo andare e qualcosa ci dice che lui è pronto a sganciare la catena della bici e ripartire.<br />
Capiamo che abbiamo fatto abbastanza e lo salutiamo.</p>
<p>Il tragitto del ritorno diventa una lunga corsa.<br />
Corsa per non sentire la paura, per non percepire il terrore nei tratti bui, per non avere tempo di fare brutti incontri e soprattutto, per andare a vedere subito se la macchina è ancora dove l’abbiamo lasciata, integra.</p>
<p>Ci sono tante cose sulle quali riflettere.<br />
Io è tutto il giorno che penso solo alla paura.<br />
La MIA. La SUA.<br />
E sento che c’è qualcosa che non va.</p>
<p><em>Disegno di copertina di Chiara</em></p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-29620" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/diverso_blu_ok.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/the-boogeyman/">THE BOOGEYMAN</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>La macchia</title>
		<link>https://www.odiopiccolo.com/la-macchia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2015 23:06:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stringeva forte una vecchia tazza sbeccata per cercare di scaldarsi le dita. Le gambe appoggiate al calorifero, lasciava che il vapore del tè velasse il vetro ghiacciato. Lo sguardo fissava i palazzi della città, ipnotizzato dalle tante minuscole finestre che splendevano nel buio. Per oltre sei anni avevano fatto da palcoscenico a una moltitudine di storie intraviste o solo immaginate. Famiglie felici, amori traditi e anziani soli, le prime seghe in una cameretta piena di poster. Un’umanità intera a suoi piedi, e lui ne era stato testimone. La prima volta che Francesco aveva visto l’appartamento, accompagnato dalla sua ragazza e [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Stringeva forte una vecchia tazza sbeccata per cercare di scaldarsi le dita. Le gambe appoggiate al calorifero, lasciava che il vapore del tè velasse il vetro ghiacciato. Lo sguardo fissava i palazzi della città, ipnotizzato dalle tante minuscole finestre che splendevano nel buio. Per oltre sei anni avevano fatto da palcoscenico a una moltitudine di storie intraviste o solo immaginate. Famiglie felici, amori traditi e anziani soli, le prime seghe in una cameretta piena di poster. Un’umanità intera a suoi piedi, e lui ne era stato testimone.<br />
La prima volta che Francesco aveva visto l’appartamento, accompagnato dalla sua ragazza e dall’agente immobiliare, se ne era subito innamorato: una mansarda al sesto piano, e tutta Brescia che si estendeva nella sua composta frenesia. Sapeva che, se avesse scelto di andare a vivere in città, avrebbe avuto bisogno di una vista che non lo soffocasse; con un’infanzia trascorsa sul lago, gli spazi aperti erano per lui un materno psicofarmaco.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Nel pomeriggio, la ditta di trasloco aveva finito di svuotare le stanze dai mobili. Non potendo essere trasportati per le scale (erano tutti vecchiotti e non si potevano smontare), era stato necessario noleggiare una gru per calarli da una finestra. “Con quel che ti è costata &#8211; aveva commentato suo padre al telefono &#8211; avresti fatto meglio a non mollarlo quell’appartamento. Io te l’avevo detto”. Aveva lasciato che la provocazione cadesse nel vuoto —<em>ti saluto, ho da fare</em>— riattaccando con un tocco dell’indice, all’apparenza non più violento del solito.</p>
<p style="text-indent: 24px;">In rispettoso silenzio, aveva osservato i mobili scendere verso il basso. Una lentezza snervante: “hanno fatto parte della mia vita per così tanto tempo &#8211; pensò &#8211; che è come vedere una parte di me precipitare al rallentatore”. Quante volte si era ubriacato a quel tavolo, quante volte ci aveva scopato con Paola. Adorava tenere la testa tra le sue cosce umide e viscose, giocando vorace con la lingua dopo averle legato polsi e caviglie per non farla ribellare. Sporgendosi un poco, aveva seguito il tavolo con lo sguardo mentre veniva calato nel vuoto. Immaginò Paola ancora legata lì sopra, contorcersi dal piacere, prima di essere caricata su un camion per essere portata via. Chissà perché, gli vennero in mente le immagini delle persone che si erano lanciate dalle Torri Gemelli in fiamme.</p>
<p style="text-indent: 24px;">In mezzo alla sala, tre grossi scatoloni aspettavano di essere riempiti da quanto restava. Incominciò dalle pentole, posandole sul fondo. Poi fu la volta dei libri. Gli capitò tra le mani ‘La montagna incantata’, andò all’ultima pagina e lesse l’unica frase che aveva annotato: “Tu ami l’ordine più della libertà”. Lo chiuse e lo buttò nello scatolone, subito sommerso da posate e bicchieri. Sigillò le due ali di cartone con dello scotch marrone. Andò in bagno a vedere quanto era rimasto. Prese il bicchiere degli spazzolini, il sapone, le spugne della doccia e infilò tutto alla rinfusa in un sacchetto di plastica. Aprì l’anta dell’armadietto: rasoi, preservativi, un dentifricio ancora inscatolato, la sua tessera sanitaria—<em>come cazzo avrà fatto a finire qui</em>—, un tubetto con la crema per la candida semi-usato, un pennellino da trucco. Via tutto.</p>
<p>Davanti alla specchiera solo il barattolo con la crema per il corpo di Paola. Sapeva di miele e tè verde. “Adesso mi sembra di scoparmi una tisana”, aveva commentato, scherzando, la prima volta che se l’era spalmata. Restava un rotolo di carta igienica già iniziato, ma pensò che poteva anche regalarlo al nuovo inquilino.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Fu quindi la volta dei quadri. Iniziò con le fotografie in bianco e nero incorniciate in salotto. Prima “Le Violon d&#8217;Ingres” e “La priere” di Man Ray, poi il bacio di due vecchietti immortalato da Giacomelli in una casa di riposo, un vecchio regalo di compleanno. Non ne ricordava il titolo (anzi, nemmeno sapeva se ne avesse uno); gli era sempre bastato quello del reportage da cui lo scatto era tratto: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Per ultimo lasciò un quadro che aveva comprato durante un viaggio a Cracovia. Ritraeva una donna nuda, di spalle, mentre versa l’acqua da una brocca; in primo piano due enormi chiappe maldestramente sproporzionate. Francesco l’aveva comprato proprio pensando all’ossessione dell’artista e a una sua filosofica certezza: era il buco del culo l’origine del mondo, e il quadro di Gustave Courbet solo una celebre millanteria.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Lo appoggiò a terra per incartarlo con dei fogli di giornale, sapendo già cosa avrebbe trovato tra la tela e il telaio. Per paura che andasse perduta (e che qualcun altro potesse leggerla), ci aveva infilato la lettera che Paola gli aveva lasciato nella casetta della posta, a una ventina di giorni dalla fine della loro storia. L’aveva letta decine e decine di volte, ma non riusciva a staccarsi da quelle parole. Le considerava ‘perfette’; nessuno l’aveva mai descritto con così tanta precisione (tantomeno lui avrebbe potuto essere così sincero con se stesso). La prima volta fu come tenere tra le mani la radiografia delle proprie viltà, dei propri trucchi, delle proprie paure. Allo stesso tempo qualcosa di terribile e nuovo, raggiante e arcaico; qualcosa che solo un amore che si credeva eterno avrebbe potuto creare. Fissò la calligrafia da bambina, e non riuscì a resistere: <em>io credo…</em></p>
<p>Io credo sia giusto soffrire a causa dei propri errori, soprattutto se molte persone hanno sofferto a causa tua per la superficialità e l&#8217;immaturità del tuo amore. Avviene una sorta di catarsi: come un eroe tragico, un Lord Jim che con il cuore pieno di nobiltà rifiuta la fuga e affronta il processo. Ma i giurati che ti giudicano sono tutti uguali, hanno lo stesso tuo viso, i tuoi stessi occhi tristi, i capelli spettinati e l&#8217;anima aperta come una cozza: sono centinaia di te stesso che giudicano te stesso, il vero, l’unico (sempre che ancora ne esista uno). Eravamo un sublime groviglio di corpi sudati che si davano piacere nudi nel lago, tra gli ulivi, nel fottutissimo letto bagnato di amaro, nell’auto a lato della tangenziale. Ovunque cazzo!&#8230; e tu hai distrutto tutto. Seguendo le regole di quale delirante gioco hai deciso di circondarmi di tante bugie? Una volta hai scritto che, come per vedere la linfa di un albero bisogna tagliarne il tronco, per capire un uomo bisogna amarlo o leggerne i versi. Io ho bevuto avidamente la linfa verde che mi soffiavi nell’anima: hai iniziato a scavare con un cucchiaino minuscolo, partendo dalle dita dei piedi, un tunnel profondissimo nel quale giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, riversavi bellezze e conoscenze sconfortanti. A me arrivava questo fluido come un’onda, un’attesa che mi precipitava in un gorgo di piacere e prostrazione. Già possessore del mio dentro, una sera hai osato tentare di prenderti anche il fuori e io non ho avuto il coraggio di oppormi. Ma, dopo essermi donata a te per tanto tempo, ho infine scoperto un uomo che mente, come mille altri. Un tenero commediante che vuole vendersi agli altri nel modo da lui prescelto, per vendersi a più caro prezzo, una puttana ben pettinata e profumata. Ora una rabbia cieca e ferina mi ha aperto gli occhi: sei solo un sincero imbroglione di se stesso, che si nasconde dietro presunzioni e montagne di libri e di film visti, di frasi e di concetti rubati. Un meraviglioso e attraente gesuita vendifrottole, che ama stupire e stare al centro dell’attenzione, vantandosi dei limiti che non ha osato darsi. Sei un mistificatore che non conosce vergogna e se ne vanta, sei diventato il protagonista del tuo libro preferito, quello che non sei mai stato in grado di scrivere.</p>
<p>Non voglio vederti mai più, ti amerò per sempre.</p>
<p>Paola.</p>
<p>Chiuse la lettera. Ascoltò per un attimo l’acqua gocciolare nei caloriferi accesi. Si sentiva svuotato. La rimise al suo posto, aprì il <em>Corriere della Sera</em> e fece un veloce fagotto. Il “letto bagnato di amaro” lo portò in camera a controllare il materasso. La macchia nera che aveva svelato il suo tradimento se ne stava ancora lì in mezzo, come un mare calmo insudiciato da una chiazza di petrolio o di qualche altro materiale non degradabile.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Da circa sei mesi aveva iniziato ad avere una relazione parallela con Maria, una collega. Non provava per lei nulla che andasse al di là di una normale amicizia, ma non riusciva a smettere di pensare a quel suo corpo traboccante, a quel suo seno sfacciato e prepotente. Scopavano una volta a settimana, il mercoledì sera, quando Paola andava a pallavolo senza nemmeno passare da casa dopo il lavoro. Ma un giorno, prima di fargli un pompino, Maria gli aveva versato addosso del liquore alla liquirizia (non era “bagnato di amaro”; comunque, non gli era sembrato il caso di specificare) finendo per rovesciarne metà bottiglia. Francesco aveva subito cambiato le lenzuola (in realtà, aveva aspettato di venirle in bocca), dimenticando però di girare il materasso e, dopo circa un mese, quella <em>dannata</em> macchia era stata notata da Paola. Alle sue domande, provò in un primo momento a inventarsi qualche scusa ridicola, ma il volto, le mani, il corpo raccontavano tutt’altro. Inchiodato dalle sue lacrime che, disperate, cercavano di restare in equilibrio sulla linea delle palpebre, fu costretto a dirle tutto. Un cataclisma emotivo esplose tra quelle mura. <em>Non rimase in piedi nulla.</em></p>
<p style="text-indent: 24px;">Decise che era giunto il momento di girare <em>quel cazzo di materasso</em>. Già gli era costato parecchio, non aveva voglia di vederselo scalare anche dalla caparra.<br />
Lì dentro, adesso, non era rimasto molto da fare. Terminò di riempire gli scatoloni con qualche stupido ninnolo, un paio di ciabatte rimaste in fondo alla scarpiera, la radiolina che accendeva quando cucinava la sera. Prese di nuovo lo scotch, strappò qualche striscia coi denti e, dopo averle incollate, spinse tutto fuori sul pianerottolo.<br />
Con un gesto meccanico, indossò il cappotto partendo dal braccio sinistro, poi si allacciò le scarpe standosene seduto sulla scala a chiocciola del soppalco. Si fermò un attimo a guardarsi attorno: spiccavano i chiodi dei quadri rimasti soli in mezzo alle pareti. Stava dicendo addio ai suoi trent’anni.<br />
Non poteva dire di provare malinconia o, all’opposto, qualche strano sentimento di gioia. Quell’ambiente così familiare gli era ormai diventato estraneo, una superficie liscia e lucente su cui nulla restava aggrappato. “Sono diventato il mio appartamento”, pensò, poi spense la luce e si chiuse la porta alla spalle. Ascoltò il graffiare metallico della chiave che, pigramente, girava nella serratura.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Sul pianerottolo si trovò di nuovo faccia a faccia con i tre scatoloni. Sarebbe stato necessario, quanto meno, fare due viaggi giù dalle scale. Mentre già si piegava a raccogliere il primo, un dubbio inceppò i suoi movimenti d’automa. Aveva svuotato la lavatrice? Aprì la porta, cercò l’interruttore e riaccese la luce. In ginocchio davanti all’oblò trasparente, si rese conto che era ancora pieno di vestiti. Li aveva lanciati dentro alla rinfusa, poi non aveva nemmeno fatto partire il lavaggio. Sotto al lavandino aveva lasciato un paio di sacchi neri per la spazzatura. Ne prese uno e incominciò a riempirlo. In mezzo a calzini, mutande e magliette, trovò anche due fodere dei cuscini. Erano quelle gialle e arancioni che aveva comprato assieme a Paola, poco prima che decidesse di trasferirsi da lui. Le annusò entrambe: riconobbe subito il <em>suo</em> odore, velato da un profumo di miele e tè verde. Buttò tutto nel sacco.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4890" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/macchia.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/la-macchia/">La macchia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>L&#8217;uomo che aveva gli occhi sul culo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[QuandoSiFaBuio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 07 Jul 2014 12:38:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
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		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[culo]]></category>
		<category><![CDATA[occhi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una volta stavo aspettando una ragazza: lei sarebbe dovuta arrivare dalla mia sinistra e allora io me ne stavo a cuore immobile con lo sguardo fisso da quel lato della strada, così l’avrei vista svoltare l’angolo e avrei pensato qualcosa del tipo Se le dico quanto è bella poi finisce che non mi crede. Lei avrebbe sorriso venendomi incontro, io avrei fatto lo stesso, e nessuno dei due si sarebbe accorto, in quel momento, che sarebbero stati gli istanti più belli, più di tutto quello che c’è stato dopo. Sta di fatto che lei, invece, è arrivata da destra: era [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Una volta stavo aspettando una ragazza: lei sarebbe dovuta arrivare dalla mia sinistra e allora io me ne stavo a cuore immobile con lo sguardo fisso da quel lato della strada, così l’avrei vista svoltare l’angolo e avrei pensato qualcosa del tipo <em>Se</em><em> le dico quanto è bella poi finisce che non mi crede. </em>Lei avrebbe sorriso venendomi incontro, io avrei fatto lo stesso, e nessuno dei due si sarebbe accorto, in quel momento, che sarebbero stati gli istanti più belli, più di tutto quello che c’è stato dopo.</p>
<p>Sta di fatto che lei, invece, è arrivata da destra: era andata a fare una commissione per sua madre o chi se lo ricorda cosa, e aveva percorso un’altra strada.</p>
<p>Così io me ne stavo con lo sguardo fisso di qua ma lei è arrivata da là e invece di dirmi qualcosa del tipo <em>Ciao </em>se n’è rimasta lì a guardarmi, in silenzio. Io, mica me ne sono accorto. A un certo punto sento un <em>Ehi </em>e mi giro e c’è lei e le dico <em>Cazzo, hai rovinato la parte migliore </em>e lei risponde <em>Cosa? </em>E io <em>Niente, lascia stare.</em></p>
<p>Tutto questo per dire che a volte certe cose proprio non te le aspetti, come quando il mio amico Martin si è svegliato e ha scoperto di avere gli occhi sul culo, letteralmente. Uno per chiappa. Non che si fossero spostati, eh: erano cresciuti, evidentemente.</p>
<p>Un secondo paio di occhi sul retro, belli grandi.</p>
<div style="width: 530px" class="wp-caption aligncenter"><img fetchpriority="high" decoding="async" title="L'uomo che aveva gli occhi sul culo" src="http://www.odiopiccolo.com/images/stories/Blogger/quandosifabuio/copertina.jpg" alt="L'uomo che aveva gli occhi sul culo" width="520" height="324" border="0" /><p class="wp-caption-text">L&#8217;uomo che aveva gli occhi sul culo</p></div>
<p>Quando ci succedono cose strane siamo istintivamente portati a pensare che ci sia una spiegazione logica, e che certamente non siamo i primi ai quali è successa una cosa del genere. C’è troppa gente, al mondo: vuoi che a nessuno mai siano cresciuti degli occhi sulle chiappe?<br />
Orsù.<br />
Così Martin se ne andava in giro a chiedere agli amici se questa cosa  potesse effettivamente essere considerata normale e nessuno sapeva bene come rispondergli <em>no </em>senza pronunciare la parola <em>no. </em>Non è mica semplice: se devi dire <em>banana </em>senza dire <em>banana </em>è un conto, ma dire <em>no</em>senza dire <em>no </em>può risultare particolarmente complicato. Le risposte alla domanda di Martin È<em> normale? </em>Erano più o meno queste: <em>Sì, però fatti dare un’occhiata; Sì, però è raro; Sì, però chiudili prima di sederti sul cesso; Sì, però…</em></p>
<p>La verità è che quando diciamo  <em>Sì, però </em>stiamo dicendo <em>no.</em><br />
Così ho tentato un’altra strada: cercare di far capire a Martin la differenza tra cosa può essere considerato normale e cosa non può esserlo, con un esempio pratico:<br />
<em>Allora, se vai su youporn e ci trovi il video di una che fa un pompino, quello è normale: se vai su youporn e ci trovi il video di tua mamma che fa un pompino a un grizzly, quello non è normale. Capisci, Martin?<br />
</em>Martin capiva.</p>
<p>C’era poi quella faccenda della miopia: il secondo paio di occhi, dopo essere stati visitati da un incuriosito quanto timoroso oculista, sono risultati essere sprovvisti di alcune diottrie normalmente in dotazione e, data la dimensione degli occhi stessi, non era certo possibile pensare a delle lenti a contatto. Ma come reggere degli occhiali in assenza di orecchie? Prendendole da uno morto e applicandosele alle anche, ovviamente. Ma già che ci siamo, mica le facciamo di bellezza e basta, eh: due orecchie funzionanti. Et voilà, ecco a voi un culo vedente e udente. Poi è stato un attimo dire a Martin di leggersi <em>Pasto nudo </em>di Burroughs, nel quale c’è un uomo che insegna al suo buco del culo a parlare. La letteratura ci aiuta a crescere, e così Martin ha imparato. Insomma, ora c’ha una vera e propria faccia didietro: manca solo il naso, giusto perché avrebbe creato qualche problema con quella faccenda del sedersi.<br />
Invidio Martin ferocemente: ora se ne va in giro con le sue due facce, una davanti e una dietro, decidendo di volta in volta quale lato di sé esporre al proprio interlocutore.<br />
Come facciamo tutti, del resto.<br />
Lui, però, è giustificato.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-27260" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/occhisulculo.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/luomo-che-aveva-gli-occhi-sul-culo/">L&#8217;uomo che aveva gli occhi sul culo</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>Follow that dream</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Never]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2014 15:28:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[dream]]></category>
		<category><![CDATA[lago di garda]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lui e Lei si rincontrano dopo un paio di anni. Si erano conosciuti un’estate ad una sagra paesana sul lago, si erano rivisti qualche volta in una delle spiagge più belle del Garda e poi ognuno aveva preso direzioni diverse. Oggi Lui cammina da solo, giusto una faccia nella folla che cerca di proteggersi dalla pioggia. Vede un vagabondo con un impermeabile e si chiede se non finirà nello stesso modo. Un vecchio all’angolo della strada suona una vecchia canzone sul cambiamento. Tutti hanno la propria croce da portare. Lei è venuta in cerca di una qualche protezione con la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lui e Lei si rincontrano dopo un paio di anni.</p>
<p>Si erano conosciuti un’estate ad una <a href="http://www.appartamentitignale.it/" target="_blank">sagra paesana sul lago</a>, si erano rivisti qualche volta in una delle spiagge più belle del Garda e poi ognuno aveva preso direzioni diverse.</p>
<p>Oggi Lui cammina da solo, giusto una faccia nella folla che cerca di proteggersi dalla pioggia. Vede un vagabondo con un impermeabile e si chiede se non finirà nello stesso modo. Un vecchio all’angolo della strada suona una vecchia canzone sul cambiamento.</p>
<p>Tutti hanno la propria croce da portare.</p>
<p>Lei è venuta in cerca di una qualche protezione con la sua valigia piena di sogni. Arriva da città che ti rubano l’anima, che ti insegnano ad essere <strong>James Dean</strong>. Ha visto tutti i discepoli raccontare tutte le storie e ha la pretesa di conoscere tutti i modi di essere.</p>
<p>Sembra che nessuno voglia essere se stesso oggi.</p>
<p>La discussione comincia così, come una pugnalata nel buio:</p>
<p>LUI: “Quindi qual è la tua definizione di Amore?”</p>
<p>LEI: “Beh, così a freddo….dovremmo trovare un tema e partire da quello”</p>
<p>LUI: “Sì, va bene. Ma poi la cosa diventa impersonale, astratta. E io di cazzate ne ho già sentite tante. Mi interessa la tua idea, la tua esperienza, la tua vita”</p>
<p>LEI: “Alcune cose le conosci, la mia storia più lunga, l’ultimo fidanz..”</p>
<p>LUI: “No no, fermati! Sei stata ferita e ti hanno spezzato il cuore. E allora? Mostrami chi non lo è stato! Intendo dire, perché ci si fa coscientemente del male? Alcune cose a vederle da fuori sono chiaramente inevitabili, eppure PAM! Le persone ci si infilano, sperano in chissà quale elemento divino che cambi chissà cosa per poi realizzare che sono un’altra volta nella sofferenza. Tu per esempio, l’estate che ti ho conosciuto eri invaghita di un mio amico…”</p>
<p>LEI: “No ti prego, lasciamo stare! Quando ho saputo come stavano le cose…”</p>
<p>LUI: “Stavo appunto dicendo che poi, passa un mese, passa agosto e a settembre te ne vai a convivere con un tipo che diventa il tuo ragazzo. Onestamente: ma come poteva funzionare?”</p>
<p>LEI: “Il tuo amico non l’ho neanche mai frequentato. Sì, è vero, mi ero invaghita, poi però…”</p>
<p>LUI: “Poi ti ha detto che lui conviveva con una donna e bla bla bla…. “</p>
<p>LEI: “Beh, non è andata proprio così”</p>
<p>LUI: “Sì ok, non è andata proprio così. Non lo voglio difendere, ma di fondo non fa alcuna differenza: come poteva funzionare? Forse volevi solo un po&#8217; di “tocco umano”, come dice una famosa canzone?”</p>
<p>LEI: “Non la conosco”</p>
<p>LUI: “Non mi stupisce”</p>
<p>LEI: “Ah ah ah! Comunque no! Era la persona con cui volevo stare”</p>
<p>LUI: “E dopo quanto, 20 giorni, un mese ci vai a vivere assieme? ”</p>
<p>LEI: “Ma siamo stati assieme quasi 2 anni!”</p>
<p>LUI: “WOW!!! Sono strabiliato!”</p>
<p>LEI: “Non si può definire l’Amore”</p>
<p>LUI: “No, non si può. È tutto quello che facciamo per averlo che possiamo definire. E il più delle volte la definizione che calza a pennello è: cazzate!”</p>
<p>LEI: “Ma non è proprio questo il bello!? Quello che ci fa sobbalzare l’anima, le cose senza senso, il buttarsi col cuore in mano, l’aprirsi senza paure, il donarsi completamente, il mettersi nelle mani dell’altro, l’affidare le gioie e gli umori delle nostre giornate ad un buongiorno ricevuto o meno dalla persona amata!?”</p>
<p>LUI: “Vedi perché il mondo va a puttane!? Ma cazzo dico io, ci vuole tanto poco! Dovrebbero prendere quel passo del libro di <strong>Nick Hornby</strong> e farlo imparare a memoria alle scuole medie!”</p>
<p>LEI: “Sentiamo lo scienziato….”</p>
<p>LUI: “È quello in cui il vecchio Nick ti spiega che l’amore è facile-facile. Una semplice questione aritmetica: se escludiamo i genitori, i fratelli e qualche parente stretto, si può essere amati da una decina, una ventina di persone al massimo in una vita. Ora, siamo più di 6 miliardi su questo pianeta: quanto bisogna essere intelligenti per capire che non vale assolutamente la pena correre il rischio?”</p>
<p>LEI: “Faccio finta di non aver sentito! È spettrale quello che hai appena detto”</p>
<p>LUI: “Ehi baby, non l’ho detto io! È stato Hornby! Io ho solo sottoscritto…..</p>
<p>Sai, l’altro giorno un amico mi parlava di una ragazza, alta, mora, bellissima”</p>
<p>LEI: “E…”</p>
<p>LUI: “E poi, per farmi capire chi era, mi ha detto che era stata con un tipo….’viscido’, ha usato questa parola, ‘viscido’….e mi ha reso l’idea alla perfezione. Ma non ricordo comunque di averla mai vista”</p>
<p>LEI: “E quindi? Quale sarebbe lo scoop?”</p>
<p>LUI: “Nessuno scoop. Non per me, almeno. Tante ragazze finiscono con un ‘viscido’ a volte. E questo lo trovo incredibile. Mi chiedo ogni volta come sia possibile, se davvero la solitudine ti può portare fin oltre quel limite. O forse più semplicemente, le donne non sono così in gamba. Non come piacerebbe a me”</p>
<p>LEI: “Ma guarda che a volte le persone sono diverse da come sembrano”</p>
<p>LUI: “Ecco, tipica stronzata da donna! Un ‘viscido’ è un ‘viscido’. Punto. E io ne sento l’odore, anzi la presenza, ancor prima di vederlo. E questo mi fa schifo. Più per la donna che lo accompagna che per lui”</p>
<p>LEI: “Magari hanno un aspetto diverso in privato! Tu che ne sai!?”</p>
<p>LUI: “Altra tipica stronzata da donna! Dimmi un po’: sei mai stata con un ‘viscido’?”</p>
<p>LEI: “…………mmmm……….Sì! Per un periodo ho frequentato un ‘viscido’”</p>
<p>LUI: “Incredibile! Non lo avrei detto. E poi no, pensandoci meglio potrebbe essere”</p>
<p>LEI: “Ma lo sapevo cosa facevo! E sapevo che era ‘viscido’. Ma era un periodo che mi andava bene così. E nonostante amici e amiche mi mettessero in guardia, non mi importava. Era quello che in quel momento volevo. E lo rifarei!”</p>
<p>LUI: “Ma che cazzo dici!?!? Cristo, ti registro! Stai dicendo una sacca di cazzate enormi! Ma è pazzesco! Ma come….”</p>
<p>LEI: “Ma davvero! Guarda che…”</p>
<p>LUI: “Ma guarda cosa!? Cazzo, un ‘viscido’! Ma conosci il significato di ‘viscido’? Non dico uno stronzo, un bastardo figlio di puttana per cui voi donne impazzite! Cazzo, ‘vi-sci-do’! Eri alla deriva e sei rimasta invischiata sul suo scoglio”</p>
<p>LEI: “…….”</p>
<p>LUI: “Guarda che non è sempre vera la parte del ‘Rifarei-Tutto-Quello-Che-Ho-Fatto’. Anzi, personalmente la ritengo una stronzata colossale. Cambierei una grossa percentuale di cose, se solo potessi”</p>
<p>LEI: “…….”</p>
<p>LUI: “Nel tuo caso cambierei la parte del ‘viscido’….”</p>
<p>LEI: “Ahahah!!! Fanculo al ‘viscido’! Hai ragione! È stata una cazzata!”</p>
<p>LUI: “Questo perché il vecchio Hornby ha fatto i conti con la matematica, ma si è dimenticato la solitudine”</p>
<p>LEI: “Piantala! Piuttosto come è finita la tua recente storia?”</p>
<p>LUI: “Come tutte le altre: nel modo che fa sempre sbadigliare”</p>
<p>LEI: “Giochiamo ancora per molto al gioco dell’ ‘Uomo-Che-Non-Deve-Chiedere-Mai’?”</p>
<p>LUI: “No. Quel gioco è finito da tempo…..”</p>
<p>LEI: “Eh dai, non volevo essere stronza”</p>
<p>LUI: “Infatti non lo sei stata. È solo un vestito che mi è stato cucito addosso da troppo tempo senza sapere bene per quale motivo. All’inizio era ok, mi piaceva, suonava giusto. Oggi ha preso un risvolto diverso. È incredibile come con gli anni anche il senso di alcune frasi suoni in maniera diversa…più stonata direi. In fondo, oggi come allora non recito nessuna parte: mi limito a non dire bugie alle donne, o almeno, a raccontare bene la mia verità….”</p>
<p>LEI: “Secondo me a volte pretendi troppo dalle donne”</p>
<p>LUI: “Non ho alcun interesse ad essere come tutti gli altri”</p>
<p>LEI: “Questa è di <strong>Harold Brodkey</strong>, ma temo non si riferisse al caso in questione….intendevo che ti poni in maniera sbagliata con le donne”</p>
<p>LUI: “Adesso sei tu la scienziata. E poi questa me l’ha già detta un tizio giorni fa”</p>
<p>LEI: “No, no, no. Non sto scherzando. Non è per fare la scienziata, ma non è possibile che tu non ti lasci mai andare, che non molli il freno, che….c’è sempre un qualcosa che non va”</p>
<p>LUI: “Qualcosa che non va….beh, direi che non è poco…”</p>
<p>LEI: “Ma no! Così non lo saprai mai! Le donne vogliono avere il cuore di un uomo, per poter provare quell’incredibile sensazione di abbandono completo che inebria ogni parte del loro corpo…”</p>
<p>LUI: “Lo dicevo io che il mondo va a puttane…..”</p>
<p>LEI: “….che le fa sorridere nel sonno e sussultare nel bel mezzo del giorno”</p>
<p>LUI: “Sorridere nel sonno?”</p>
<p>LEI: “Sono parole tue”</p>
<p>LUI: “Già, ricordo….Allora non mi sbagliavo su di te: la facoltà di ascoltare ed apprendere rientra nel pacchetto”</p>
<p>LEI: “Adulatore! Ma non ci casco: quindi?”</p>
<p>LUI: “Lo sai che quella del porsi in maniera sbagliata è una cazzata! Non lo pensi neanche lontanamente! È molto più semplice la questione: ti parte dallo stomaco, è la pancia che bisogna ascoltare, non il cuore. È da lì che nascono quei crampi che ti tolgono il respiro, che accelerano il battito, che prosciugano la saliva, che ti seccano la gola come se avessi appena attraversato il deserto. E d’un tratto ti ritrovi a muoverti come il robot C1-P8 di Guerre Stellari. Solo che non sei un robot, né hai solo preso in prestito l’espressione ebete per l’occasione migliore. Ecco, se non capita questo – e non è capitato &#8211; che senso a fingere?”</p>
<p>LEI: “WOW!”</p>
<p>LUI: “Fanculo!”</p>
<p>LEI: “ Dai! In fondo hai ancora la capacità di incantarmi no!? Quindi il dolore? Se non ci sono stati crampi, non si è accelerato il battito, non si è prosciugata la saliva e la gola è come un fiume in piena, come è potuto arrivare? Te lo ha portato C1-P8?”</p>
<p>LUI: “La vita ti sorprende. È incredibile come una cosa così superficiale possa generare un tormento simile. Non puoi aspettartelo, non puoi prepararti al colpo. Semplicemente arriva. E sei hai le palle non te ne vai in giro a dire cazzate, a fare il figo, a dire che non te ne fregava un cazzo. Te ne stai lì, da solo, perché nessuno viene a cercarti, nessuno ti chiama al telefono per dirti come stanno le cose. Dio non viene a scrivere la risposta sul tuo muro. E ti ritrovi lì, da solo, a pensare a dove cazzo sono finite le tue certezze, i tuoi dubbi, la tua anima. E ti viene in mente come era buffo quando era tutto rose e fiore e tenevi botta ai colpi, e ti domandi se davvero tutto non si riduca ad una fottuta abitudine, alla mancanza di qualcosa di cui un tempo non avresti mai sentito il bisogno. E sai che non è così. E ti chiedi: ‘ma tutto questo che c’entra con l’Amore?’ E la risposta è immediata: niente.  O almeno non con la mia idea”</p>
<p>LEI: “Qual è la tua definizione di Amore?”</p>
<p>LUI: “Non si può definire l’Amore”</p>
<p>LEI: “No, non si può. È tutto che quello che ci lascia quando se ne va che possiamo definire. E il più delle volte la definizione che calza a pennello è: dolore&#8230;..”</p>
<p>LUI: “Beh, per lo meno concordiamo che li non sta il bello….”</p>
<p>LEI: “È successo anche a te. E non mi importa se mi racconti che non eri innamorato, che non era la donna della tua vita, e che avrebbe sofferto quando sarebbe finita e il solo pensiero ti faceva star male. Qualcosa se ne è fregato di tutto questo, se ne è altamente sbattuto le palle! Ed è venuto ad incassare il conto. ”</p>
<p>LUI: “La natura è più furba di quello che l’uomo crede”</p>
<p>LEI: “Già, la natura è più furba. E forse anche più sveglia di te che non ti sei accorto che stavi perdendo molto più di quello che avevi mai avuto, e che ti stai disperando per quello che hai perso senza averlo mai avuto”</p>
<p>LUI: “Sì, questo è vero. È dannatamente vero! E il delirio che ho davanti è mio e soltanto mio! Ma se penso a quello che sognavo, a come immaginavo l’Amore da ragazzo, a come questa idea si è modellata negli anni attraverso i libri che ho letto, i fumetti che ho divorato, alle canzoni che ho ascoltato….se penso a come ho vissuto le mie emozioni, le mie storie, le mie avventure in relazione a quello che quei testi mi hanno scolpito dentro…..beh, allora forse mi sembra di rivedere un pezzo della mia anima, di quello che sono. E pazienza se quello che vedo allo specchio mi guarda indietro con qualche ruga in più, e se la notte è un po’ più fredda, quello che vedo è ancora qualcuno a caccia di sogni, qualcuno che insegue quel sogno, dove non c’è spazio per un amore incompleto, un amore contaminato dal dubbio della sua stessa autenticità. E che è pronto a seguirlo, quel sogno, dovunque lo possa condurre.”</p>
<p>Il cielo è incendiato da uno di quei tramonti che tolgono il respiro.</p>
<p>Si guardano negli occhi, poi Lei si gira e se ne va, confondendosi in un caleidoscopico abbaglio nella luce rossa del sole, offrendo uno spettacolo privilegio di pochi.</p>
<p>Lui resta ad ascoltare il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli e pensa a come gli ricorda dannatamente il “rumore” che sente nell’anima. Poi gli viene in mente un vecchio detto secondo cui alla fine del giusto scorrere ogni fiume giunge al suo mare.</p>
<p>Un sorriso gli solca il viso mentre si allontana baciato dal sole.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-5970" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/Follow-that-dream.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/follow-that-dream/">Follow that dream</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>La fuga</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Bere]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 09 Feb 2014 17:19:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La notizia la si attende trepidanti … Mani che sudano e si tormentano senza tregua; si cammina consumando le suole delle ciabatte tra la cucina e la sala da pranzo; il respiro si fa affannoso… E finalmente il telefono squilla … si trattiene il respiro … La tua lei ti guarda incredula: “Han detto sì …” Han detto sì ??? HAN DETTO SÌÌÌ ??? MA VIENIII !!! Ebbri di gioia tu e la tua donna vi trasformerete immediatamente in John Travolta e Uma Thurman scatenati sulle note di “You never can tell” trasudando tutta la vostra folle gioia per la notizia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia la si attende trepidanti …</p>
<p>Mani che sudano e si tormentano senza tregua;</p>
<p>si cammina consumando le suole delle ciabatte tra la cucina e la sala da pranzo;</p>
<p>il respiro si fa affannoso…</p>
<p>E finalmente il telefono squilla … si trattiene il respiro …</p>
<p>La tua lei ti guarda incredula:</p>
<p>“Han detto sì …”</p>
<p>Han detto sì ??? HAN DETTO SÌÌÌ ??? MA VIENIII !!!</p>
<p><img decoding="async" class=" alignright" title="John Travolta e Uma Thurman" src="http://www.odiopiccolo.com/images/stories/Blogger/bere/thurman-travolta_condi.jpg" alt="John Travolta e Uma Thurman" border="0" />Ebbri di gioia tu e la tua donna vi trasformerete immediatamente in John Travolta e Uma Thurman scatenati sulle note di “You never can tell” trasudando tutta la vostra folle gioia per la notizia che avete atteso da troppo tempo!!!</p>
<p>Aumento di stipendio? Cambio di lavoro? Casa dei vostri sogni?</p>
<p>Macché, una cosa molto più importante …</p>
<p>I NONNI TERRANNO A DORMIRE IL BIMBO SABATO SERA!!!</p>
<p>No ragazzi, qui non si esagera … sono mesi che vivete 24 ore su 24 in funzione di un tamagoci scagazzante ed urlante che vi ha semplicemente liposucchiato la vostra esistenza rendendovi in pratica degli automi atti solo al nutrimento/lavaggio/ninnanaggio/consolaggio e chi più ne ha più ne metta, senza soluzione di continuità… siete diventati esseri smarriti nelle proprie mura domestiche che ormai si parlano solo attraverso frasi preconfezionate: “ha mangiato?” “ha fatto la cacca?” “ha dormito?” o biascicando nella notte “ti alzi tu?” “lo cambi tu?” “cazzo si è svegliato di nuovo”&#8230;</p>
<p>E ora invece vi si spalancano davanti le porte di una serata e nottata tutta per voi, da godere con tutti e cinque i sensi e magari anche col sesto che nel frattempo s’è un po’ atrofizzato.</p>
<p>Ve lo godrete quel sabato sera perché ritroverete sapori ed emozioni che avevate dimenticato da tempo.</p>
<p><img decoding="async" class=" alignleft" title="Ferran Adrià" src="http://www.odiopiccolo.com/images/stories/Blogger/bere/ferran_adria_sigrid_art.jpg" alt="Ferran Adrià" border="0" />Comincerete con un <a title="Leggi &quot;E tu di che Pirlo sei?&quot; di Quillo77" href="http://www.odiopiccolo.com/e-tu-di-che-pirlo-sei/" target="_blank"><strong>pirlo gigante</strong></a> che al primo sorso vi sembrerà il nettare più buono mai creato dalla<strong> Dea Elda</strong>, la nuova Dea degli aperitivi; proseguirete poi con un semplicissimo piatto di affettati ed uno di casoncelli che al vostro incredulo palato avranno lo stesso impatto al gusto di una creazione tristellata del miglior Ferran Adrià.</p>
<p>Quindi, una volta nutrito il corpo, il nutrimento della mente… il cinema.. la vostra passione.</p>
<p>Ebbene sì, quello stesso cinema “al sabato sera” che voi radical chic di ieri snobbavate totalmente considerandolo roba da gente che non sapeva cosa fare con la propria moglie/morosa; quella sala cinematografica che a voi intellettuali dell’altro ieri sembrava già troppo piena quando oltre a voi c’era anche solo il bigliettaio che adocchiava circospetto la pellicola da dietro la tenda di velluto dell’ingresso.</p>
<p>Sì cari miei, sarete felici in una sala piena di coppie e di gruppi di amici, guardando un normalissimo film candidato ad un paio di Oscar, voi che avevate sempre snobbato i film “commerciali”, voi che non consideravate FILM pellicole che non avessero almeno la lentezza di un iraniano, la complessità di un coreano, la violenza di un giapponese … e ora siete li, consapevolmente gioiosi e inebetiti di fronte ad un colpo di scena, una lacrima facile, una risata scontata.</p>
<p>E poi il clou … dopo il cinema, una volta nutriti il corpo e la mente, uscirete mano nella mano con la vostra dolce metà, vi dirigerete verso casa, camminando a cinque centimetri da terra e guardandovi dopo tanto tempo languidamente negli occhi mentre cominciate ad avvicinarvi a quello che sarà il “BIG BANG” di questa nottata tutta per voi… quel qualcosa che per mesi avete solo potuto sognare e spasimare e che ora con la vostra amata al fianco e una notte intera di fronte cominciate a pregustare; quella parolina di cinque lettere che inizia con la S e finisce con la O … si proprio quello, lurido, sfacciato, indispensabile…</p>
<p>Cosa dite? Sesso??? Ma quale sesso… la parola magica è: SONNO !!!</p>
<p><img decoding="async" class=" alignright" title="Sonno" src="http://www.odiopiccolo.com/images/stories/Blogger/bere/romanova_jana_waiting_art.jpg" alt="Sonno" border="0" />Sììì, un dolce, gustoso, indisturbato, russante, maestoso, rinfrancante SONNO, ESSE OOO ENNE ENNE OOO! SOOONNOOOOO Aaahhhhhh è libidine solo dirlo.</p>
<p>Poi si … certo … al risveglio, dopo una bella dormita ristoratrice, belli riposati e stirati… beh a quel punto un po’ di sesso ci sta… ma la mente di lei sappiate che sarà già proiettata verso il ritiro della merce, il ritorno dello Jedi, torna a casa Lassie; i nonni avranno già massaggiato, c’hanno da andare a messa, si prega di venire a riprendere il pargolo che è sveglio dalle sei e non ha nemmeno voluto il latte …</p>
<p>La vostra personale giostra ricomincia a girare, tutti a bordo signore e signori la festa è finita &#8230;</p>
<p>Uè, sia chiara una cosa … non so se l’avete capito ma avere un figlio è una cosa fantastica; non è emerso da quanto scritto? Ah no? Ma scusate, mi spiegate cos’altro se non un figlio che sparisce dai nonni per 12 ore possa rendere stupendo un sabato sera così banale?</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-23770" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2014/02/la-fuga.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/la-fuga/">La fuga</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>Secco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Bonera]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 02 Feb 2014 12:59:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[uomini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secco. Usciva di notte, cercava la strada, aveva una gran sete. Giocava a pallone, spesso, e le sue corse erano famose, i suoi piedi no. Tutto quello che sapeva fare era correre, e uscire di notte, e cercare la strada, e bere. Se qualcuno parlava con lui non lo faceva una seconda volta. Ma a lui bastava. Pensava che la vita fosse tutto uno sbadiglio, ed un gonfior di fegato. Usciva di notte, cercava la strada, aveva una gran sete. Poi conobbe lei. Era una ragazzina, quando la incontrò. Smise di correre, di uscire di notte, di cercare la strada. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Secco.<br />
</strong>Usciva di notte, cercava la strada, aveva una gran sete.<br />
Giocava a pallone, spesso, e le sue corse erano famose, i suoi piedi no.<br />
Tutto quello che sapeva fare era correre, e uscire di notte, e cercare la strada, e bere.<br />
Se qualcuno parlava con lui non lo faceva una seconda volta.</p>
<p>Ma a lui bastava.</p>
<p>Pensava che la vita fosse tutto uno sbadiglio, ed un gonfior di fegato.<br />
Usciva di notte, cercava la strada, aveva una gran sete.</p>
<p>Poi conobbe lei.<br />
Era una ragazzina, quando la incontrò.<br />
Smise di correre, di uscire di notte, di cercare la strada.</p>
<p>E un pomeriggio estivo, di quelli in cui non trovi neanche un semaforo rosso,<br />
le raccontò la sua vita, le sue corse, le sue notti, la sua strada, le sue bevute.</p>
<p>Dopo averle detto tutto la guardò negli occhi, le carezzò le guance con tutte due le mani,<br />
scese sul collo e cominciò a stringere forte.</p>
<p>Lei fu colta di sorpresa, lui stringeva troppo forte.<br />
Soffocò. La spogliò, là dove si trovavano, mise mano ai pantaloni e la chiavò.</p>
<p>Ricominciò ad uscire di notte, a giocare a pallone, a correre per trovare la strada e a bere.<br />
E se qualcuno parlava con lui, non lo faceva una seconda volta.<br />
Ma a lui bastava.</p>
<p>Da “<em>Come il morso di un cane</em>”, 2011, Alfredo Bonera©2011.</p>
<p>P.S.: Ciò che Emoziona Te, Emoziona anche Me?</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-26430" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/secco.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/secco/">Secco</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>E già non è più buio</title>
		<link>https://www.odiopiccolo.com/e-gia-non-e-piu-buio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Alfredo Bonera]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jan 2014 12:53:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[relazioni]]></category>
		<category><![CDATA[uomini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>M&#8217;innamorai di lei perché faceva freddo. Voglio dire: la temperatura rigida di quell&#8217;inverno ci regalò una serata intensa. Un divano, una coperta, gli amici ubriachi che ballano, e noi due seduti l&#8217;uno accanto all&#8217;altra a sorseggiar pensieri liberi, spontanei, onesti. Il primo bacio il mattino dopo, al risveglio, il mio, per la precisione, lei sfiorò le mie labbra e dolcemente mi sussurrò di svegliarmi, era pieno giorno e dovevamo sistemare l&#8217;appartamento. Il suo, come sua era la festa della sera prima. Tutti gli altri andati, spariti, perduti in dondolii alcolici. Realizzato d’essere ancora vivo, e sveglio, ed ecco il primo, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>M&#8217;innamorai di lei perché faceva freddo. Voglio dire: la temperatura rigida di quell&#8217;inverno ci regalò una serata intensa. Un divano, una coperta, gli amici ubriachi che ballano, e noi due seduti l&#8217;uno accanto all&#8217;altra a sorseggiar pensieri liberi, spontanei, onesti. Il primo bacio il mattino dopo, al risveglio, il mio, per la precisione, lei sfiorò le mie labbra e dolcemente mi sussurrò di svegliarmi, era pieno giorno e dovevamo sistemare l&#8217;appartamento. Il suo, come sua era la festa della sera prima. Tutti gli altri andati, spariti, perduti in dondolii alcolici. Realizzato d’essere ancora vivo, e sveglio, ed ecco il primo, vero, profondo bacio. Come se in quel momento trovassero sfogo anni di assoluta inattività amorosa e sessuale.</p>
<p>Lei era perfetta. Per me, intendo, non certo perché senza difetti; insieme stavamo bene, comodi, in sintonia. Arrivammo a convivere, a condividere magliette sporche e calzini sparsi per casa, mutande ritrovate per caso nelle tasche di giacche pesanti e dentifrici seccati per colpa di tappi perduti. Persino le piante sembravano gioire per noi, e fiorivano, come tutti quegli arcobaleni generati dai suoi occhi. Io ero felice, davvero, rapito dalla sua freschezza, dal suo modo di vedere la vita come un dono. Ci si consuma donandosi, e noi respiravamo appieno la nostra comune follia. Dipingevo, anche il suo corpo, e le sue dita intrise di colore disegnavano sul mio parole d&#8217;intesa, quella che soltanto due persone desiderose di amarsi sanno e possono dirsi, anche senza parlarsi.</p>
<p>Quel giorno faceva caldo, lei credeva che vivere senza sporcarsi le mani era come dipingere senza usare i colori, e ci andò. Corteo contro una classe dirigente ipocrita, interessata soltanto ai propri privilegi. Faceva caldo, io dovevo lavorare e lei sfilò in quel corteo. Perché si scateni, la violenza, basta poco. Un semplice sasso raccolto dal ciglio della strada. Lanciato da qualcuno troppo istintivo, impulsivo. Le forze dell&#8217;ordine ne mandarono cinque o sei, all&#8217;ospedale. Un paio ridotti in fin di vita. Lei era fra questi. Telefonate, corse, rincorse, e pensieri che s&#8217;inceppano, si perdono, troppi, tutti insieme. Non faccio in tempo, però, e quando arrivo non c&#8217;è più. Soltanto il suo corpo ricomposto in qualche modo. Soltano i miei ricordi e la sua voce che rimbomba dentro. &#8220;Tieni la mia mano nella tua, e la paura non c&#8217;è più&#8221;, diceva, a volte, svegliandomi di notte. La paura di non potersi donare, di non trovare un senso a questa vita faticosa, ingannevole. E, stringendole la mano, dormivamo senza più paure. Consapevoli che non sentirsi soli può farci davvero vivi.</p>
<p>M&#8217;innamorai di lei perché faceva freddo; ora, quel freddo, non lo sento più.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-26400" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/buio.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/e-gia-non-e-piu-buio/">E già non è più buio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Caffè Loggia</title>
		<link>https://www.odiopiccolo.com/caffe-loggia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2013 23:39:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Brescia Dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[Piazza Loggia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa spazio vuoto, buio e illuminato, girano fantasmi tra i più sublimi. Su questa sedia, su cui non siede nessuno, se non io, che non ho mai parlato di nulla, se non di me, guardo fisso negli occhi Emma e Chloé, tra milioni di bugie e decimali di slanci del cuore. Emma e Chloé volano a dieci centimetri dal vuoto. Un movimento perpetuo e rotatorio, rincorrersi è sapere di non toccarsi. Un cerchio fatto di strade nuove, un&#8217;unica vecchia strada resa irriconoscibile dalla fantasia. Dal desiderio. Ma forse straparlo, forse è lo stesso. Una nebbia sottile, un grigio senza [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa spazio vuoto, buio e illuminato, girano fantasmi tra i più sublimi. Su questa sedia, su cui non siede nessuno, se non io, che non ho mai parlato di nulla, se non di me, guardo fisso negli occhi Emma e Chloé, tra milioni di bugie e decimali di slanci del cuore.</p>
<p>Emma e Chloé volano a dieci centimetri dal vuoto. Un movimento perpetuo e rotatorio, rincorrersi è sapere di non toccarsi. Un cerchio fatto di strade nuove, un&#8217;unica vecchia strada resa irriconoscibile dalla fantasia. Dal desiderio. Ma forse straparlo, forse è lo stesso.</p>
<p>Una nebbia sottile, un grigio senza sfumature, lampioni, arcate, marciapiedi, marmi bianchi, riflessi azzurri, un orologio dorato, Prometeo che rubò il fuoco per preparami un caffè. E l&#8217;umanità lucente delle superfici, l&#8217;aria metallica, digitale, potrò mai tacere la bellezza? Potrò smettere di parlare di Emma e Chloé?</p>
<p>A dieci centimetri dal vuoto mi guardano negli occhi, ricordando la mia bravura a fallire il dolore. E allora? Io parlo e parlo solo di ciò che mi sta davanti, dove mi trovo al sicuro e ritrovo coraggio. Ha senso solo quanto è vicino agli occhi. Disperatamente vicino, distorto, inverosimile.</p>
<p>Embé, ho fallito il mio dolore. E allora? Loro non mi faranno mai smettere di parlare di me. Sono il mio tema preferito, di cui nulla ho saputo spiegare. Una conoscenza innata. Una ricordanza genetica a dieci centimetri dal vuoto.</p>
<p>In realtà, ignoro chi siano Emma e Chloé. Lo ignoro, sia detto, al di là di qualche bagliore colto con la coda dell&#8217;occhio. Penso che siano la stessa persona, a questo punto. Ho sceso, dandovi il braccio, pochi gradini e sono caduto. E&#8217; il mio modo di capire, cadere. Senza l&#8217;aiuto di nessuno. Ma per parlare di me, parlo di loro. Loro sono l&#8217;invenzione che non sono mai riuscito a seguire. Neppure. Sono il silenzio che non sono mai stato capace di essere.</p>
<p>Ecco di cosa non parlerò, se tacere mi sarà impossibile. Non parlerò di Emma e Chloé, se loro smetteranno di rincorrersi a dieci centimetri dal vuoto. Ma così è una condanna a parlare. Di Emma, che amo e odio. Di Chloé, che odio e amo. Per entrambe provo disprezzo e in entrambe trovo il mio inizio. Dovevo aspettarmelo, e dirò di più: i nostri inizi combaciano. Punti mobili su una retta, su un rumore di fondo. Dove io abito.</p>
<p>Una stanza fredda. Ronzante. Qui, io abito. La mia sedia su cui non siede nessuno. Uno spazio vuoto. Un suono di passi, lontano. E la sagoma oblunga come di un essere umano, che alza la saracinesca del Caffè Loggia sui volti di Emma e Chloé, che si sfiorano, si baciano. Scompaiono.</p>
<p>&#8211; Ma hai dormito su questa sedia per tutta la notte -, chiese il barista al ragazzo.<br />
&#8211; Mi sa di sì, ho bevuto un po&#8217; e sono crollato. Credo di aver sognato tutta la notte -.<br />
&#8211; E&#8217; stato un bel sogno, almeno? A guardarti non si direbbe -.<br />
&#8211; Non saprei. C&#8217;erano loro, Emma e Chloé. Amore dolore, la rima più antica difficile del mondo. E poi ho segnato di cadere, lento, come una nausea, fermandomi a soli dieci centimetri. Da cosa, giuro, non lo ricordo -.<br />
&#8211; Dai, entra. Se hai pazienza che Prometeo scaldi la macchina, te lo offro io un caffè. Raccontami un po&#8217; di Emma e… come si chiama quell&#8217;altra? -.<br />
&#8211; Chloé -.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4960" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/loggia-odio-hard-mix.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/caffe-loggia/">Caffè Loggia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>THOUGHT TRANSFER. Racconto surrealista in salsa Boris Vian</title>
		<link>https://www.odiopiccolo.com/thought-transfer-racconto-surrealista-in-salsa-boris-vian/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2013 22:47:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Thought Transfer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mirko B. ha aperto la porta della memoria per fargli prendere aria. In quelle stanze soleggiate aprirà a breve un Thought Transfer: &#8220;Qui si possono inviare pensieri in tutto il mondo, 24 ore su 24!&#8221;, scriverà in un cartello da appendere in fondo agli occhi della gente. Mirko B. pitturerà le pareti del negOzio con un paio di cieli bassi dell&#8217;equatore e un vecchio frack che non si sa da dove vien, spruzzando qua e là un po&#8217; di campanelli da bicicletta, rotti e che suonano a ogni buca incontrata lungo la strada. Il soffitto, invece, sta pensando di farlo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mirko B. ha aperto la porta della memoria per fargli prendere aria. In quelle stanze soleggiate aprirà a breve un Thought Transfer: &#8220;Qui si possono inviare pensieri in tutto il mondo, 24 ore su 24!&#8221;, scriverà in un cartello da appendere in fondo agli occhi della gente.</p>
<p>Mirko B. pitturerà le pareti del negOzio con un paio di cieli bassi dell&#8217;equatore e un vecchio frack che non si sa da dove vien, spruzzando qua e là un po&#8217; di campanelli da bicicletta, rotti e che suonano a ogni buca incontrata lungo la strada.</p>
<p>Il soffitto, invece, sta pensando di farlo del colore dei semafori nell&#8217;istante in cui passano dal verde all&#8217;arancione. Ma, in proposito, una decisione definitiva è ancora lontana all&#8217;orizzonte. Quel che è certo, è che appenderà una fila di specchi che riflettono &#8220;me lo sentivo&#8221;, &#8220;me lo merito&#8221; e &#8220;sapevo che sarebbe andata a finire così&#8221;. Specchi, pensa Mirko B., molto utili per svaligiare il futuro dal suo rapporto incestuoso col frignamento (lacrime, dicono gli adulti).</p>
<p>Ai clienti offrirà il servizio base &#8220;mare insicuro&#8221;, utile per far viaggiare un&#8217;idea fuori dalle mura dei bilocali (per i monolocali servono già onde alte quasi tre metri). Il pacchetto clou saranno invece tranci di fantasia appesi a grossi ganci di macelleria, sanguinanti copiosa-mente code di rondine e pianeti a forma di giostre per bambini.</p>
<p>Mirko B. spera che l&#8217;attività abbia un successo solo discreto (non vuole fare il botto, per intenderci). Di sicuro, preferisce un successo che accada nuovamente. Inoltre, ha paura della lunga mano del governo, sempre in agguato e con gli occhiali rotondi sulla punta del naso: potrebbe subito emanare una silent tax anche senza l&#8217;appoggio del Movimento Rotatorio su Se Stesso.</p>
<p>Mirko B., comunque sia, non si interessa più di tanto alla transumanza degli emicicli. Ora la sua mente è completamente impegnata alla irrealizzazione del Thought Transfer: vuole sia aperto al massimo tra due bolle di sole e una cuscino dalla fodera blu. Non teme nemmeno la competizione, ma il Festival dei Motori in Riserva al centro fiera (e altri animali da riporto) potrebbe dargli qualche problema.</p>
<p>Di una cosa sola è convinto, Mirko B.: la tela è stata disfatta da Penelope per paura che Odisseo l&#8217;utilizzasse per soffiarsi il naso. Il pensiero che non viaggia ha spesso il raffreddore e necessita di dottori mortali che non sanno ballare con le sirene (brutta gente, i dottori mortali).</p>
<p>Per premiare i suoi primi dieci e sani come un pesce clienti, Mirko B. ha deciso di regalare loro un art box che include una lezione di lancio da terra col paraquilone e un buono per il noleggio di un pannello fotovolante per l&#8217;accumolo di energia incontenibile. Ah, dimenticavo! Per chi fosse interessato, il Thought Transfer aprirà a due passi tra il qui e il lì, basta solo svoltare l&#8217;angolo.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4990" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/Thought-Transfer.jpeg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/thought-transfer-racconto-surrealista-in-salsa-boris-vian/">THOUGHT TRANSFER. Racconto surrealista in salsa Boris Vian</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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