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	<title>Giovanni Pizzocolo, Autore a odiopiccolo</title>
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	<description>diamo voce ai bresciani</description>
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		<title>“Impossible is nothing”, questo sbarco è offerto da Adidas</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 18 Apr 2016 21:45:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come insegna il colosso dello sport Adidas, “impossible is nothing”, anche far lavorare gratis una moltitudine di disperati in fuga per sopravvivere. L’ipercapitalismo attuale, incontrastato monopolizzatore delle immagini (e quindi dell’immaginario), proprio attraverso le immagini riesce a rendere redditizia persino la disperazione. Hanno una comune peculiarità le decine di fotografie riguardanti i profughi che, ogni giorno, affollano i giornali: molti di loro sono (già) marchiati a causa della primaria necessità di dover indossare qualcosa, provando magari a non morire di freddo. Adidas, Nike, Puma, Dolce e Gabbana, Chanel&#8230; siano essi capi firmati o contraffatti, la pubblicità si introduce silenziosa su [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come insegna il colosso dello sport <strong>Adidas</strong>, “impossible is nothing”, anche far lavorare gratis una moltitudine di disperati in fuga per sopravvivere. L’ipercapitalismo attuale, incontrastato monopolizzatore delle immagini (e quindi dell’immaginario), proprio attraverso le immagini riesce a rendere redditizia persino la disperazione.</p>
<p>Hanno una comune peculiarità le decine di fotografie riguardanti i profughi che, ogni giorno, affollano i giornali: molti di loro sono (già) marchiati a causa della primaria necessità di dover indossare qualcosa, provando magari a non morire di freddo. Adidas, Nike, Puma, Dolce e Gabbana, Chanel&#8230; siano essi capi firmati o contraffatti, la pubblicità si introduce silenziosa su barconi alla deriva e nelle frontiere protette da filo spinato, captando la nostra attenzione (e il nostro tempo) per accrescere la loro notorietà, misurata dagli indici di borsa.</p>
<div id="attachment_5079" style="width: 410px" class="wp-caption alignleft"><img fetchpriority="high" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-5079" class="size-full wp-image-5079" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/11/adidas_2.jpg" alt="Naufragio nei pressi dell’isola di Kalymnos: 18 morti, 138 i sopravvissuti" width="400" height="274" /><p id="caption-attachment-5079" class="wp-caption-text">Naufragio nei pressi dell’isola di Kalymnos: 18 morti, 138 i sopravvissuti</p></div>
<p>Cercare di vestirsi senza diventare dei sandwich man oggi è impresa quasi impossibile, perché una marca non è un semplice etichetta, ma un portatore ormai imprescindibile di plusvalore. Racchiude in sé un racconto di qualità ed eccellenza creato attraverso investimenti da milioni di dollari: spot hollywoodiani, pubblicità di ogni tipo, contratti con gli atleti più famosi. L’obiettivo è quello di nascondere, manipolando il nostro immaginario, la realtà di un prezzo gonfiato ad arte (una scarpa Nike da 70 dollari ha un valore di produzione di 16). Il pubblicitario <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Dan_Wieden" target="_blank" rel="noopener">Dan Wieden</a> ha raccontato dove nacque l’idea per uno degli slogan più celebri di sempre, probabilmente il più longevo: “<a href="https://www.youtube.com/watch?v=FAcq_jvmXDo" target="_blank" rel="noopener">Just do it</a>”. Il 7 gennaio 1977, nello Utah venne condannato a morte <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Gary_Gilmore" target="_blank" rel="noopener">Gary Gilmore</a>, accusato di aver ucciso un benzinaio e un albergatore nel corso di due distinte rapine. Quando gli venne chiesto di pronunciare le sue ultime parole, rispose “facciamolo e basta”. Morì davanti a un plotone formato da cinque agenti di polizia, e non gli vennero mai pagati i diritti d’autore. Adesso la storia si ripete, magari scritta sulla t-shirt di tanti altri condannati a morte: “Just do it”, sperando che il gommone non affondi.</p>
<p>Per creare un mondo di consumatori e venderci la gioia del possesso, è stato necessario colonizzare la nostra immaginazione. Anche ogni profugo è già un provetto consumatore, sebbene sia solo un potenziale lavoratore a basso salario. Il racconto racchiuso in ogni marchio gli è infatti ben noto: ha visto le scarpe di <strong>Messi</strong> alla televisione o su youtube e, sotto un sole a 40 gradi, ha invidiato la donna di un cartellone pubblicitario che beveva Coca-Cola ghiacciata. Non conosce la lingua del paese a cui è diretto, ma gli abbiamo già insegnato a distinguersi attraverso la merce. Questa è la più grande vittoria della globalizzazione capitalista.</p>
<div id="attachment_5081" style="width: 410px" class="wp-caption alignleft"><img decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-5081" class="size-full wp-image-5081" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/11/Adidas_4.jpg" alt="Migranti in attesa di un treno per la Serbia, presso la stazione ferroviaria di Gevgelija, sul confine macedone-greco" width="400" height="305" /><p id="caption-attachment-5081" class="wp-caption-text">Migranti in attesa di un treno per la Serbia, presso la stazione ferroviaria di Gevgelija, sul confine macedone-greco</p></div>
<p>Il mondo reale è così stato trasformato in un gigantesco spettacolo a pagamento, la cui trama può avere non pochi risvolti grotteschi. Come l’oscenità di quei volti di disperati abbinati a una griffe, che sia uno “swoosh” su un cappello o tre bande parallele sulla manica di una tuta. Nel 1949, quando il calzolaio <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Adolf_Dassler" target="_blank" rel="noopener">Adolf Dassler</a> fondò a Herzogenaurach la “Adolf Dassler adidas Sportschuhfabrik”, ancora non sapeva che un giorno avrebbe gentilmente offerto ai telespettatori uno sbarco di siriani e iracheni sull&#8217;isola di Lesbo.</p>
<p><em>Immagine di copertina: sbarco di migranti iracheni e siriani sull’isola di Lesbo</em></p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-50760" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/11/adidas.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/impossible-is-nothing-questo-sbarco-e-offerto-da-adidas/">“Impossible is nothing”, questo sbarco è offerto da Adidas</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>La barretta di cioccolato</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2015 10:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[Reportage fotografici]]></category>
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		<category><![CDATA[balcani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mentre fotografavo una madre che teneva in braccio la sua bimba, seduta a terra di fronte a transenne e polizia, improvvisamente si è girata verso di me; guardando dritto dentro l&#8217;obiettivo, è scoppiata a piangere. In quel momento mi sono sentito il più spietato degli aguzzini. Mi sono detto: “Ma cosa sto facendo qui? Dovrei essere di là con loro, a battermi con loro, a battermi per loro”. Porsi di fronte al dolore degli altri pone numerosi e terribili quesiti, morali e non solo, su quel quid inafferrabile della fotografia, sempre in bilico tra testimonianza e voyeurismo, visione e freddo distacco. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Mentre fotografavo una madre che teneva in braccio la sua bimba, seduta a terra di fronte a transenne e polizia, improvvisamente si è girata verso di me; guardando dritto dentro l&#8217;obiettivo, è scoppiata a piangere. In quel momento mi sono sentito il più spietato degli aguzzini. Mi sono detto: “Ma cosa sto facendo qui? Dovrei essere di là con loro, a battermi con loro, a battermi per loro”. Porsi di fronte al dolore degli altri pone numerosi e terribili quesiti, morali e non solo, su quel <em>quid</em> inafferrabile della fotografia, sempre in bilico tra testimonianza e voyeurismo, visione e freddo distacco. Tornano alla mente le parole della fotografa americana <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Margaret_Bourke-White" target="_blank">Margaret Bourke-White</a>, entrata a <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Campo_di_concentramento_di_Buchenwald" target="_blank">Buchenwald </a>nel 1945 assieme agli Alleati: “Lavorare con la macchina fotografica mi dava quasi sollievo. Frapponeva una sottile barriera tra me e l’orrore che avevo di fronte, sebbene allora non mi rendessi conto della facilità con cui la gente è portata a dimenticare: ero assolutamente convinta che l’inferno dovesse essere documentato.”</p>
<p><strong>Harmica</strong>, <strong>Tovarnik</strong>, <strong>Röszke</strong>: piccoli paesini dei <strong>Balcani</strong>, l&#8217;inferno che doveva essere documentato lungo il cammino dei profughi attraverso le frontiere di Ungheria, Serbia, Croazia e Slovenia. Un abominio di disumanità a due passi da casa. Centinaia di persone ammassate lungo i confini chiedendo di entrare nella fortezza Europa, sempre più arroccata in mezzo alla fiamme che la circondano. Guerra e disperazione premono alle porte. Uomini, donne e bambini lasciati a dormire per strada, in mezzo ai campi, con temperature che di notte scendono sotto i dieci gradi, quando non piove. La vergogna del filo spinato in Ungheria, delle linee ferroviarie bloccate per non far entrare la peste della miseria; una rimozione collettiva per non guardare negli occhi il leviatano che nuota negli abissi del nostro benessere. La verità è che Sua Maestà la Merce ha molto più diritti di una persona nel capitalismo globalizzato, Lei può circolare liberamente. E un nuovo modello di iPhone non sarà mai abbandonato sulla spiaggia di Bodrum.</p>
<p>Camminando nei campi a <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Tovarnik" target="_blank">Tovarnik</a>, in Croazia subito dopo il confine con la Serbia, ho assistito a un lungo e incessante incedere di persone che avevano perso tutto, portando con sé – come fanno i poeti – solo la propria storia e il proprio passato. Tante le mamme che tenevano in braccio o a spalle i loro bambini, spesso esausti per un viaggio interminabile. Molti i giovani provenienti da Siria e Iraq, che sembravano quasi contenti di vedere un fotografo, per salutarlo e chiedergli informazioni su “<em>the border</em>”. Il confine: ciò che ci divide è un tratto di penna su una cartina geografica, il segno del potere. Ma è anche il con-fine, due aree divise che hanno una &#8220;fine&#8221; in comune; il contatto è inevitabile, nonostante le barriere e i muri costruiti.</p>
<p>Di fronte a questo grande esodo, appare in tutta la sua chiarezza l&#8217;oscenità della soluzione burocratica cercata dall&#8217;Unione Europea. Quote, numeri, i migranti sono un vantaggio per l&#8217;economia, i migranti servono perché non facciamo più figli. Sempre e comunque la nostra utilità, sempre e comunque a nostra disposizione: riusciamo a monetizzare anche disperazione e miseria. Dilaga l&#8217;incapacità di vedere noi stessi negli altri, la perdita della grazia del confronto e la fine di ogni sguardo. Un&#8217;estasi di egoismo: “Macellaio, a quanto me la lascia questa famiglia che scappa dalla guerra?”</p>
<p>“<em>Il mondo è un bel posto e per esso vale la pena di lottare</em>”, ha scritto una volta <strong>Ernest Hemingway</strong>. Probabilmente era ubriaco, come spesso gli capitava. Il mondo è un bello schifo di inferno, e se vale la pena lottare per esso è solo per renderlo un po&#8217; meno inferno, sebbene mi sia sempre più difficile credere nell&#8217;uomo, e mantenere un barlume di speranza verso il futuro. Ma a Tovarnik la speranza si è presentata davanti alla mia macchina fotografica. È una bambina di circa 12 anni che, dopo aver ricevuto una barretta di cioccolato dalla Croce Rossa, si sporge con il braccio oltre le transenne per offrirla a un poliziotto. Lui se ne stava lì rigido e serio col manganello ben saldo alla cintura, quando sul suo volto in plexiglas è apparso un timido sorriso. Disarmato dal santo dire di sì dell’innocenza, ha quindi allungato a sua volta la mano. Quella bambina, molto probabilmente, oggi si trova in Europa. Forse in Austria, forse in Germania. Cresciuta tra le macerie, in lei risiede la speranza di un mondo più umano. Sono certo che, per il resto della sua nuova vita, continuerà a donare un po&#8217; della sua cioccolata a chi lotta dall&#8217;altra parte del muro.</p>
<p><i>Le foto pubblicate qui su Odiopiccolo fanno parte di una più ampia mostra intitolata “The border”. Sarà in esposizione nel municipio di Moniga del Garda dal 31 ottobre al 22 novembre, col patrocinio dell&#8217;Assessorato al Turismo e alla Cultura, e dal 28 novembre al 6 gennaio presso il Museo Nazionale della Fotografia di Brescia.</i></p>
<p>&nbsp;</p>

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<p><i> </i></p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-42530" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/10/Copertina.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/la-barretta-di-cioccolato/">La barretta di cioccolato</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>Bussano alla porta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Jun 2015 09:39:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Where are you, my friend Nasenaldeen? Ce l’hai fatta a raggiungere Calais in bicicletta? O sei stato arrestato dalla polizia, e magari consegnato al Front Nacional per imparare l’accoglienza? E voi &#8211; Sema, Njad e Monja &#8211; che ne è stata della vostra fragilità, del vostro sguardo timido? Biniam, sei riuscito a indossare le scarpette da calcio trovate tra i vestiti della Caritas? Hai già esultato per il primo gol in un campetto di periferia? Arrivando sulla scogliera presso il valico di frontiera di Ponte Santo Ludovico, nella frazione Grimaldi di Ventimiglia, qualcosa a cui non riesci ancora a dare [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Where are you, my friend Nasenaldeen? Ce l’hai fatta a raggiungere <strong>Calais</strong> in bicicletta? O sei stato arrestato dalla polizia, e magari consegnato al <strong>Front Nacional</strong> per imparare l’accoglienza? E voi &#8211; <strong>Sema</strong>, <strong>Njad</strong> e <strong>Monja</strong> &#8211; che ne è stata della vostra fragilità, del vostro sguardo timido? <strong>Biniam</strong>, sei riuscito a indossare le scarpette da calcio trovate tra i vestiti della <strong>Caritas</strong>? Hai già esultato per il primo gol in un campetto di periferia?</p>
<p>Arrivando sulla scogliera presso il valico di frontiera di <strong>Ponte Santo Ludovico</strong>, nella frazione <strong>Grimaldi</strong> di <strong>Ventimiglia</strong>, qualcosa a cui non riesci ancora a dare un nome inizia a sgretolare lentamente le tue normali coordinate cognitive: da una parte la fila di auto e motociclette, in gran parte guidate da turisti, che passano il confine come se nulla fosse, dall&#8217;altra un silente accampamento di profughi africani, coloratissimo tra lunghi teli di plastica e ombrelloni da spiaggia. Ma non è questo a disorientarti, in realtà. Perché tu <i>sai</i> che lì ci sono persone scappate dal sangue e dalla guerra, ma da lontano ti sembra semplicemente una normale riviera mediterranea a fine giugno, affollata da una moltitudine di persone giunte per godersi il mare e prendere la tintarella. Ti ritrovi così a guardare questo simbolo di felicità e benessere, sapendo che nasconde dentro di sé un abisso. È un cortocircuito che stordisce, è <strong>Alex di Arancia Meccanica</strong> che massacra a calci una donna cantando “<em>Singing in the rain</em>”. Peccato che non sia un film.</p>
<div id="attachment_2971" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2971" class="wp-image-2971 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/8-migranti.jpg" alt="Nasenaldeen (Sudan)" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2971" class="wp-caption-text">Nasenaldeen (Sudan)</p></div>
<p>Poi ti avvicini, a passi lenti e che vorresti rispettosi, come quando superi un casa colma di gente per una veglia funebre. Sono le sette di mattina, tanti ancora dormono. I pochi svegli sono sopratutto ragazzi, che masticano un po’ di inglese — come me, d’altronde. Il primo che incontro è <strong>Nasenaldeen</strong>, scappato dal <strong>Darfur</strong> a 25 anni, mi chiede se gli do una mano a parlare con un ciclista francese. Vuole sapere quanto costa la sua bicicletta: 2.500 euro. “Ma non faceva prima a comprarsi una macchina con quei soldi?”, mi chiede. Probabilmente ha un’auto che ne costa 60, 70.000, ma questo non sto a spiegarglielo. I 500 euro che lui ha messo da parte per la traversata col barcone non valgono nemmeno l’impianto stereo.</p>
<p><strong>Nasen</strong> vuole una bici per andare a <strong>Calais</strong>, dove cercherà di attraversare la <strong>Manica</strong> per cercare lavoro in <strong>Inghilterra</strong>. Mi chiede quanto tempo ci vuole. “Credo una settimana”, rispondo. E’ entusiasta, pensava ci volessero molti più giorni. <strong>Nasen</strong> ha gli occhi umidi e stanchi, di chi ha la febbre, gli occhi di un uccello ferito che guarda verso il cielo. Il suo volto esprime gioia, la gioia di chi è stremato ma a un passo dal traguardo: il suo viaggio dura ormai da tre mesi, ha visto tanto di quella merda &#8211; prima e dopo la partenza &#8211; che non lo demoralizzano certo una trentina di poliziotti in divisa. Gli dico che tanti suoi amici stanno passando da un sentiero sulle montagne, poi lo saluto. Un’ora dopo tornerò a cercarlo, pensando: “Lo porto io a Parigi, in autostrada non ci sono controlli, al massimo racconto che ha fatto l’autostop. Una volta arrivati, lo lascio lì e mi fermo a dormire da mia cugina”. L’ho cercato in lungo in largo, di lui nessuna traccia. Spero che abbia attraversato la montagna, con la sua sola speranza sulle spalle. Spero che ora stia pedalando su una bicicletta sgangherata e che stia facendo incazzare i francesi, come e più di <strong>Bartali</strong>. Un <i>Tour</i> che passerà alla storia.</p>
<div id="attachment_2976" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2976" class="wp-image-2976 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/17-migranti.jpg" alt="Ogni tanto sbuca un piede, una gamba, e i corpi sono talmente ammucchiati che a malapena capisci a chi appartengono." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2976" class="wp-caption-text">1.2.3.4.5. &#8211; Ogni tanto sbuca un piede, una gamba, una mano, e i corpi sono talmente ammucchiati che a malapena capisci a chi appartengono.</p></div>
<div id="attachment_2975" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2975" class="wp-image-2975 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/15-migranti.jpg" alt="Ogni tanto sbuca un piede, una gamba, e i corpi sono talmente ammucchiati che a malapena capisci a chi appartengono." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2975" class="wp-caption-text">2.</p></div>
<div id="attachment_2977" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2977" class="wp-image-2977 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/35-migranti.jpg" alt="Ogni tanto sbuca un piede, una gamba, e i corpi sono talmente ammucchiati che a malapena capisci a chi appartengono." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2977" class="wp-caption-text">3.</p></div>
<div id="attachment_2974" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2974" class="wp-image-2974 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/4-migranti.jpg" alt="Ogni tanto sbuca un piede, una gamba, e i corpi sono talmente ammucchiati che a malapena capisci a chi appartengono." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2974" class="wp-caption-text">4.</p></div>
<div id="attachment_2973" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2973" class="wp-image-2973 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/3-migranti.jpg" alt="Ogni tanto sbuca un piede, una gamba, e i corpi sono talmente ammucchiati che a malapena capisci a chi appartengono." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2973" class="wp-caption-text">5.</p></div>
<p>Sugli scogli si cuoce. Nell’aria odore di plastica bruciata. Sono i teloni usati per fare ombra, cotti dal sole. Sotto, decine e decine di persone ammassate l’una sull’altra. Tra una coperta e un pezzo di cartone, ogni tanto spunta una mano e un piede, che manco sapresti dire a chi appartiene. Illusione di arti mozzati. Salti da un masso all’altro: nelle fessure immondizia abbandonata e feci. Un’indicibile mancanza di umanità, figlia di due governi che fanno politica sulla pelle delle persone (come un leghista qualunque), ha creato tutto questo.<br />
Sotto qualche ombrellone a righe, c’è anche chi ha preferito dormire da solo, e ancora riposa avvolto in una coperta o in un lenzuolo. Fantasma, spettro, una sofferenza così remota e così a portata di mano, quasi da potersi sporcare di sangue. Ho le mani sporche di sangue.</p>
<div id="attachment_2981" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2981" class="wp-image-2981 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/31-migranti.jpg" alt="Sulla destra, il confine francese" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2981" class="wp-caption-text">Sulla destra, il confine francese</p></div>
<div id="attachment_2980" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2980" class="wp-image-2980 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/29-migranti.jpg" alt="Gran Hotel sull’abisso" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2980" class="wp-caption-text">1.2.3. &#8211; Gran Hotel sull’abisso</p></div>
<div id="attachment_2978" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2978" class="wp-image-2978 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/13-migranti.jpg" alt="Gran Hotel sull’abisso" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2978" class="wp-caption-text">2.</p></div>
<div id="attachment_2979" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2979" class="wp-image-2979 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/18-migranti.jpg" alt="Gran Hotel sull’abisso" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2979" class="wp-caption-text">3.</p></div>
<p><strong>Ventimiglia</strong> è uno dei capitoli più tristi della storia repubblicana, un’infamia che raggiunge i livelli delle bombe neofasciste di <strong>piazza Loggia</strong> e <strong>piazza Fontana</strong>. Anche oggi, come allora, un governo colpevole. Non importa che sia stata la <strong>Francia</strong> a violare <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Accordi_di_Schengen" target="_blank">Schengen </a>o gli <strong>accordi di Dublino</strong>. Le gare di disumanità le facevano i nazisti, e sarebbe stato bello lasciarle a loro. Per montare una tendopoli in un parcheggio poco distante alla scogliera, con bagni chimici e tutto il resto, la protezione civile avrebbe impiegato 5-6 ore, non di più. Trecento persone, non un milione. Ma ora in TV c’è l’invasione degli zombie africani, orde e orde fuori controllo. Peccato che nei primi 6 mesi di quest’anno siano sbarcate 6.000 persone in meno rispetto al 2014, ma si vede che allora non erano telegeniche: c’era il <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Patto_del_Nazareno" target="_blank">patto del Nazareno</a>, <strong>Salvini</strong> non era un delfino ma rubava voti. Salotti proibiti.</p>
<div id="attachment_2984" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2984" class="wp-image-2984 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/25-migranti.jpg" alt="Sotto queste tendo dormono un centinaio di persone" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2984" class="wp-caption-text">Sotto queste tendo dormono un centinaio di persone.</p></div>
<div id="attachment_2983" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2983" class="wp-image-2983 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/12-migranti.jpg" alt="Sullo sfondo è ben visibile Mentone e la chiesa di San Michele Arcangelo, proclamato patrono e protettore della Polizia da Papa Pio XI" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2983" class="wp-caption-text">Sullo sfondo è ben visibile Mentone e la chiesa di San Michele Arcangelo, proclamato patrono e protettore della Polizia da Papa Pio XI.</p></div>
<p>Sono rimasto nell&#8217;accampamento per circa quattro ore. Ho scattato foto, parlato con diverse persone, ragazzi i più propensi ad attaccare bottone, anche per via dell’inglese. Non scorderò mai il piccolo <strong>Biniam</strong>, in fuga dall&#8217;<strong>Eritrea</strong>, che lavava le sue scarpette da calcio con l’acqua di mare. <strong>Tris</strong> che cammina sotto il sole con il suo sinuoso corpo di ragazzo, un fascio di nervi, facendo ruotare l’ombrello come una dama inglese dell’Ottocento. O ancora mamma <strong>Njad</strong>, con le due giovani figlie <strong>Sema</strong> e <strong>Monja</strong>, sedute una di fianco all&#8217;altra senza dire parola, come ad aspettare un treno per andarsene via.</p>
<div id="attachment_2988" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2988" class="wp-image-2988 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/32-migranti.jpg" alt="Sema, Njad e Monja (Sudan). Il sorriso timido di Monja, il volto incorniciato dal velo, lo sguardo fisso in camera: una bellezza irresistibile, piena di amore e di segreto." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2988" class="wp-caption-text">Sema, Njad e Monja (Sudan). Il sorriso timido di Monja, il volto incorniciato dal velo, lo sguardo fisso in camera: una bellezza irresistibile, piena di amore e di segreto.</p></div>
<div id="attachment_2990" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2990" class="wp-image-2990 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/39-migranti.jpg" alt="La casa di Sema, Njad e Monja" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2990" class="wp-caption-text">La casa di Sema, Njad e Monja.</p></div>
<div id="attachment_2986" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2986" class="wp-image-2986 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/9-migranti.jpg" alt="Biniam (Eritrea)." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2986" class="wp-caption-text">Biniam (Eritrea).</p></div>
<div id="attachment_2991" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2991" class="wp-image-2991 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/11-migranti.jpg" alt="Le scarpe da calcio di Biniam." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2991" class="wp-caption-text">Le scarpe da calcio di Biniam.</p></div>
<div id="attachment_2987" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2987" class="wp-image-2987 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/10-migranti.jpg" alt="Emane (Eritrea), amico inseparabile di Biniam, visibilmente malato" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2987" class="wp-caption-text">Emane (Eritrea), amico inseparabile di Biniam, visibilmente malato.</p></div>
<div id="attachment_2989" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2989" class="wp-image-2989 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/33-migranti.jpg" alt="Tris (Libia) e il suo ombrello" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2989" class="wp-caption-text">Tris (Libia) e il suo ombrello.</p></div>
<p>Quando me ne sono andato da <strong>Ponte Santo Ludovico</strong>, mi son recato in centro. Sudato, un caldo opprimente, in cerca di un tavolino e di una birra. Dovevo scrivere qualcosa, riordinare i pensieri. Davanti a me l’orizzonte di un mare blu: chi nuotava, chi giocava in spiaggia, e le trentenni corpoduro immobili a prendere il sole. Puzzavo, appiccicavo, la salsedine sulla pelle: tutto il mio corpo implorava un tuffo, una nuotata. Non ce l’ho fatta. Sentivo di odiare quell’acqua cristallina, i morti annegati che cela, un arazzo disteso sulla disperazione. Quando il sangue colorerà di rosso l’intero Mediterraneo, forse smetteremo di interrogarci se sia giusto o meno chiudere le frontiere. Credo non si arriverà a tanto. A Ventimiglia la guerra è arrivata nelle nostre strade e ora bussa alla porta: <i>toc-toc, toc-toc</i>… un rumore sordo e soffocato, sempre più forte.</p>
<div id="attachment_2999" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2999" class="wp-image-2999 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/27-migranti.jpg" alt="Un profugo indossa una maglietta del PCF, con su stampata una macabra ironia: “Mon pays c'est ici”, oltre al consunto “Liberté, Égalité, Fraternité”. Nella foto sotto, la versione aggiornata." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2999" class="wp-caption-text">Un profugo indossa una maglietta del PCF, con su stampata una macabra ironia: “Mon pays c&#8217;est ici”, oltre al consunto “Liberté, Égalité, Fraternité”. Nella foto sotto, la versione aggiornata.</p></div>
<div id="attachment_3003" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3003" class="wp-image-3003 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/34-migranti.jpg" alt="migranti" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3003" class="wp-caption-text">LiberQUE? EgaliQUI? FraterniQUAND?</p></div>
<div id="attachment_3000" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3000" class="wp-image-3000 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/28-migranti.jpg" alt="Il bagno, la mattina" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3000" class="wp-caption-text">Il bagno, la mattina.</p></div>
<div id="attachment_2995" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2995" class="wp-image-2995 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/16-migranti.jpg" alt="Chissà se i bambini del Sudan sanno cos’è un orso." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2995" class="wp-caption-text">Chissà se i bambini del Sudan sanno cos’è un orso.</p></div>
<div id="attachment_2996" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2996" class="wp-image-2996 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/19-migranti.jpg" alt="I vestiti si lavano sulle rocce, utilizzando l’acqua delle bottiglie" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2996" class="wp-caption-text">I vestiti si lavano sulle rocce, utilizzando l’acqua delle bottiglie.</p></div>
<div id="attachment_2994" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2994" class="wp-image-2994 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/6-migranti.jpg" alt="Il giocattolo abbandonato da un bambino, a fianco di un pezzo di pane" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2994" class="wp-caption-text">Il giocattolo abbandonato da un bambino, a fianco di un pezzo di pane.</p></div>
<div id="attachment_2997" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2997" class="wp-image-2997 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/21-migranti.jpg" alt="Le comode brande messe a disposizione dallo Stato italiano" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2997" class="wp-caption-text">1.2.3. &#8211; Le comode brande messe a disposizione dallo Stato italiano.</p></div>
<div id="attachment_2998" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2998" class="wp-image-2998 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/22-migranti.jpg" alt="Le comode brande messe a disposizione dallo Stato italiano" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2998" class="wp-caption-text">2.</p></div>
<div id="attachment_3005" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3005" class="wp-image-3005 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/38-migranti.jpg" alt="Le comode brande messe a disposizione dallo Stato italiano" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3005" class="wp-caption-text">3.</p></div>
<div id="attachment_3004" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3004" class="wp-image-3004 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/37-migranti.jpg" alt="Una signora di circa 60 anni, in cerca di vestiti" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3004" class="wp-caption-text">Una signora di circa 60 anni, in cerca di vestiti.</p></div>
<div id="attachment_2992" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2992" class="wp-image-2992 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/1-migranti.jpg" alt="Messaggi inascoltati" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2992" class="wp-caption-text">1.2. &#8211; Messaggi inascoltati.</p></div>
<div id="attachment_2993" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2993" class="wp-image-2993 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/2-migranti.jpg" alt="Messaggi inascoltati" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-2993" class="wp-caption-text">2.</p></div>
<div id="attachment_3001" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3001" class="wp-image-3001 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/30-migranti.jpg" alt="Su queste montagne passò Sandro Pertini per fuggire dal fascismo nel 1925. Su queste montagne c’è il passo del Cornà, attraversato – dal marzo ’39 al maggio ’40 – dagli ebrei costretti a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali. Gli stessi sentieri sono ora percorsi dai profughi che cercano di oltrepassare il blocco delle frontiere." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3001" class="wp-caption-text">1.2. &#8211; Su queste montagne passò Sandro Pertini per fuggire dal fascismo nel 1925. Su queste montagne c’è il passo del Cornà, attraversato – dal marzo ’39 al maggio ’40 – dagli ebrei costretti a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali. Gli stessi sentieri sono ora percorsi dai profughi che cercano di oltrepassare il blocco delle frontiere.</p></div>
<div id="attachment_3014" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/40-migranti.jpg"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3014" class="wp-image-3014 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/40-migranti.jpg" alt="Su queste montagne passò Sandro Pertini per fuggire dal fascismo nel 1925. Su queste montagne c’è il passo del Cornà, attraversato – dal marzo ’39 al maggio ’40 – dagli ebrei costretti a lasciare l’Italia a causa delle leggi razziali. Gli stessi sentieri sono ora percorsi dai profughi che cercano di oltrepassare il blocco delle frontiere." width="750" height="500" /></a><p id="caption-attachment-3014" class="wp-caption-text">2.</p></div>
<div id="attachment_3007" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3007" class="wp-image-3007 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/24-migranti.jpg" alt="Come dopo un naufragio, sugli scogli decine e decine di vestiti distesi ad asciugare" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3007" class="wp-caption-text">Come dopo un naufragio, sugli scogli decine e decine di vestiti distesi ad asciugare.</p></div>
<div id="attachment_3008" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3008" class="wp-image-3008 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/36-migranti.jpg" alt="Un ragazzo si è addormentato con la penna in mano. Una preghiera" width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3008" class="wp-caption-text">Un ragazzo si è addormentato con la penna in mano. Una preghiera.</p></div>
<div id="attachment_3006" style="width: 760px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-3006" class="wp-image-3006 size-full" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/14-migranti.jpg" alt="Una donna si sistema i capelli. Un gesto di vanità femminile, e la vita continua." width="750" height="500" /><p id="caption-attachment-3006" class="wp-caption-text">Una donna si sistema i capelli. Un gesto di vanità femminile, e la vita continua.</p></div>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-29700" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/5-migranti.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/bussano-alla-porta/">Bussano alla porta</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>Benaco in blues</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Jun 2015 14:30:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Brescia Dentro]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Così… starsene così, a guardare le onde… e i wrum… e i wrang… tutto un ribollire e un blablablare di acqua… più forte quando passano i battelli… tutte ste navi piene di turisti, e di foto e di clap finti digitali… avanti indietro… senza sosta a guardare, immortalare… Malcesine, la rocca di Manerba, le grotte di Catullo… e ciò che ora possiedi consideralo perduto… Mica da tutti abitare un luogo che altri vengono a fotografare… fortuna per pochi, dico io… passare la vita a Gottolengo, non è certo lo stesso… campi e letame… grosse quantità… manco la gente si cagasse [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Così… starsene così, a guardare le onde… e i <em>wrum</em>… e i <em>wrang</em>… tutto un ribollire e un blablablare di acqua… più forte quando passano i battelli… tutte ste navi piene di turisti, e di foto e di <em>clap </em>finti digitali… avanti indietro… senza sosta a guardare, immortalare… Malcesine, la rocca di Manerba, le grotte di Catullo… e ciò che ora possiedi consideralo perduto…</p>
<p>Mica da tutti abitare un luogo che altri vengono a fotografare… fortuna per pochi, dico io… passare la vita a Gottolengo, non è certo lo stesso… campi e letame… grosse quantità… manco la gente si cagasse a letto la notte… che forse è pure una fregatura… partorito a Gottolengo, a un anno ti vien voglia di girare il mondo, prendere e andare… e a due, se non ce la fai, già senti stringere il cappio… ma qui?… ad ascoltare i <em>wrum </em>e i<em> wrang</em>, chi te lo fa fare?… meglio starsene coi piedi ammollo, ascoltate me, perdendosi tra gli spicchi di sole che galleggiano nel lago… prima argento… poi gialli arancioni rossi e infine violacei… che quando c’è foschia, al tramonto, manco distingui più che cosa brilla nel cielo… se è il sole che fugge o la luna che sorge…</p>
<p>In campagna o in città sai sempre cosa brilla nel cielo… i palazzi e i campi, precisi geometrici affilati… righe e compassi, insiemi chiusi… non si può vedere oltre, se non c’è confusione… intendiamoci, il blablablare delle onde… nulla di sensato… pettegolezzi da pesce… bolle d’aria… certo non si annega… ma levare l’ancora, prendere e andare?… impossibile… quantomeno impresa per gente petto in fuori… e poi, come tracciare una rotta?… nemmeno si sa cosa brilla nel cielo…</p>
<p>Ma forse divago… meglio certo… divago facile nell’ora blu… c’avevo una ragazza che diceva sempre: “E’ l’ora blu!”… come se non ci stessi dentro io pure… come se potessi perdermela… l’ora blu, intendo… la ragazza quella è andata… lungo elenco… e poi viene il crepuscolo… la luce che si aggrappa al mondo… unghie e denti, serve poco… spacciata spacciata… adieu mon cher… e adesso l’acqua e il cielo son pari pari… stessi colori e sfumature… si fa gara a copiarsi… tutto un sottosopra… un canone inverso… aspettando il turno degli spicchi di luna… quelli solo argento… squame a scomparsa… lucciole un poco metalliche… silenzio notturno… il blablablare si fa più intenso… nuovi racconti… un continuo posarsi… e ti sale come una voglia di pioggia… ma te ne resti lì… pensi niente… un ricordo di lacrime…</p>
<p>Prendere andare… ripeto… impossibile… ma se il lago sprofondasse?… un buco una falla… c’è sempre una perdita da qualche parte… e io risucchiato dentro… <em>closh closh closh</em>… sciacquone cesso gigante… un mulinello da immaginarsi… tutto un girare… poi riemergere su una spiaggia a Tahiti… tra le Isole del Vento… Orana! Orana!… salutare tutti, far finta d’esser di casa… questa sarebbe una signora partenza!… scomparsa in grande stile!… titoli di giornali locali e nazionali!… Ragazzo risucchiato nel nulla. Gli amici: “Era un coglione!”… e magari indietro nel tempo… a bere maitai in spiaggia con Gauguin e la sua sposa bambina… 13 anni legali legali… la morale è questione di emisfero… fanculo arcivescovi e diti puntati… Orana! Orana!… arrivo anch’io!… sicuro sicuro… certo il pericolo missionari… topi <em>squit squit</em>… si infilano dappertutto… a spasso con la natura più intima dell’uomo, quella del boia… colpe e sentenze che ci puoi selciare Roma…</p>
<p>Non vorrei annoiarvi… tenete duro e torniamo ai fatti… le papere… vi ho parlato delle papere?… che questa è anche stagione in cui si schiudono le uova… mamme coi piccoli ordinati in fila… precisi passo passo senza manco un ceffone… la natura mica si ribella… non possiede le parole… noi, invece, non sappiamo più che farcene… intrappolati dentro… meglio il blablablare del lago… ricordi di lacrime, ma nulla di serio… che poi ancora non si capisce cosa brilla nel cielo… questo cinematografo che ci sputa negli occhi spicchi di luce… pettegolezzi da pesce…</p>
<p>Immagine di copertina: <strong>Sirmione: spiaggia Giamaica &#8211; Foto: Giovanni Pizzocolo</strong></p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-29490" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/06/sirmione-giamaica-colori-ok_blues.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/benaco-in-blues/">Benaco in blues</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Jun 2015 13:08:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Reportage]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[metropolitana]]></category>
		<category><![CDATA[senzatetto]]></category>
		<category><![CDATA[stazione di brescia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni città ha le proprie debolezze inscritte nella carne, essendo lo specchio degli uomini che la abitano. Hai voglia a rifare la pavimentazione, i restyling delle piazze, a sostituire i vecchi lampioni con scintillanti LED, che rendono le strade bianche che più bianche non si può, smacchiandole come i detersivi. È solo un modo per rifarsi il trucco, ma la pelle cade incisa dalle rughe, da chi non ha un tetto sotto cui dormire, da chi è costretto a rubare per avere qualcosa da mangiare, o per farsi un buco in vena dentro il quale svanire. Una città può ingannare qualcuno [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni città ha le proprie debolezze inscritte nella carne, essendo lo specchio degli uomini che la abitano. Hai voglia a rifare la pavimentazione, i restyling delle piazze, a sostituire i vecchi lampioni con scintillanti LED, che rendono le strade bianche che più bianche non si può, smacchiandole come i detersivi. È solo un modo per rifarsi il trucco, ma la pelle cade incisa dalle rughe, da chi non ha un tetto sotto cui dormire, da chi è costretto a rubare per avere qualcosa da mangiare, o per farsi un buco in vena dentro il quale svanire. Una città può ingannare qualcuno che la vede per la prima volta, ma non chi le sta a fianco ogni giorno — come una bolsa cinquantenne che si mette tacchi e minigonna per andare in discoteca, cercando un’ultima emozione contraffatta. L’alternativa all’abisso non è la fuga: non c’è rifugio in cui trovare conforto, se le tue debolezze sono inscritte nella carne.</p>
<p><strong>Il binario 1 della stazione di Brescia</strong> è un dormitorio a cielo aperto, la notte. Se vi chiedete come mai i senzatetto non se ne stiano nell&#8217;atrio, riparati da pioggia e freddo, è subito detto: un’ordinanza della giunta Del Bono, che si dice di sinistra con gran spregio del ridicolo, ha infatti vietato la sosta prolungata per questioni di decoro. Un’ordinanza-fard, maquillage urbano in pura salsa fascioleghista (questi gli insipidi ingredienti: il colpevole è il povero, non la povertà). Così si è verificato un vero e proprio esodo biblico, ma di pochi metri: tutti a dormire sulla banchina che, essendo di proprietà delle Ferrovie dello Stato, è fuori dalla giurisdizione comunale. Le porte di vetro tra le due zone sono il Mediterraneo che divide l’Africa dalle coste sicule: ad ogni livello, il capitale riproduce le stesse dinamiche di esclusione — e, se non sei utile al soldo, per te son già pronti miseria e abbandono, l’onta di un destino funesto. Certo, se tu fossi un prodotto da vendere, l’atrio della stazione è pieno di negozi climatizzati estate e inverno.</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 1034px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2888" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) stanko" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/stanko.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) stanko" width="1024" height="683" /><p id="caption-attachment-2888" class="wp-caption-text">Stanko</p></div>
<p>Il binario 1 della stazione è il mondo intero. Se la bella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Shahraz%C4%81d" target="_blank">Sharazād </a>fosse ancora viva, verrebbe qui in cerca di storie per placare la sete di sangue del re persiano. A dormire vicino al distributore di bibite, c’è un ex calciatore di serie A del campionato jugoslavo: è soprannominato <strong>Stanko</strong>, arrivato in Italia scappando dalla guerra oltre vent’anni fa, salvandosi da eccidi che l’Europa di Auschwitz ha fatto finta di non vedere, sebbene i Balcani non siano di proprietà delle Ferrovie dello Stato. Poi ha rovinato tutto con l’alcol, la moglie l’ha cacciato di casa, i suoi due figli l’hanno ripudiato (uno di loro ha preso dal padre, e gioca a calcio a buon livello). Se lo incontrano per strada, i suoi familiari fanno finta di non vederlo, lui che porta i loro nomi tatuati sul braccio. Passa le giornate a leggere i quotidiani usciti il giorno precedente, sulle notizie della Gazzetta potrebbe vincere un quiz in televisione. Non rubo e non rompo le palle a nessuno, racconta con la voce velata di rancore (un rancore cieco e indefinito, senza un oggetto su cui abbattersi e riposare). Me no sto qui, sto bene qui: se passate, non me ne faccio niente della vostra elemosina: portatemi piuttosto un cartone di vino. Stanko non smetterà mai di tirare calci: la guerra gli ha tolto il pallone, lasciandogli solo il vento.</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 1034px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2888" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Luciano" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/luciano.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Luciano" width="1024" height="683" /><p id="caption-attachment-2888" class="wp-caption-text">Luciano</p></div>
<p>C’è anche <strong>Luciano</strong>, sul binario 1. Ha la sua pensione dopo una vita da gruista in acciaieria, ma preferisce starsene a dormire in stazione; qui lo conoscono tutti, qui si sente riconosciuto. Di giorno gioca a carte con gli amici a San Polo. Ci vado usando la nuova metropolitana, sottolinea. Posso farti una foto, Luciano?, Sei matto, poi senti tu mia sorella, Come non detto, Una puoi farmela, in fondo che sarà mai? Sono venuto bene almeno?, Il pensionato più bello di tutta Brescia. Nei suoi occhi brilla la scintilla della gioia infantile, lo sguardo che spreme entusiasmo dalla quotidianità. Luciano è una porta chiusa sui legami (e sulle catene): come ogni porta chiusa, fa pensare all’aldilà che trova inizio al suo interno.</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 1034px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2888" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Stephan" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/stephan.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Stephan" width="1024" height="683" /><p id="caption-attachment-2888" class="wp-caption-text">Stephan</p></div>
<p>E poi c’è <strong>Stephan</strong>, che ti chiede una monetina per il caffè. Ha i denti marci e un sorriso stupendo, incredibilmente vero, qualcosa di puro. Gli chiedo da dove viene; risponde: Sono nato sul carretto dei miei genitori mentre attraversavo una dogana, sono nato sulla terra. E io non ho alcun dubbio che sia così (perché rovinare una bella storia con la verità?). Mentre parla muove le dita come se stesse orchestrando i fili di una marionetta, una marionetta fatta di tanti racconti di vita o inventati. La sua felicità è un’arte, estetica e interiore: l’arte di sopravvivere a se stessi (nei corsi da trovo-un-senso-alla-mia-vita-<wbr />nel-dopolavoro, Stephan raccoglierebbe migliaia di adepti).</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 1034px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2888" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Palo" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/palo.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Palo" width="1024" height="683" /><p id="caption-attachment-2888" class="wp-caption-text">Palo</p></div>
<p><strong>Palo</strong> ha gli occhi iniettati di sangue. È stanco, la stanchezza rabbiosa dell’alcol. Rincorre parole a caso, un misto di inglese e italiano, rinchiuso nel suo soliloquio come in una città assediata. Cerca di farsi capire; non vuole che io scatti fotografie: Cosa fai con quella, cosa scrivi su quel foglio? Stavamo solo parlando, voglio raccontare le vostre storie; non sono uno sbirro, sono tuo amico. Non vuole credermi, o forse non può: troppo l’odio piovuto sulla sua pelle da quando è arrivato dall’Africa, intossicato dal veleno secreto da diffidenza e disprezzo (e pensare che ero arrivato in Italia per correggere la sfortuna, dare una spallata alla miseria). Palo è un prodotto di schedature, fogli di via, allontanamenti, celle di sicurezza. È un prodotto dei Salvini; forse un giorno spingerà una signora per rubarle la borsetta, la farà cadere, rompendole un’anca: Volevo solo mangiare, cercherà di giustificarsi. Nulla da fare, pronto all’espulsione, il cerchio è chiuso: la sconfitta di Palo sarà la vittoria dei Salvini, sciacalli degeneri che si nutrono di carne viva.</p>
<div id="attachment_2888" style="width: 1034px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2888" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Michael" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/michael.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Michael" width="1024" height="683" /><p id="caption-attachment-2888" class="wp-caption-text">Michael</p></div>
<div id="attachment_2888" style="width: 1034px" class="wp-caption alignnone"><img loading="lazy" decoding="async" aria-describedby="caption-attachment-2888" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Singh" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/Singh.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) Singh" width="1024" height="683" /><p id="caption-attachment-2888" class="wp-caption-text">Singh</p></div>
<p><strong>Michael</strong> danza sul binario 1, per lui la banchina è solo il prolungamento della spiaggia di Bahía. Michael è polacco e non parla italiano. Ma balla con la sua birra in mano, e salta su una gamba. Ha gli occhi azzurri, colmi di enigma e furbizia. La sua risata ha un sapore primigenio, avvelena la quiete con il sospetto del caos. Si muove con grazia nonostante i suoi quarant’anni. Fa impressione vederlo aleggiare davanti a un pendolare seduto su una panchina, cupo e svuotato, in attesa del treno. Guarda fisso lo schermo del cellulare, scorrendo col pollice i social network della solitudine. Indossa giacca e cravatta, Michael puzza da far vomitare. Ma se guardate alle anime fate pure il contrario. Michael paga rate del mutuo solo al tempo che passa. Accanto a lui c’è <strong>Singh</strong>, un indiano grassoccio. Nasconde in fondo agli occhi un dolore che ti si inchioda nella carne. Non mi sento di chiedergli nulla, lui mi domanda se può essere fotografato: Poi posso vedermi nello schermo? Il mio regalo per Singh è la fissità di un ritratto: la pretesa solitaria di ogni dolore non trova spazio in un orologio senza lancette.</p>
<p>Le storie che il <strong>binario 1</strong> racconta danno un volto nuovo a desideri e aspirazioni, liberano le paure riscattandole dall’impostura del pericolo (ora, sorelle sincere, potete comodamente sedere al nostro fianco). Ogni cosa diventa ostinatamente inconsistente, la fondamentale inconsistenza di tutto ciò che è umano; ma, allo stesso tempo, appaiono sentimenti di una violenza adamantina, in un’insondabile coincidenza di contraddittori. Nessun trucco, nessuna protezione di plastica sulla vita: qui infettarsi è d’obbligo, qui è impossibile domandarsi Come mai le lacrime tardano tanto ad arrivare?</p>
<p>Al fine di tutto, lasciando il binario 1 verso un letto e un portone sbarrato, resta una certezza banale e sincera come un cordoglio: <strong>Stanko</strong>, <strong>Luciano</strong>, <strong>Stephan</strong>, <strong>Palo</strong>, <strong>Michael</strong>, <strong>Singh</strong>… mentre ascoltavo i vostri racconti, guardavo i vostri stracci, non mi è mai venuto in mente (nemmeno per un istante fugace) di essere più felice di voi. Semmai ho provato una certa nostalgia, la nostalgia per una verità che ho sempre creduto mia: il vagabondaggio come intima natura dell’uomo, la risposta più radicale e poetica all’ideologia del possesso. Ma con gli anni sono arrivati i compromessi, accettando di farmi amministrare la vita — pensare di non poter essere cambiati dal sistema è un vano illudersi. Grazie a voi ho osservato quella verità attardarsi ancora un attimo di fronte ai miei occhi, pacifica ma inesorabile, un po’ come si attarda la luce nell’ora del crepuscolo. Poi, si sa, viene subito sera.</p>
<p><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-2888 size-full" title="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) CHIUSURA" src="http://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/CHIUSURA.jpg" alt="BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi) CHIUSURA" width="1024" height="683" /></p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-28820" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/05/immagine-copertina.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/binario-1-ovvero-larte-di-sopravvivere-a-se-stessi/">BINARIO 1 (ovvero l’arte di sopravvivere a se stessi)</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>La macchia</title>
		<link>https://www.odiopiccolo.com/la-macchia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Feb 2015 23:06:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
		<category><![CDATA[storie]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Stringeva forte una vecchia tazza sbeccata per cercare di scaldarsi le dita. Le gambe appoggiate al calorifero, lasciava che il vapore del tè velasse il vetro ghiacciato. Lo sguardo fissava i palazzi della città, ipnotizzato dalle tante minuscole finestre che splendevano nel buio. Per oltre sei anni avevano fatto da palcoscenico a una moltitudine di storie intraviste o solo immaginate. Famiglie felici, amori traditi e anziani soli, le prime seghe in una cameretta piena di poster. Un’umanità intera a suoi piedi, e lui ne era stato testimone. La prima volta che Francesco aveva visto l’appartamento, accompagnato dalla sua ragazza e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Stringeva forte una vecchia tazza sbeccata per cercare di scaldarsi le dita. Le gambe appoggiate al calorifero, lasciava che il vapore del tè velasse il vetro ghiacciato. Lo sguardo fissava i palazzi della città, ipnotizzato dalle tante minuscole finestre che splendevano nel buio. Per oltre sei anni avevano fatto da palcoscenico a una moltitudine di storie intraviste o solo immaginate. Famiglie felici, amori traditi e anziani soli, le prime seghe in una cameretta piena di poster. Un’umanità intera a suoi piedi, e lui ne era stato testimone.<br />
La prima volta che Francesco aveva visto l’appartamento, accompagnato dalla sua ragazza e dall’agente immobiliare, se ne era subito innamorato: una mansarda al sesto piano, e tutta Brescia che si estendeva nella sua composta frenesia. Sapeva che, se avesse scelto di andare a vivere in città, avrebbe avuto bisogno di una vista che non lo soffocasse; con un’infanzia trascorsa sul lago, gli spazi aperti erano per lui un materno psicofarmaco.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Nel pomeriggio, la ditta di trasloco aveva finito di svuotare le stanze dai mobili. Non potendo essere trasportati per le scale (erano tutti vecchiotti e non si potevano smontare), era stato necessario noleggiare una gru per calarli da una finestra. “Con quel che ti è costata &#8211; aveva commentato suo padre al telefono &#8211; avresti fatto meglio a non mollarlo quell’appartamento. Io te l’avevo detto”. Aveva lasciato che la provocazione cadesse nel vuoto —<em>ti saluto, ho da fare</em>— riattaccando con un tocco dell’indice, all’apparenza non più violento del solito.</p>
<p style="text-indent: 24px;">In rispettoso silenzio, aveva osservato i mobili scendere verso il basso. Una lentezza snervante: “hanno fatto parte della mia vita per così tanto tempo &#8211; pensò &#8211; che è come vedere una parte di me precipitare al rallentatore”. Quante volte si era ubriacato a quel tavolo, quante volte ci aveva scopato con Paola. Adorava tenere la testa tra le sue cosce umide e viscose, giocando vorace con la lingua dopo averle legato polsi e caviglie per non farla ribellare. Sporgendosi un poco, aveva seguito il tavolo con lo sguardo mentre veniva calato nel vuoto. Immaginò Paola ancora legata lì sopra, contorcersi dal piacere, prima di essere caricata su un camion per essere portata via. Chissà perché, gli vennero in mente le immagini delle persone che si erano lanciate dalle Torri Gemelli in fiamme.</p>
<p style="text-indent: 24px;">In mezzo alla sala, tre grossi scatoloni aspettavano di essere riempiti da quanto restava. Incominciò dalle pentole, posandole sul fondo. Poi fu la volta dei libri. Gli capitò tra le mani ‘La montagna incantata’, andò all’ultima pagina e lesse l’unica frase che aveva annotato: “Tu ami l’ordine più della libertà”. Lo chiuse e lo buttò nello scatolone, subito sommerso da posate e bicchieri. Sigillò le due ali di cartone con dello scotch marrone. Andò in bagno a vedere quanto era rimasto. Prese il bicchiere degli spazzolini, il sapone, le spugne della doccia e infilò tutto alla rinfusa in un sacchetto di plastica. Aprì l’anta dell’armadietto: rasoi, preservativi, un dentifricio ancora inscatolato, la sua tessera sanitaria—<em>come cazzo avrà fatto a finire qui</em>—, un tubetto con la crema per la candida semi-usato, un pennellino da trucco. Via tutto.</p>
<p>Davanti alla specchiera solo il barattolo con la crema per il corpo di Paola. Sapeva di miele e tè verde. “Adesso mi sembra di scoparmi una tisana”, aveva commentato, scherzando, la prima volta che se l’era spalmata. Restava un rotolo di carta igienica già iniziato, ma pensò che poteva anche regalarlo al nuovo inquilino.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Fu quindi la volta dei quadri. Iniziò con le fotografie in bianco e nero incorniciate in salotto. Prima “Le Violon d&#8217;Ingres” e “La priere” di Man Ray, poi il bacio di due vecchietti immortalato da Giacomelli in una casa di riposo, un vecchio regalo di compleanno. Non ne ricordava il titolo (anzi, nemmeno sapeva se ne avesse uno); gli era sempre bastato quello del reportage da cui lo scatto era tratto: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. Per ultimo lasciò un quadro che aveva comprato durante un viaggio a Cracovia. Ritraeva una donna nuda, di spalle, mentre versa l’acqua da una brocca; in primo piano due enormi chiappe maldestramente sproporzionate. Francesco l’aveva comprato proprio pensando all’ossessione dell’artista e a una sua filosofica certezza: era il buco del culo l’origine del mondo, e il quadro di Gustave Courbet solo una celebre millanteria.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Lo appoggiò a terra per incartarlo con dei fogli di giornale, sapendo già cosa avrebbe trovato tra la tela e il telaio. Per paura che andasse perduta (e che qualcun altro potesse leggerla), ci aveva infilato la lettera che Paola gli aveva lasciato nella casetta della posta, a una ventina di giorni dalla fine della loro storia. L’aveva letta decine e decine di volte, ma non riusciva a staccarsi da quelle parole. Le considerava ‘perfette’; nessuno l’aveva mai descritto con così tanta precisione (tantomeno lui avrebbe potuto essere così sincero con se stesso). La prima volta fu come tenere tra le mani la radiografia delle proprie viltà, dei propri trucchi, delle proprie paure. Allo stesso tempo qualcosa di terribile e nuovo, raggiante e arcaico; qualcosa che solo un amore che si credeva eterno avrebbe potuto creare. Fissò la calligrafia da bambina, e non riuscì a resistere: <em>io credo…</em></p>
<p>Io credo sia giusto soffrire a causa dei propri errori, soprattutto se molte persone hanno sofferto a causa tua per la superficialità e l&#8217;immaturità del tuo amore. Avviene una sorta di catarsi: come un eroe tragico, un Lord Jim che con il cuore pieno di nobiltà rifiuta la fuga e affronta il processo. Ma i giurati che ti giudicano sono tutti uguali, hanno lo stesso tuo viso, i tuoi stessi occhi tristi, i capelli spettinati e l&#8217;anima aperta come una cozza: sono centinaia di te stesso che giudicano te stesso, il vero, l’unico (sempre che ancora ne esista uno). Eravamo un sublime groviglio di corpi sudati che si davano piacere nudi nel lago, tra gli ulivi, nel fottutissimo letto bagnato di amaro, nell’auto a lato della tangenziale. Ovunque cazzo!&#8230; e tu hai distrutto tutto. Seguendo le regole di quale delirante gioco hai deciso di circondarmi di tante bugie? Una volta hai scritto che, come per vedere la linfa di un albero bisogna tagliarne il tronco, per capire un uomo bisogna amarlo o leggerne i versi. Io ho bevuto avidamente la linfa verde che mi soffiavi nell’anima: hai iniziato a scavare con un cucchiaino minuscolo, partendo dalle dita dei piedi, un tunnel profondissimo nel quale giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, riversavi bellezze e conoscenze sconfortanti. A me arrivava questo fluido come un’onda, un’attesa che mi precipitava in un gorgo di piacere e prostrazione. Già possessore del mio dentro, una sera hai osato tentare di prenderti anche il fuori e io non ho avuto il coraggio di oppormi. Ma, dopo essermi donata a te per tanto tempo, ho infine scoperto un uomo che mente, come mille altri. Un tenero commediante che vuole vendersi agli altri nel modo da lui prescelto, per vendersi a più caro prezzo, una puttana ben pettinata e profumata. Ora una rabbia cieca e ferina mi ha aperto gli occhi: sei solo un sincero imbroglione di se stesso, che si nasconde dietro presunzioni e montagne di libri e di film visti, di frasi e di concetti rubati. Un meraviglioso e attraente gesuita vendifrottole, che ama stupire e stare al centro dell’attenzione, vantandosi dei limiti che non ha osato darsi. Sei un mistificatore che non conosce vergogna e se ne vanta, sei diventato il protagonista del tuo libro preferito, quello che non sei mai stato in grado di scrivere.</p>
<p>Non voglio vederti mai più, ti amerò per sempre.</p>
<p>Paola.</p>
<p>Chiuse la lettera. Ascoltò per un attimo l’acqua gocciolare nei caloriferi accesi. Si sentiva svuotato. La rimise al suo posto, aprì il <em>Corriere della Sera</em> e fece un veloce fagotto. Il “letto bagnato di amaro” lo portò in camera a controllare il materasso. La macchia nera che aveva svelato il suo tradimento se ne stava ancora lì in mezzo, come un mare calmo insudiciato da una chiazza di petrolio o di qualche altro materiale non degradabile.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Da circa sei mesi aveva iniziato ad avere una relazione parallela con Maria, una collega. Non provava per lei nulla che andasse al di là di una normale amicizia, ma non riusciva a smettere di pensare a quel suo corpo traboccante, a quel suo seno sfacciato e prepotente. Scopavano una volta a settimana, il mercoledì sera, quando Paola andava a pallavolo senza nemmeno passare da casa dopo il lavoro. Ma un giorno, prima di fargli un pompino, Maria gli aveva versato addosso del liquore alla liquirizia (non era “bagnato di amaro”; comunque, non gli era sembrato il caso di specificare) finendo per rovesciarne metà bottiglia. Francesco aveva subito cambiato le lenzuola (in realtà, aveva aspettato di venirle in bocca), dimenticando però di girare il materasso e, dopo circa un mese, quella <em>dannata</em> macchia era stata notata da Paola. Alle sue domande, provò in un primo momento a inventarsi qualche scusa ridicola, ma il volto, le mani, il corpo raccontavano tutt’altro. Inchiodato dalle sue lacrime che, disperate, cercavano di restare in equilibrio sulla linea delle palpebre, fu costretto a dirle tutto. Un cataclisma emotivo esplose tra quelle mura. <em>Non rimase in piedi nulla.</em></p>
<p style="text-indent: 24px;">Decise che era giunto il momento di girare <em>quel cazzo di materasso</em>. Già gli era costato parecchio, non aveva voglia di vederselo scalare anche dalla caparra.<br />
Lì dentro, adesso, non era rimasto molto da fare. Terminò di riempire gli scatoloni con qualche stupido ninnolo, un paio di ciabatte rimaste in fondo alla scarpiera, la radiolina che accendeva quando cucinava la sera. Prese di nuovo lo scotch, strappò qualche striscia coi denti e, dopo averle incollate, spinse tutto fuori sul pianerottolo.<br />
Con un gesto meccanico, indossò il cappotto partendo dal braccio sinistro, poi si allacciò le scarpe standosene seduto sulla scala a chiocciola del soppalco. Si fermò un attimo a guardarsi attorno: spiccavano i chiodi dei quadri rimasti soli in mezzo alle pareti. Stava dicendo addio ai suoi trent’anni.<br />
Non poteva dire di provare malinconia o, all’opposto, qualche strano sentimento di gioia. Quell’ambiente così familiare gli era ormai diventato estraneo, una superficie liscia e lucente su cui nulla restava aggrappato. “Sono diventato il mio appartamento”, pensò, poi spense la luce e si chiuse la porta alla spalle. Ascoltò il graffiare metallico della chiave che, pigramente, girava nella serratura.</p>
<p style="text-indent: 24px;">Sul pianerottolo si trovò di nuovo faccia a faccia con i tre scatoloni. Sarebbe stato necessario, quanto meno, fare due viaggi giù dalle scale. Mentre già si piegava a raccogliere il primo, un dubbio inceppò i suoi movimenti d’automa. Aveva svuotato la lavatrice? Aprì la porta, cercò l’interruttore e riaccese la luce. In ginocchio davanti all’oblò trasparente, si rese conto che era ancora pieno di vestiti. Li aveva lanciati dentro alla rinfusa, poi non aveva nemmeno fatto partire il lavaggio. Sotto al lavandino aveva lasciato un paio di sacchi neri per la spazzatura. Ne prese uno e incominciò a riempirlo. In mezzo a calzini, mutande e magliette, trovò anche due fodere dei cuscini. Erano quelle gialle e arancioni che aveva comprato assieme a Paola, poco prima che decidesse di trasferirsi da lui. Le annusò entrambe: riconobbe subito il <em>suo</em> odore, velato da un profumo di miele e tè verde. Buttò tutto nel sacco.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4890" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/macchia.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/la-macchia/">La macchia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>La vecchia baldracca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Mar 2014 23:36:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[prostitute]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sostiene Pessoa: &#8220;Ho pena delle stelle che brillano da tanto tempo, da tanto tempo…&#8221;. Stronzata. Ancor più se scritta da un uomo, il cui destino è finire sotto due metri di terra, a marcire per far crescere l&#8217;erba. Scrive ancora il poeta lusitano (cito a memoria): ciò che fa paura &#8220;non è la morte in sé, ma l&#8217;idea che abbiamo della morte&#8221;. Et voilà il nocciolo della questione. Il fatto che i vermi mi mangeranno il cervello, dopo l&#8217;antipasto dei bulbi oculari, lo vivo con tranquillità, come ogni realtà ineluttabilmente scientifica. Mangio una mozzarella di bufala da 200 grammi, un&#8217;ora [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Sostiene Pessoa: &#8220;Ho pena delle stelle che brillano da tanto tempo, da tanto tempo…&#8221;. Stronzata. Ancor più se scritta da un uomo, il cui destino è finire sotto due metri di terra, a marcire per far crescere l&#8217;erba. Scrive ancora il poeta lusitano (cito a memoria): ciò che fa paura &#8220;non è la morte in sé, ma l&#8217;idea che abbiamo della morte&#8221;. Et voilà il nocciolo della questione.</p>
<p>Il fatto che i vermi mi mangeranno il cervello, dopo l&#8217;antipasto dei bulbi oculari, lo vivo con tranquillità, come ogni realtà ineluttabilmente scientifica. Mangio una mozzarella di bufala da 200 grammi, un&#8217;ora dopo devo correre al cesso. Causa effetto, vita morte e niente altro.</p>
<p>Il problema, appunto, è l&#8217;idea che si ha della morte. Lo pensavo nel mordicchiare il capezzolo a una ragazza. Un capezzolo indurito dal piacere, che madre natura aveva ben posizionato al centro di una piccola ma succosa tettina. Perché in fondo è qui che si riassume l&#8217;idea della morte: perdere tutto, anche la più piccola, minuscola traccia di memoria di quel fantastico capezzolo (ci sarebbe il sorriso di mia madre, le bevute con gli amici, la faccia di Gregg Popovich dopo una palla persa… ma si parla di morte, restiamo sulla carne).</p>
<p>Pensare a quel dannato ultimo respiro diventa ancor più insopportabile, proprio perché al mondo resterà così tanta bellezza oramai irraggiungibile. Fra qualche centinaia d&#8217;anni, durante una festa estiva, è inoltre probabile che decine e decine di ragazze balleranno sulla fossa comune dov&#8217;è finito quanto resta della mia carogna. La vita è una vecchia baldracca, dimentica in fretta e non ricorda nessuno dei suoi amanti.</p>
<p>&#8220;Ah! Ah! Se tutte le belle donne morissero assieme a me!&#8221;, esclama quell&#8217;adorabile fallocrate di Zorba il greco. Un soluzione estrema, in effetti un poco egoista, certo taglierebbe la testa a parte del problema. Con me finirà il mondo intero, nessun rimpianto. Un paradiso all&#8217;incontrario, fatto di nulla, da raggiungere scopando e bevendo durante tutta l&#8217;ora d&#8217;aria che segue la nostra indecorosa concezione.</p>
<p>Resta comunque una magra consolazione, perché (stelle comprese) una stanchezza d&#8217;esistere non esiste. E non ci sarà, per le cose che sono, un&#8217;altra specie di fine se non la condanna all&#8217;oblio. La vecchia baldracca non fa sconti: n e s s u n o   s a r à   p e r d o n a t o. Ma proprio per questo scrivevi, caro Fernando: &#8220;La letteratura, come tutta l&#8217;arte, è la confessione che la vita non basta&#8221;.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4920" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/La-vecchia-baldracca.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/la-vecchia-baldracca/">La vecchia baldracca</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>Caffè Loggia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 06 Nov 2013 23:39:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Brescia Dentro]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[brescia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questa spazio vuoto, buio e illuminato, girano fantasmi tra i più sublimi. Su questa sedia, su cui non siede nessuno, se non io, che non ho mai parlato di nulla, se non di me, guardo fisso negli occhi Emma e Chloé, tra milioni di bugie e decimali di slanci del cuore. Emma e Chloé volano a dieci centimetri dal vuoto. Un movimento perpetuo e rotatorio, rincorrersi è sapere di non toccarsi. Un cerchio fatto di strade nuove, un&#8217;unica vecchia strada resa irriconoscibile dalla fantasia. Dal desiderio. Ma forse straparlo, forse è lo stesso. Una nebbia sottile, un grigio senza [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In questa spazio vuoto, buio e illuminato, girano fantasmi tra i più sublimi. Su questa sedia, su cui non siede nessuno, se non io, che non ho mai parlato di nulla, se non di me, guardo fisso negli occhi Emma e Chloé, tra milioni di bugie e decimali di slanci del cuore.</p>
<p>Emma e Chloé volano a dieci centimetri dal vuoto. Un movimento perpetuo e rotatorio, rincorrersi è sapere di non toccarsi. Un cerchio fatto di strade nuove, un&#8217;unica vecchia strada resa irriconoscibile dalla fantasia. Dal desiderio. Ma forse straparlo, forse è lo stesso.</p>
<p>Una nebbia sottile, un grigio senza sfumature, lampioni, arcate, marciapiedi, marmi bianchi, riflessi azzurri, un orologio dorato, Prometeo che rubò il fuoco per preparami un caffè. E l&#8217;umanità lucente delle superfici, l&#8217;aria metallica, digitale, potrò mai tacere la bellezza? Potrò smettere di parlare di Emma e Chloé?</p>
<p>A dieci centimetri dal vuoto mi guardano negli occhi, ricordando la mia bravura a fallire il dolore. E allora? Io parlo e parlo solo di ciò che mi sta davanti, dove mi trovo al sicuro e ritrovo coraggio. Ha senso solo quanto è vicino agli occhi. Disperatamente vicino, distorto, inverosimile.</p>
<p>Embé, ho fallito il mio dolore. E allora? Loro non mi faranno mai smettere di parlare di me. Sono il mio tema preferito, di cui nulla ho saputo spiegare. Una conoscenza innata. Una ricordanza genetica a dieci centimetri dal vuoto.</p>
<p>In realtà, ignoro chi siano Emma e Chloé. Lo ignoro, sia detto, al di là di qualche bagliore colto con la coda dell&#8217;occhio. Penso che siano la stessa persona, a questo punto. Ho sceso, dandovi il braccio, pochi gradini e sono caduto. E&#8217; il mio modo di capire, cadere. Senza l&#8217;aiuto di nessuno. Ma per parlare di me, parlo di loro. Loro sono l&#8217;invenzione che non sono mai riuscito a seguire. Neppure. Sono il silenzio che non sono mai stato capace di essere.</p>
<p>Ecco di cosa non parlerò, se tacere mi sarà impossibile. Non parlerò di Emma e Chloé, se loro smetteranno di rincorrersi a dieci centimetri dal vuoto. Ma così è una condanna a parlare. Di Emma, che amo e odio. Di Chloé, che odio e amo. Per entrambe provo disprezzo e in entrambe trovo il mio inizio. Dovevo aspettarmelo, e dirò di più: i nostri inizi combaciano. Punti mobili su una retta, su un rumore di fondo. Dove io abito.</p>
<p>Una stanza fredda. Ronzante. Qui, io abito. La mia sedia su cui non siede nessuno. Uno spazio vuoto. Un suono di passi, lontano. E la sagoma oblunga come di un essere umano, che alza la saracinesca del Caffè Loggia sui volti di Emma e Chloé, che si sfiorano, si baciano. Scompaiono.</p>
<p>&#8211; Ma hai dormito su questa sedia per tutta la notte -, chiese il barista al ragazzo.<br />
&#8211; Mi sa di sì, ho bevuto un po&#8217; e sono crollato. Credo di aver sognato tutta la notte -.<br />
&#8211; E&#8217; stato un bel sogno, almeno? A guardarti non si direbbe -.<br />
&#8211; Non saprei. C&#8217;erano loro, Emma e Chloé. Amore dolore, la rima più antica difficile del mondo. E poi ho segnato di cadere, lento, come una nausea, fermandomi a soli dieci centimetri. Da cosa, giuro, non lo ricordo -.<br />
&#8211; Dai, entra. Se hai pazienza che Prometeo scaldi la macchina, te lo offro io un caffè. Raccontami un po&#8217; di Emma e… come si chiama quell&#8217;altra? -.<br />
&#8211; Chloé -.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4960" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/loggia-odio-hard-mix.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/caffe-loggia/">Caffè Loggia</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>THOUGHT TRANSFER. Racconto surrealista in salsa Boris Vian</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2013 22:47:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Racconti]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
		<category><![CDATA[fantascienza]]></category>
		<category><![CDATA[Thought Transfer]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mirko B. ha aperto la porta della memoria per fargli prendere aria. In quelle stanze soleggiate aprirà a breve un Thought Transfer: &#8220;Qui si possono inviare pensieri in tutto il mondo, 24 ore su 24!&#8221;, scriverà in un cartello da appendere in fondo agli occhi della gente. Mirko B. pitturerà le pareti del negOzio con un paio di cieli bassi dell&#8217;equatore e un vecchio frack che non si sa da dove vien, spruzzando qua e là un po&#8217; di campanelli da bicicletta, rotti e che suonano a ogni buca incontrata lungo la strada. Il soffitto, invece, sta pensando di farlo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Mirko B. ha aperto la porta della memoria per fargli prendere aria. In quelle stanze soleggiate aprirà a breve un Thought Transfer: &#8220;Qui si possono inviare pensieri in tutto il mondo, 24 ore su 24!&#8221;, scriverà in un cartello da appendere in fondo agli occhi della gente.</p>
<p>Mirko B. pitturerà le pareti del negOzio con un paio di cieli bassi dell&#8217;equatore e un vecchio frack che non si sa da dove vien, spruzzando qua e là un po&#8217; di campanelli da bicicletta, rotti e che suonano a ogni buca incontrata lungo la strada.</p>
<p>Il soffitto, invece, sta pensando di farlo del colore dei semafori nell&#8217;istante in cui passano dal verde all&#8217;arancione. Ma, in proposito, una decisione definitiva è ancora lontana all&#8217;orizzonte. Quel che è certo, è che appenderà una fila di specchi che riflettono &#8220;me lo sentivo&#8221;, &#8220;me lo merito&#8221; e &#8220;sapevo che sarebbe andata a finire così&#8221;. Specchi, pensa Mirko B., molto utili per svaligiare il futuro dal suo rapporto incestuoso col frignamento (lacrime, dicono gli adulti).</p>
<p>Ai clienti offrirà il servizio base &#8220;mare insicuro&#8221;, utile per far viaggiare un&#8217;idea fuori dalle mura dei bilocali (per i monolocali servono già onde alte quasi tre metri). Il pacchetto clou saranno invece tranci di fantasia appesi a grossi ganci di macelleria, sanguinanti copiosa-mente code di rondine e pianeti a forma di giostre per bambini.</p>
<p>Mirko B. spera che l&#8217;attività abbia un successo solo discreto (non vuole fare il botto, per intenderci). Di sicuro, preferisce un successo che accada nuovamente. Inoltre, ha paura della lunga mano del governo, sempre in agguato e con gli occhiali rotondi sulla punta del naso: potrebbe subito emanare una silent tax anche senza l&#8217;appoggio del Movimento Rotatorio su Se Stesso.</p>
<p>Mirko B., comunque sia, non si interessa più di tanto alla transumanza degli emicicli. Ora la sua mente è completamente impegnata alla irrealizzazione del Thought Transfer: vuole sia aperto al massimo tra due bolle di sole e una cuscino dalla fodera blu. Non teme nemmeno la competizione, ma il Festival dei Motori in Riserva al centro fiera (e altri animali da riporto) potrebbe dargli qualche problema.</p>
<p>Di una cosa sola è convinto, Mirko B.: la tela è stata disfatta da Penelope per paura che Odisseo l&#8217;utilizzasse per soffiarsi il naso. Il pensiero che non viaggia ha spesso il raffreddore e necessita di dottori mortali che non sanno ballare con le sirene (brutta gente, i dottori mortali).</p>
<p>Per premiare i suoi primi dieci e sani come un pesce clienti, Mirko B. ha deciso di regalare loro un art box che include una lezione di lancio da terra col paraquilone e un buono per il noleggio di un pannello fotovolante per l&#8217;accumolo di energia incontenibile. Ah, dimenticavo! Per chi fosse interessato, il Thought Transfer aprirà a due passi tra il qui e il lì, basta solo svoltare l&#8217;angolo.</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-4990" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/Thought-Transfer.jpeg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/thought-transfer-racconto-surrealista-in-salsa-boris-vian/">THOUGHT TRANSFER. Racconto surrealista in salsa Boris Vian</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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		<title>I figli che non avremo. Risposta al Dalmata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Giovanni Pizzocolo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 14:23:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>
		<category><![CDATA[VOCI]]></category>
		<category><![CDATA[ZOP-Blog]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#8220;E&#8217; evidente che il problema principale, perlomeno in Italia, è la stasi collettiva di milioni di persone, ancorate alla fase adolescenziale della vita&#8221;, scrive il buon Dalmata. Giusto. Giustissimo. Ma non solo in Italia, nell&#8217;intero Occidente (diciamo che il Belpaese ha avuto un aiuto su questa via, che poi vedremo). La questione degli Young Adult (titolo di un film mercoledì proiettato all&#8217;Eden) risale al non tanto lontano 1968, quando la volontà di potenza dei giovani di allora si alzò sulle barricate inneggiando alla fine del lavoro e della famiglia, alla deregolamentazione della sessualità, il tutto farcito di un &#8220;vitalismo giovanilistico, [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8220;E&#8217; evidente che il problema principale, perlomeno in Italia, è la stasi collettiva di milioni di persone, ancorate alla fase adolescenziale della vita&#8221;</strong>, scrive il buon Dalmata.<br />
Giusto. Giustissimo. Ma non solo in Italia, nell&#8217;intero Occidente (diciamo che il Belpaese ha avuto un aiuto su questa via, che poi vedremo).</p>
<p>La questione degli Young Adult (titolo di un film mercoledì proiettato all&#8217;Eden) risale al non tanto lontano 1968, quando la volontà di potenza dei giovani di allora si alzò sulle barricate inneggiando alla fine del lavoro e della famiglia, alla deregolamentazione della sessualità, il tutto farcito di un &#8220;vitalismo giovanilistico, oblio della storia e presenzialismo spontaneistico&#8221; (Perniola).</p>
<p>Poi ci furono gli anni &#8217;70, e si passò dal complesso di Edipo della decade precedente, in cui i figli vedevano  i loro padri (la Legge) come ostacolo nel proprio realizzarsi, all&#8217;anti-Edipo di Deleuze e Guattari, dove la storia invece di tanti combattenti partorì una miriade di orfani (simbolici: in cui il Padre non veniva combattuto, ma negato).<br />
Infine (spero non siate già passati al &#8220;Notiziometro Facebook&#8221; di Repubblica), l&#8217;avvento al potere di sua Emittenza Silvio Berlusconi.</p>
<p>Il Cav ha portato al governo le tematiche di cui i sessantottini si sono da sempre fatti portatori. Chi, più dell&#8217;uomo di cera, rappresenta il vecchio che non vuole invecchiare, l&#8217;uomo che dorme &#8220;solo tre ore&#8221; la notte, il festaiolo di provincia che &#8220;urla per una botta di vita con una troia affittata&#8221;?</p>
<p>Ecco, a questo passaggio epocale, che ha avuto un&#8217;incubazione di più di quarant&#8217;anni, non si può certo chiedere di figliare persone &#8220;<strong>rassegnate a vivere una vita normale</strong>&#8221; (in tutto ciò che scrivo non c&#8217;è nessun giudizio moralistico, né nessuna nostalgia per un&#8217;età dell&#8217;oro che non c&#8217;è mai stata).</p>
<p>&#8220;<strong>Una visione della vita che trascende la quotidianità e la storia</strong>&#8220;: ecco, nella volontà di avere un figlio, forse non esiste niente di più nobile.<br />
Ma come può esistere, tale visione, se siamo stati educati nell&#8217;effimero dell&#8217;eterno presente televisivo, che ora si trova a competere con network  &#8211; sul social discutiamone &#8211; quali Facebook e Twitter?<br />
Come può esistere in una società segnata da un senso identitario fondato sulla provvisorietà del consumo, dal cambiamento continuo, dal tempo ‘storico’ della scadenza, del passare fuori moda?</p>
<p>“L’unico nucleo di identità destinato a emergere illeso dal cambiamento continuo è quello dell’homo eligens (l’<em>uomo che sceglie</em>, ma non <em>che ha scelto</em>!), di un io stabilmente instabile e completamente incompleto” (Bauman).</p>
<p>Difficile, inoltre, &#8220;<strong>trascendere la quotidianità</strong>&#8221; all&#8217;interno di un discorso pubblico che applica sistematicamente la rimozione totale della paura della vecchiaia e della morte (solitudine, sofferenza e morte non stimolano i consumi… per adesso).</p>
<p align="center">***</p>
<p>Mi rifaccio ancora al buon Dalmata, che scrive, più o meno scherzosamente: &#8220;<strong>Non posso creare nuova vita in questo mondo infame!</strong>&#8221;<br />
Beh, io non sottovaluterei questa esclamazione. Un figlio è la più grande scommessa che si possa fare sul futuro, ma qual è questo futuro.</p>
<p>Mia nonna ha cresciuto mia madre convinta &#8211;  e facendo di tutto affinché fosse vero &#8211; che sua figlia sarebbe vissuta in un mondo migliore. Dicasi lo stesso per mia madre con me.<br />
Ma io in che prospettiva crescerei mio figlio?</p>
<p>Siamo la prima generazione che avrà un tenore di vita peggiore di quello dei suoi genitori dalla fine della seconda guerra mondiale. Siamo un esercito di trentenni che non possono lottare per niente se non per sopravvivere (il &#8217;68 ha fatto un sacco di danni, ma almeno si combatteva per un mondo migliore).<br />
In più, ci costringono a vivere alla fine della storia: dopo la caduta del muro nulla può più accadere, se non cercare di tenere in piedi questo mondo fatiscente.<br />
Bella prospettiva, cercare di migliore l&#8217;amministrazione tecnica dell&#8217;esistente.</p>
<p>&#8220;Il problema della fine è legato a quello del senso della Storia, e ciò che è sicuro è che la Storia non ha più finalità. Non ha più trascendenza. Oggi viviamo una disillusione soggettiva, dove a livello collettivo non esiste più alcun tipo di progetto e, allo stesso tempo, il passato non è più vissuto come un tempo reale: da ciò nasce una sorta di panico&#8221; (Baudrillard).</p>
<p>Poi, sono convinto, si può arrivare anche a quarant&#8217;anni e, guardandosi in retrospettiva, accorgersi che &#8220;<strong>la nostra, alla fine, è banalmente una visione della vita che ha come conseguenza la negazione della vita stessa</strong>&#8220;. E a quel punto, di fronte alla &#8220;constatazione del nostro nulla&#8221; (copyright del Perozzi) sentire la necessità di avere un legame con la terra che ci ha dato la vita, e cantare come gli Afterhours&#8230;</p>
<p>Questo bambino ci salverà<br />
piange per dirci che sa<br />
Dalla noia nascon fiori unici&#8230;</p>
<p>Un vero atto d&#8217;amore per mettere al mondo un figlio, non c&#8217;è che dire. Come lo chiameremo il bimbo, <em>ammissione di un fallimento</em>?</p>
<p align="center">***</p>
<p>Ed eccoci a oggi, allora, con bambini condannati a vivere a fianco di questi 30-40enni dove non si capisce più chi è il figlio e chi il padre (spesso, una volta adolescenti, sono loro che devono prendersi cura dei genitori, sempre giovani, sempre identici). Edipo è morto e sepolto, resta Telemaco &#8211; figlio di Odisseo e di Penelope &#8211; che per anni guarda il mare aspettando disperatamente il ritorno del padre, senza il quale il mondo appare svuotato di senso.</p>
<p>La distruzione della figura paterna, iniziata nel &#8217;68, ha generato un bisogno che solo all&#8217;apparenza sembra il suo opposto, ma ne è in realtà il suo superamento: non più il tiranno-capo famiglia, ma la domanda di una responsabilità e di un’autorevolezza, che siano anche portatrici di un’apertura verso il futuro. Perché&#8230;</p>
<p>&#8220;la Legge che il padre incarna, senza pensare mai di esaurirla nella sua persona, non si manifesta affatto come una pura negazione repressiva, ma come ciò che sa rendere possibile il desiderio. È il problema della trasmissione: una generazione deve donare all&#8217;altra, insieme al senso del limite, la possibilità dell&#8217;avvenire, il desiderio come fede nell&#8217;avvenire&#8221; (Recalcati).</p>
<table class="rw-rating-table rw-ltr rw-left rw-no-labels"><tr><td><nobr>&nbsp;</nobr></td><td><div class="rw-left"><div class="rw-ui-container rw-class-blog-post rw-urid-5470" data-img="https://www.odiopiccolo.com/wp-content/uploads/2015/04/i-figli-che-non-avremo.jpg"></div></div></td></tr></table><p>L'articolo <a href="https://www.odiopiccolo.com/i-figli-che-non-avremo-risposta-al-dalmata/">I figli che non avremo. Risposta al Dalmata</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.odiopiccolo.com">odiopiccolo</a>.</p>
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