Un bresciano a Badalona. Quattro chiacchiere con Marco.

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OP – Dove ti trovi, perché ti trovi lì e che fai di bello?
M – Abito a Badalona, in Catalogna (Spagna) da quasi vent’anni. Sono qui per amore. Lavoro in proprio, ho un’agenzia di traduzioni, Qabiria.com.

OP – Come è stato affrontato il discorso del corona Virus dalle tue parti?
M – Se intendi dal governo, direi che inizialmente si è sottovalutato il problema, minimizzandolo (“è un’influenza qualsiasi”) com’è successo quasi dappertutto d’altronde, per poi correre ai ripari con misure molto drastiche che – speriamo tutti – diano qualche frutto.

OP – Come stai reagendo personalmente?
M – Guarda, come spiegavo anche sul mio blog, per via della mia professione (traduttore) sono abituato al telelavoro da sempre. La mia società, da quando l’abbiamo costituita, dispone di un portale online e di tutti gli strumenti per lavorare da remoto. Conta che fino a 4-5 anni non avevamo neppure un ufficio, per cui – almeno a livello lavorativo – per me non è cambiato molto, sono abituato alla “reclusione”. Spero soltanto che la crisi economica derivante da quella sanitaria ci risparmi, o, per meglio dire, che sia clemente.
Per quanto riguarda la famiglia, condividere spazi ridotti 24 ore al giorno non è certamente facile, si crea qualche tensione, ma tutto sommato stiamo reagendo meglio di quanto mi aspettassi.

OP – Ti aspettavi che la tua città fosse tra le più colpite da questo Virus?
M – Mah, nessuno si sarebbe aspettato lo scenario catastrofico che vediamo attualmente, credo. Io ho effettivamente iniziato a preoccuparmi dopo aver visto alcuni video di medici lombardi che denunciavano la situazione.

OP – Che cosa hai pensato in tal senso?
M – Ho pensato: “se si lamentano i bresciani e i bergamaschi, con la loro etica del lavoro e con le risorse di cui dispongono, allora la cosa è grave davvero”.
Mi resta un po’ il dubbio che gli alti livelli di inquinamento presenti nel territorio lombardo e in quello bresciano in particolare possano essere stati un’aggravante. Al riguardo mi piacerebbe leggere l’opinione degli esperti, perché la mia ovviamente è solo una considerazione da uomo della strada, spero senza fondamento.

Marco Cevoli family

Marco Cevoli family

OP – Brescia ti manca?
M – Mi mancano i pochi veri amici che ho lasciato in città, ma la città in sé non tanto. Abito a un centinaio di metri dal mare, il clima qui è molto più mite e ho tutte le opportunità di una metropoli internazionale a pochi minuti di metropolitana. Per me non c’è paragone. Ecco, magari due casoncelli e uno spiedo ogni tanto, quelli sì che li mangerei volentieri!

OP – Cosa ti manca di più della tua vita “bresciana”?
M – Come ti dicevo, mi mancano le amicizie. Quando ti sposti in un paese diverso e ci stai a lungo finisci per non essere più di “nessun luogo”: ti manca il background culturale di chi è nato e cresciuto nel posto in cui stai, ma nel frattempo ti sei perso tutto quello che è successo in Italia (a Brescia) negli anni in cui sei stato fuori. È una sensazione condivisa da molti espatriati.

OP – Ogni quanto rientri da noi?
M – Una o due volte all’anno, per salutare la famiglia, principalmente, o quando per lavoro devo andare in zone limitrofe.

OP – Cosa trovi di cambiato maggiormente tra quando sei andato via e quando sei tornato l’ultima volta?
M – Beh, la metro è sicuramente un tratto che ha ridisegnato la città, anche nelle abitudini dei suoi abitanti. Ho apprezzato anche il recupero di alcune zone verdi, come l’ex Campo Marte o alcuni altri parchi. Ecco, il tanto verde cittadino sì che mi manca, dato che dove abito adesso non piove tanto e di giardini, di prati, ce ne sono pochi.
Come aspetto negativo invece, ho visto un centro storico sempre più abbandonato e svuotato, con tanti negozi storici che sono scomparsi. Capisco la comodità dei centri commerciali, ma in quel modo s’è persa l’essenza della città. È un peccato.

OP – Rifaresti la tua scelta?
M – Direi proprio di sì. Ti dirò anche che se fossi rimasto in Italia penso che non avrei mai avuto il coraggio di aprire un’attività in proprio. Non avrei potuto sopportare il carico fiscale e la burocrazia.

OP – Vista da fuori la vita in Italia è così negativa?
M – No, attenzione: la qualità della vita in Italia penso sia ancora una delle più alte al mondo. Abbiamo buona cucina, un clima decente, buoni servizi, un territorio fantastico sia dal punto di vista naturale che culturale. Ciò che è veramente andato a picco – o almeno così si vede da fuori – è il livello dei governanti e degli amministratori della cosa pubblica. Conosco tante persone capaci, anche geniali, che non riescono a emergere e sono costrette a emigrare o ad occupare posizioni in cui il loro valore non è riconosciuto.
Non si parla spesso di questi flussi, ma se ci si sofferma a guardare i dati, sono spaventosi. L’Italia è un paese di anziani, dove i giovani – anche quelli preparati – hanno perso la fiducia nei confronti delle istituzioni e non sanno che futuro li aspetta. Se a questo unisci il profondo egoismo e l’esaltazione della “furberia”, frutto di decenni di impunità, la frittata è fatta.

OP – Quando sei rientrato la prima volta a Brescia ed hai fatto – com’è normale che sia – un paragone con quello che stavi vivendo, cosa hai pensato?
M – Una delle prime differenze che notai fu l’attenzione nei confronti delle apparenze, molto più esagerata a Brescia che a Barcellona/Badalona. Ricordo che mi colpirono molto le persone che giravano in tuta (intendo qui a Badalona) senza badare assolutamente allo stile o alla moda. E le prime volte, quando tornavo a Brescia e rivedevo i miei amici, mi accorgevo invece di quanto tutti stessero molto attenti a quello che indossavano. D’improvviso mi sembrava di essere capitato in un catalogo di moda, un aspetto che prima, standoci in mezzo, non avevo mai visto così evidente.

OP – Al netto della fine di questa pandemia, torneresti mai a vivere in Italia dopo il tuo percorso?
M – Ormai ho messo radici qui, ho due figli e un’attività, quindi non credo che tornerei.

OP – Perché?
M – Non vedo niente che mi spinga a tornare, obbligando oltretutto mia moglie e i miei figli a un cambiamento importante. E poi, la sai una cosa? Dopo tanti anni, sono arrivato alla conclusione che i discorsi patriottici servono soltanto per avere qualcuno da tifare quando ci sono i Mondiali di calcio o le Olimpiadi. Io mi sento cittadino del mondo. Per il mio lavoro ho conoscenti e amici di tanti paesi diversi. Meno frontiere ci sono, meglio è, l’umanità è una. È quello che cerco di insegnare ai miei figli, soprattutto in questi momenti di rigurgiti separatisti, nazionalisti o apertamente razzisti.

 

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