Diego Armando Maradona

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14 settembre 1986, domenica.
Una domenica come tante, forse. Per chi ama il Brescia non lo fu; le rondinelle erano all’esordio in serie A, dopo una cavalcata che aveva portato gli uomini di Pasinato dalla C alla A in due stagioni.
In panchina c’è un altro allenatore però: in campo al Rigamonti si sfidano Brescia e Napoli. In città non si parla d’altro, e visto che la serie A manca dal 1981 la cosa è comprensibile: nel mezzo il dramma della doppia retrocessione e poi la resurrezione nella massima serie.

Lo stadio di Mompiano è pronto ad ospitare la sfida tra la squadra del presidente Baribbi e del presidente Ferlaino: capienza ufficiale 30.000 spettatori, sugli spalti 33.000, con la piaga dei biglietti falsi e dei bagarini, debellata negli anni successivi e che in quest’anno di Covid fa sorridere al pensiero di un impianto sportivo con così tanta gente. La triumplina è uno spettacolo con i colori delle squadre che si fondono a creare un unico fiume biancazzurro.
Allo stadio ci sono state delle modifiche, arrivo per tempo con papà: con lui ho imparato ad entrare prima e ad uscire con tanta calma. Tanto c’è traffico ed uscire prima della fine della partita che senso avrebbe? Accanto alla tribuna laterale hanno aperto un bar nuovo: entro vedendo quelli che sono diventati negli anni volti conosciuti di vicini di posto di tribuna.

E all’improvviso arriva il mio idolo: dalle scalette del piano superiore dello stadio sbuca Roberto Aliboni: già cambiato. Maglia da gioco, pantaloncini, scarpini e guantoni sotto il braccio. “Fammi un caffè. Bello forte” ordina in mezzo a una selva di volti straniti. “Roberto, ma cosa fai qui?” Gli chiede mio papà “Tra 20’ c’è il fischio di inizio”. Roberto ha una cera non proprio delle migliori. “Professore” fa il portierone del Brescia “Ma lei ha presente cosa vuol dire giocare contro il Napoli? È una settimana che qualsiasi giornale io prenda si parla di Maradona, qualsiasi canale televisivo parla di lui. È un incubo: non dormo da una settimana.
L’ho visto nel riscaldamento e mi sono detto che avevo bisogno di un caffè”.

Dal profilo facebook di Roberto Aliboni

Certo che esordire in serie A a 31 anni e trovarsi di fronte Dieguito dev’essere stato devastante; ad ogni modo Aliboni finisce il suo caffè saluta tutti, me – portiere della squadra di quinta elementare – compreso, e sparisce nelle scalette che lo inghiottiscono verso il tunnel dello stadio.

Raggiungiamo i nostri posti a fatica, tifosi partenopei ovunque e gemellaggio (che verrà rotto al ritorno, e non certo per colpa degli ultras nostrani) tra le due tifosere: entrano le squadre in campo, e quando la maglia numero 10 del Napoli mette piede sul terreno del Rigamonti, scoppia un boato.

Partita da inizio stagione, il Brescia paga lo scotto dell’emozione della prima volta per tanti: bomber Gritti è fuori per un bel po’ e ci si deve arrangiare. Nemmeno il tempo di rientrare negli spogliatoi e Bagni serve un pallone d’oro a Maradona al limite. Maradona ne lascia sul posto due, serpentina dentro l’area di rigore e sinistro imparabile per Aliboni. È il minuto numero 41: la partita finirà così, con pochi altri lampi.

D10S si era manifestato anche a Brescia, l’unica volta che giocò da queste parti. Il 25 novembre 2020 se n’è andato un simbolo del nostro calcio: lasciate perdere il contorno. Parliamo del calciatore che tutti abbiamo amato ed odiato, quello di Mexico 86, Italia 90, Usa 94; quello che ha portato lo scudetto a Napoli.
Gli scudetti, pardon. La coppa Uefa. Non mi interessa la sua vita fuori dal rettangolo di gioco, ma quello che riusciva a fare in campo. Anche con un’arancia, come in un riscaldamento pre Milan-Napoli.

Per chi è nato negli anni 60/70 ed ama il calcio, Maradona è stato qualcosa di irripetibile, un riferimento (sportivo, non fate allusioni del kaiser). Per questo quando abbiamo ricevuto la notizia della sua morte, ci siamo intristiti; perché con lui se ne va una parte della nostra vita.

Tutto il resto non mi interessa. Riposa in pace, D10S.

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Alberto Banzola

Il direttore di odiopiccolo è Alberto Banzola, giornalista pubblicista, dal 2009 (solo per una mera questione di pigrizia). Ha cominciato per gioco nel 1998, assecondando un desiderio che aveva fin da bambino grazie a Fabio Tavelli, che in lui ha visto - e ci chiediamo come abbia fatto - del potenziale. Un po' “commesso viaggiatore” a livello internazionale, un po' giornalaio come dicono i suoi amici baskettari di sempre, è su questa barca dal primo giorno, a calmierare le folli idee di Vittorio Spunghi. Zob0n o Banzo o come vi viene da chiamarlo, dal 1998 ha collaborato con Elivebrescia.tv, Bresciapuntotv, Sportitalia, Number One Network, Teletutto, Gazzetta dello sport, Bresciaoggi, Radiovoce, Radio Montorfano, La Giornata Tipo, serieadilettanti.it, cremonabasket.it, basketnet.it; e tutt’ora a piede libero. Non si capisce il perchè.

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